Una conversazione con Ricardo Menendez Sàlmon, prima parte.

11 settembre, indignados, intervista, ricardo menendez sàlmon, marcos y marcosRicardo Menendez Sàlmon è uno dei più interessanti autori spagnoli di questi anni. I suoi libri - in Italia pubblicati da Marcos y Marcos - si confrontano con i temi più impegnativi del vivere umano, l'amore, la morte, il male, territori dove la banalità tende i suoi agguati a ogni angolo, mietendo molte vittime illustri.

Eppure Sàlmon è sempre stato abile nello schivare queste minacce, nel restare sempre ben al di là della sottile linea rossa che delimita il territorio periglioso dei sentimenti facili, della banalità e della stucchevolezza. Noi di Booksblog lo abbiamo incontrato a Mantova e nella stupenda cornice di piazza Alberti abbiamo discusso con lui di alcuni dei temi fondamentali di questo nostro strano tempo.

Si è parlato della nostra ignavia, della società della nausea, del male, del bene, di quello che il futuro ci offrirà e della tensione che sta attraversando le piazze d'Europa. Insomma una lunga chiacchierata, tutta la leggere. Dopo il salto trovate la prima parte, per la seconda dovrete aspettare domani.

Nel tuo libro L'offesa, il protagonista Kurt perde completamente il contatto con la realtà in seguito agli orrori della guerra. Questa sua atarassia può essere interpretata come metafora del distacco dalla vita politico-sociale e dell'ignavia che caratterizzano il nostro comportamento quotidiano di fronte al mondo?

Sì è possibile. Probabilmente, seppur in modo inconsapevole, durante la scrittura dell'Offesa Kurt lo concepivo in questo modo. Però non si tratta di un'atarassia positiva, non come la concepivano i greci almeno, piuttosto si tratta di un'atarassia negativa, nel senso che l'incapacità di agire nel mondo nasconde il desiderio di non voler vederne alcuni aspetti, di non acquisire un grado di responsabilità in determinati momenti storici. Kurt, il protagonista dell'Offesa, in quanto tedesco mi serve come immagine per sviluppare una riflessione, forse una delle riflessioni centrali del secolo: come è possibile che una società enormemente avanzata sul piano educativo, estetico e filosofico, possa essere stata capace di allevare al suo interno, di accettare per più di un decennio un degli esperimenti politici più mostruosi della storia? In questo senso mi sembra che la paralisi sia una spiegazione, l'unica che in un certo senso possa convivere con il fascino della malvagità.

Secondo te la nostra situazione in questo momento è paragonabile a quella?

No, non credo. La situazione in cui ci troviamo dipende da un'altra forma di eccesso. Io credo che viviamo in una società completamente satura C'è un mio romanzo, che sarà sicuramente pubblicato l'anno prossimo in Italia, che contiene una riflessione su questa nostra società, che io definisco come società della nausea, nausea intesa come sovrabbondanza.
Viviamo in un mondo saturo, dicevo, ma solo materialmente, perché in altri ambiti è assolutamente vuoto. Credo che quello che ci ha condotto nella situazione in cui ci troviamo non sia stata semplicemente la perversità del sistema o l'ingiustizia che genera il capitalismo, quanto piuttosto questa inutile sovrabbondanza di cui ci siamo circondati e che ci ha portato a scoprire e a sperimentare sulla nostra stessa pelle che a questa sovrabbondanza materiale non risponde una pienezza nell'ambito della vita affettiva o di quella spirituale, a livello di soddisfazione personale o di etica. Insomma, ciò che stiamo patendo ora proviene dall'incapacità di questo modello economico di generare felicità.

In questi giorni, con le commemorazioni dell'11 settembre si chiude un decennio segnato dalla paura e dal terrore. Che differenza c'è, secondo te, tra le due?

Io credo che la paura negli ultimi anni si sia trasformata in un'ideologia. Abbiamo vissuto immersi nella paura per troppo tempo. Quello che c'è di perverso è che la paura è comoda, nel senso che si sospendono le proprie responsabilità e ci si sente in qualche modo protetti, da questo stato di paura. Io credo che la cosa più perversa tra tutte quelle che vengono dalla paura è che ci ha obbligato a scambiare la sicurezza con la libertà. La rinuncia, durante questo primo decennio del XXI secolo, della libertà in nome di una presunta sicurezza, mi ricorda quasi qualche pagina di Hobbes nel Leviatano. Siamo tornati a una situazione di tipo teocratico, settario. Ma io credo che questa paura stia cambiando faccia nel corso del tempo. Prima è stato il terrorismo che minacciava la nostra sicurezza, l'integrità del nostro stile di vita, ma ora credo che stiamo sperimentando un altro tipo di paura, che non riguarda tanto la sicurezza fisica, ma la nostra morale, i nostri rapporti affettivi, le amicizie, le relazioni. Insomma, questa ideologia della paura permane, ma sta cambiando faccia. Il terrore invece è una esacerbazione della paura, Dostojevski diceva che "Il terrore è la maledizione dell'uomo", una frase che ho inserito anche nel Correttore, e che inizio anche come esordio del Crollo. Il terrore è una paura più atavica, più profonda, più arcana che interpella direttamente la natura umana.

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