Una conversazione con Ricardo Menendez Sàlmon, seconda parte.

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Ieri vi avevamo proposto la prima parte della lunga e interessante conversazione che abbiamo avuto con Ricardo Menendez Sàlmon in piazza Alberti, durante il Festivaletteratura di Mantova. Come promesso oggi potrete leggere la seconda e ultima parte. Si parla del male, dell’amore, degli attentati che hanno sconvolto la Spagna l’11 marzo del 2004 e delle proteste degli Indignados spagnoli. Buona lettura!

Perché il male ha sempre un posto importante nelle tue opere? Perché ti interessa tanto?

A me non interessa il male in astratto, non ho alcun interesse a riflettere, come sant’Agostino o come Platone, su un’idea. A me interessa l’incarnazione fisica del male perché sono convinto che, in qualche modo, il male sia sempre un fatto immanente. E in tutti i miei libri ho cercato di fissare il male in un’essenza oggettiva, in un’epoca storica, in dei personaggi. Spostare la responsabilità dell’essere umano verso un essere astratto e sovrannaturale a cui io non credo mi sembra estremamente perverso. Il male non è niente di trascendente. Durante una visita ad Auschwitz, Benedetto XVI si chiedeva, “Perché, Signore, sei rimasto in silenzio?” Era una domanda veramente avvelenata, perché quando parlava del silenzio di Dio io credo che intendesse il grido di dolore dell’umanità che non ha niente a che vedere con un principio trascendente. E l’uomo è responsabile ed esecutore, e patisce l’esercizio del proprio male. In questo senso il male mi interessa perché credo che abbia sempre un compagno inseparabile, la libertà umana. E credo che l’esistenza oggettiva della malvagità ci parli anche dell’esistenza oggettiva della libertà. In questo io credo che rientri anche il tema della responsabilità, che è un po’ il cuore di ciò che scrivo.

E invece qual è il ruolo dell’amore?

Per me nel correttore c’è un personaggio centrale che è Zoe, la donna del protagonista, il cui nome è già una dichiarazione di intenti. Zoe in greco significa vita, però non la vita biologica, bensì quella intellettuale, morale, affettiva. Lei rappresenta nel libro una specie di principio di realtà, di buon senso. Dico questo perché durante la giornata di Madrid, nel marzo del 2004, tutti gli spagnoli hanno vissuto un doppio movimento, da una parte verso l’esterno, nel chiedersi cosa stesse succedendo, che cosa i media ci stessero raccontando, dall’altra un ripiegamento verso l’intimità. Credo che qualunque spagnolo possa raccontare che in quei giorni abbiamo riscoperto le persone che ci accompagnano nella vita quotidiana e che tante volte ci sono invisibili. Tutti abbiamo trovato rifugio nel rapporto con i nostri figli, i nostri padri, le nostre mogli, i mariti, i nostri amici. Mi serviva proiettare nel Correttore l’amore come elemento di sintesi, di rifugio, di balsamo, contro le inclemenze e tragedie della vita.

A dieci anni dall’11 settembre gli americani sembrano avere ancora qualche difficoltà a superare lo shock. Come si rapportano invece gli spagnoli all’11 marzo?

Io credo che in Spagna sia stata assimilata la parte emotiva, che sia stato metabolizzato il dolore, si sia superato il lutto. Questo perché il nostro paese, a differenza degli Stati Uniti, è stato sempre abituato alla violenza. Basti pensare alla guerra civile, al terrorismo, alla dittatura, cosa che ha fatto sì che fosse più facile e rapido superare lo shock. Diverso è l’aspetto ideologico. Io credo che sia ancora aperto perché effettivamente l’atteggiamento del potere in Spagna in qualche momento abbia generato una frattura sociale che continua a restare aperta, quasi otto anni dopo, nel senso che il partito al potere si è sentito derubato, in un certo senso, alle urne. E ancora oggi, ci sono grandi settori della destra spagnola che continuano a sostenere teorie cospiratorie, continuano a utilizzare il dolore e il rapporto con l’altro da sé in un modo pazzescamente perverso. Insomma, credo che le ferite ideologiche siano ancora aperte, mentre le ferite emotive, quelle no, quelle si sono cicatrizzate più rapidamente rispetto agli Stati Uniti.

Come giudichi il fenomeno degli Indignados?

Credo che sia un fenomeno molto complesso, nessuno ha le chiavi per interpretarlo, bisogna conoscere il contesto in cui nasce, un contesto ancora una volta pre-elettorale. Bisogna distinguere tra le proposte politiche, la loro proposta di andare a votare scheda bianca o scheda nulla, da quello che continua a essere una proposta più ampia, che in qualche modo serve a richiamare l’attenzione sulla parola Democrazia, per recuperarne il senso fondamentale, se ancora ne ha uno, per far diventare la democrazia in un fatto quotidiano. E fare in modo che la democrazia non esista solo una volta ogni quattro anni. Qual è il problema, anzi la difficoltà di un progetto del genere? Si può riuscire a cambiare qualcosa nella politica, senza starci dentro? Un movimento meramente sociale che non può avere una rappresentanza, come potrà realizzare il cambiamento che propone? Questa credo che sia la grande domanda che bisogna porsi in questo momento.
In ogni caso è stato un soffio d’aria fresca, e mi provoca un certo orgoglio il fatto che proprio la Spagna sia stata capace, in un momento del genere, con un movimento realmente spontaneo e diffuso, di formare delle occasioni di condivisione politica, con assemblee nelle strade che hanno richiamato gente di ogni tipo e di ogni età, non solo studenti, ma anche la classe media, padri con figli, come nel mio caso, addirittura gente che si appresta ad andare in pensione. Questo mi sembra il segnale più positivo e importante.

Foto | Flickr - Vista dall’interno del monumento alla memoria delle vittime degli attentati del 11 marzo 2004 a Madrid

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