Eroi esauriti: intervista a Davide Lisino

Siamo tornati sulle tracce dell'autore di Eroi esauriti - di cui abbiamo parlato proprio qualche giorno fa-, Davide Lisino, che naturalmente ci parla del suo ultimo romanzo, del suo Garibaldi e ci fa anche entrare nel suo mondo narrativo (che spesso e per ragioni diverse si scontra con quello esterno), svelando così uno scrittore molto più complesso di quanto si possa immaginare.

Perché hai sentito l’esigenza di scrivere un libro proprio su Garibaldi?
In realtà la molla che mi ha spinto è stata quella di scrivere una storia di avventura con molti elementi western, ma con un eroe totalmente italiano. Sergio Leone al cinema ha cambiato per sempre il western, ma il suo protagonista senza nome interpretato da Clint Eastwood è un americano. Nella nostra letteratura, tanto per fare l’esempio forse più famoso, anche Valerio Evangelisti – con la bella serie di Pantera – ha giocato con il western, ma anche nei suoi romanzi il suo eroe è straniero, un messicano. Io volevo che il mio eroe fosse un italiano e la scelta mi è sembrata naturale che cadesse sul più grande eroe nazionale. Tanto più che storicamente – questo lo sapevo già prima di mettermi a fare ricerche – Garibaldi era stato in visita negli Stati Uniti, era molto stimato da Lincoln che aveva voluto conoscerlo e che avrebbe voluto addirittura affidargli il comando di un armata nordista durante la guerra civile (tanto per la cronaca Garibaldi la rifiutò per continuare l’unificazione d’Italia).
Poi, leggendo libri storici sul nostro eroe, ho scoperto un sacco di informazioni interessanti, ne ho conosciuto le debolezze, le idiosincrasie, le ossessioni, e mi ci sono affezionato tanto da permettermi di immaginare un Garibaldi invecchiato, vittima in qualche modo della fama conquistata grazie alla sue imprese temerarie. Garibaldi all’epoca era l’uomo più famoso al mondo e – forse pochi lo sanno – considerato un sex symbol, alla stregua di Johnny Depp. Mi sembrava un tema molto attuale. Insomma non mi interessava scrivere un romanzo storico, ma un’avventura epica e ironica insieme, una sorta di mix fra Alexandre Dumas e Quentin Tarantino.

Ti piace giocare con i generi?
I amo i generi, sia in letteratura che al cinema. Perché i generi sono straordinari contenitori dove ci può stare di tutto, a cominciare dalla trattazione di temi urticanti e profondi. Perciò sì, mi piace usarli, magari anche per tentare di smontarne qualche stereotipo troppo usurato. Anche se sui generi forse c’è una riflessione da fare: da parecchi anni ormai il concetto di genere sta subendo una ulteriore mutazione di cui è difficile intuire la forma finale. Mi spiego meglio: prima i generi erano tendenzialmente codificati in modo rigido: noir, horror, avventura, commedia etc., ognuno con le sue regole. Poi i generi si è cominciato più massicciamente a mischiarli fra loro, (commedie gialle, noir fantascientifici, addirittura romantic-horror come Twilight). Se ci aggiungiamo l’iperproduzione che satura il mercato, anche questa formula sta mostrando la corda e si conclude che i generi stiano collassando definitivamente. Io spesso, almeno, ho questa sensazione. Ma lo stesso problema, in verità, riguarda ogni tipo di storia, indipendentemente dal genere. Il problema è che viviamo in una società dove tutto è narrazione. Sinceramente non so bene in che direzione stiamo andando, ma credo che la soluzione, dal punto di vista strettamente narratologico, sia far esplodere le strutture narrative – che riguardi il genere canonicamente inteso o meno – forse non preoccuparsene nemmeno, e puntare invece sempre sui personaggi, sulla verità dei personaggi, i soli che possano essere sempre unici, vari e originali. E che siano le loro azioni contraddittorie, e quindi molto umane, a decidere la struttura della storia.

Torniamo a Garibaldi. Il tema del libro ruota intorno all’idea del mito, tema affrontato di rado nella narrativa italiana. Si tratta del mito e il suo rapporto con la gente, o in relazione a se stesso?
In Italia, non so perché, ristagna ancora una mentalità per cui le storie che meritano davvero di essere raccontate devono spesso riguardare la realtà spicciola, le imprese quotidiane. C’è come un rifiuto verso storie e personaggi bigger than life. Non voglio fare polemica, ma è un modo di pensare inspiegabile e un po’ ottuso, a dirla tutta. Anche perché la supposta ricerca di realismo conduce spesso a una visione ombelicale, masturbatoria della narrazione, e paradossalmente ad allontanarsi dalla verità e dall’universalità dei sentimenti umani.
Detto questo, Eroi Esauriti affronta il mito in rapporto con entrambe le cose: la gente e se stesso. Innanzitutto nella figura di Garibaldi che era considerato un mito in quasi tutto il mondo dell’epoca, fatto di cui lui stesso era assolutamente consapevole; e nel suo conseguente tramonto dovuto all’avanzare dell’età. Il mito, poi, nell’ambientazione, quella americana, in particolare il west, terra appunto mitica per eccellenza. Il mito, inoltre, che inventa se stesso, attraverso il personaggio della giovane Calamity Jane, che aiuta il “mio” Garibaldi.
A questo proposito la figura di Calamity Jane è molto interessante. Qualche studioso arriva addirittura a sostenere che non sia mai esistita. Al di là di questa tesi, peraltro rigettata dalla storiografia predominante, ciò che invece mi ha suggestionato è che molte imprese tramandate della vera Calamity Jane siano in realtà state inventate di sana pianta da lei stessa. Era una donna infelice, anche per via del suo aspetto fisico sgraziato, e raccontava un sacco di balle per farsi accettare, amare dagli altri. Farla incontrare con Garibaldi che al contrario era un mito autentico e per questo adorato da tutti, mi è sembrato particolarmente stimolante.
Da ultimo, lavoro sul mito dal punto di vista narrativo, perché il viaggio e l’avventura sono da sempre i mezzi migliori per raccontarlo.

