
Ieri si è conclusa la quindicesima edizione del Festivaletteratura di Mantova, un’edizione come al solito ricca di eventi e di autori provenienti da tutto il mondo. Questa intervista è la prima di una piccola serie che pubblicheremo su queste pagine nei prossimi giorni. Si tratta di brevi interviste, conversazioni avute in questi giorni con alcuni degli autori presenti al Festival che ci hanno concesso qualche minuto del loro tempo.
Questo primo episodio della serie è dedicato a Paolo Nori uno degli scrittori più sorprendenti degli ultimi anni: autore prolifico di romanzi scoppiettanti, l’ultimo dei quali si intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo, ed è pubblicato da Marcos y Marcos; ha tradotto dal russo Gogol, Turgenev, Puškin, Lermontov, redattore della rivista Il Semplice, da ultimo fondatore dell’Accalappiacani, rivista pubblicata da DeriveApprodi.
Una volta hai citato un’immagine molto bella di Foster Wallace sulla dittatura: «Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?” I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa “L’acqua, quale acqua? “». Che cos’è per te la libertà?
Mi pare chiaro che per poterti muovere nel mondo devi capire dove sei, cosa hai intorno. Se sei nell’acqua o sulla terra, e malgrado le apparenze questa è una cosa molto difficile. Poi ci sono una serie di cose, io ero abituato a pensare fin da quando ero piccolo di essere una persona libera e che questa libertà derivava dal posto in cui vivevo. Col passare del tempo invece mi è venuto da pensare che la libertà non viene dal luogo in cui ti trovi, non viene dall’alto o non viene infusa ma dipende esclusivamente da te, è una cosa che bisogna coltivare se lo si vuole. C’è molta gente che preferisce vivere delegando agli altri le decisioni. Invece, ho amici che vivono o che hanno vissuto in Russia e che erano antisovietici e non ne facevano un mistero, e per questo hanno dovuto rinunciare a fare il mestiere che avrebbero voluto fare e andando a lavorare in fabbrica piuttosto che fare delle ricerche storiche. Però studiavano lo stesso il sabato e la domenica andavano in biblioteca, studiavano di notte, secondo me quelle sono tra le persone più libere che abbia conosciuto, e vivevano a Stalingrado, non a Parma o a Roma.
Cosa vuol dire scrivere?
Quando ero ragazzo mi piaceva disegnare e avevo comprato una di quelle dispense che trovi in edicola e nel primo numero di questo corso di disegno c’era scritto che imparare a disegnare significa imparare a guardare. Leggendo questa frase devo dire che inizialmente mi ero un po’ arrabbiato, ho pensato “che cazzata che ho comprato, ma certo che son capace di guardare!”. Eppure in quella dispensa c’era un esercizio pratico da fare: prova a pensare a una persona che vedi tutti i giorni ma che non hai davanti a te in questo momento, prova a pensare alla sua faccia, è rotonda o ovoidale? E le orecchie, come sono? L’attaccatura dei capelli a che distanza sta? Le sopracciglia sono sulla stessa riga o no? E io ho pensato a un mio compagno di classe, e una delle domande era sugli occhi. Sono ravvicinati o distanti? Io non sapevo rispondere, così come a nessuna delle domande, perché io ogni giorno quel mio compagno lo riconoscevo, ma non lo guardavo. Il giorno dopo sono entrato in classe e ho guardato Bruno forse per la seconda volta in tutta la mia vita, escludendo la prima volta in cui lo vidi. L’ho guardato veramente e mi sono accorto che aveva gli occhi molto ravvicinati. Scrivere alla fine, come diceva Malerba, è un modo per imparare quello che si pensa ma è anche un modo per guardare, per fare delle cose che non crediamo di saper fare. Anche Giacometti diceva che le sue statue erano un modo per imparare a guardare. Forse è un modo per prendere coscienza della propria incapacità, cioè che molte delle cose che facciamo le facciamo male, senza prestarci attenzione.