Ma non è l’unico tema presente nel libro, giusto?
No, in effetti ho affrontato altre due questioni che mi stavano a cuore: la prima è la difficoltà dell’accettazione del passare del tempo, dell’invecchiare. Nessuno può essere forte e agile e bello per sempre. Va così. Io ho 36 anni, sono considerato ancora un giovane uomo ma, pur avendo sempre praticato sport, non ho più la stessa elasticità di quando avevo vent’anni, soprattutto non ho più manco gli stessi capelli. E mi mancano i miei capelli, eccome se mi mancano.

È un’ossessione solo dei nostri tempi edonistici?
Io non credo del tutto. È un sentimento che ha sempre accomunato tantissimi di noi, non soltanto gli attori o gli sportivi famosi. O gli eroi guerrieri come Garibaldi. Il fatto, secondo me, è che guardare le prospettive di fronte a noi assottigliarsi sempre di più non è piacevole, non lo è mai stato.
La seconda questione, in parte connessa alla prima, è il rapporto con la religione, e con l’istituzione della Chiesa cattolica in particolare. Nella mia storia Garibaldi vuole vendicarsi di un sadico capitano delle guardie papali. Vicenda inventata, ma è vero che Garibaldi combatté varie volte contro l’esercito Pontificio. Di più: Garibaldi era un feroce anticlericale, odiava la Chiesa. In Italia, ancora oggi, questo aspetto del nostro eroe nazionale a scuola non si fa studiare, o si fa studiare molto superficialmente. Qualcuno per caso ne ha sentito parlare durante le celebrazioni dell’Unità nel 2011? Il fatto che questo aspetto di Garibaldi sia poco conosciuto fa intuire il problema dei rapporti che ancora oggi sussistono fra il nostro paese – che dovrebbe essere laico – e la Chiesa. La Chiesa cattolica influisce tutt’oggi su tutti gli aspetti più importanti della vita pubblica italiana, dalla politica (con per esempio, il cardinale Fisichella che giustificò Berlusconi per la bestemmia), alla salute (qualcuno ricorda il caso Englaro?) all’insegnamento, alla tv (sì, la tv: in una qualsiasi serie tv italiana è impossibile anche solo parlare di aborto volontario, malgrado ci sia una legge dello stato che lo permette).
Eppure Garibaldi non era ateo, aveva un’aspirazione al trascendente ma, esattamente come potrebbe avvenire oggi, notava le contraddizioni irrimediabili della Chiesa: un’organizzazione umana che pretende di possedere la verità su Dio, che impartisce diktat morali e poi si occupa di soldi e di potere.

Perché spedire Garibaldi proprio in America?
Perché come molti di noi, sono cresciuto con i romanzi e i film avventurosi americani. Perché amo il western (be’, mi sa che in questo non siamo in tanti ormai). D’altronde l’America, in qualche modo, non appartiene più solo agli americani, proprio perché gli americani, attraverso la narrazione, sono i più bravi a costruire il loro mito. Il quale, per sua natura, trascende i confini per farsi universale. E perciò, come ho detto, volevo mettere a confronto due tipi di miti: quello americano con quello italiano di Garibaldi e vedere cosa ne usciva.

Se Garibaldi fosse qui adesso, cosa penserebbe del Paese che ha contribuito a fare?
Già alla sua epoca Garibaldi sosteneva che gli italiani fossero un popolo profondamente ipocrita. E che ci fosse troppa corruzione, degrado morale, pusillanimità.
Centocinquant’anni dopo troverebbe – cito alla rinfusa – la Lega partito secessionista ed ex partito di governo; troverebbe politici cattolici che vanno al family day il mattino e festeggiano con mignotte e cocaina la sera; troverebbe il comandante Schettino; troverebbe Scilipoti. E troverebbe Berlusconi, naturalmente.
Garibaldi era originario di Nizza, poi ceduta alla Francia con la Savoia. Credo che oggi penserebbe: “Ma che mi frega, tanto io sono francese”.

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