Cosa vede nel futuro del libro con l’arrivo degli ebook?
Non so prevedere esattamente cosa succederà, ma credo che non si debba aver paura. Io sono stato per lungo tempo contrario ai telefoni cellulari, adesso se dovessi dire perché non lo so, in qualche modo mi sembravano quasi un’offesa. Le persone che avevano il cellulare mi sembravano dei nemici, quasi come se non appartenessero alla mia classe sociale. Ovviamente era una cazzata enorme, dipendeva dal fatto che quando compare una cosa nuova - in me, ma credo anche nella maggior parte di noi, si scatena una dinamica che Lombroso, in un suo scritto sugli anarchici, chiama “misoneismo”, cioè l’avversione al nuovo. Per molto tempo ho dato spazio a questo sentimento, ma ora mi sembra una stupidata. Mi interesso di ebook, ma non solo, ho fondato insieme ad un mio amico, Alessandro Bonino, una casa editrice ebook. Cerchiamo di lavorare bene di fare dei buoni prodotti. Gli ebook delle grandi case editrici costano un sacco di soldi per il momento e non sono leggibili su tutti i supporti, e allora che senso ha? Il mio libro di einaudi che è uscito nel 2010, I malcontenti, in versione cartacea costa 16 euro e 13,99 in ebook. Vuol dire che se uno ha uno sconto minimo nella sua libreria o se lo compra su amazon spende di più per l’ebook che per la versione cartacea. Che senso ha? In ogni caso, non posso sapere cosa succederà, credo però che la forza dei Demoni di Dostoevskij non dipenda minimamente dal supporto. Certo, siamo abituati alla carta, i libri sono comodi e piacevoli da leggere, però anche l’ebook in fin dei conti è un oggetto utile, anche in viaggio. Sono sicuro che i due supporti non si elideranno a vicenda, continueranno entrambi.
Una delle sua cifre stilistiche più decise è l’uso della ripetizione, una figura retorica che avvicina decisamente il suo stile al parlato. Qual è il motivo di questa sua scelta?
Non credo di essere particolarmente attratto da questa figura retorica, credo piuttosto che questa figura retorica sia una di quelle che usiamo di più quando parliamo. Credo che in Italia ci sia ancora una discreta differenza fra la lingua scritta e parlata una differenza che ad esempio in russo non c’è. Il russo scritto e parlato sono due lingue quasi uguali. Quando leggi l’incipit di un qualsiasi classico della letteratura russa dell’Ottocento anche un bambino di 5 anni lo capisce.
Se io penso invece a una poesia italiana, il 5 maggio di Manzoni, per esempio:
Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro…
Che cosa ne capisce un bambino? Questa è una questione di storia della lingua, non è una cosa naturale, a noi sembra naturale perché fin da quando siam piccoli siamo abituati a leggere nei libri una lingua più ricercata, ma la lingua è bella tutta. E io volevo la possibilità di fare dei libri con una lingua semplice e complicata insieme, ma vera, non una lingua distillata, non mi va di lavorare sul fumo. Volevo la possibilità di mettere in un libro anche le cose che si dicevano sotto casa mia. A Parma qualcuno entra in un bar e dice “Son stato a Reggio, son stato”. Questo modo di parlare, con tante ripetizioni è una cosa che in prosa non è accettata, c’è stata una specie di crociata.
Mi viene in mente la prima traduzione di American Psyco, nella prima pagina compare tre volte la parola bus, il primo traduttore italiano ha tradotto il primo bus “autobus”, il secondo “corriera” il terzo “torpedone”. Allora già “autobus” e “corriera” sappiamo che sono due cose diverse, e poi “torpedone”? In un contesto come questo un lettore italiano potrebbe non immaginarsi che si stia parlando dello stesso autobus, e allora perché succede? La ripetizione è una figura fonica molto potente, e allora perché dobbiamo privarci di tutto questo?
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