Anteprima booksblog: Quasi quasi mi innamoro, di Anna Mittone Da oggi in libreria

scarpe da donna colorate Il primo romanzo di Anna Mittone, Quasi quasi mi innamoro, è stato la mia rivelazione dell’estate. L’ho portato al mare, un po’ scettica, perché quando ci si porta il lavoro in vacanza è sempre un rischio. Ho cominciato a sfogliarlo con diffidenza, pronta a rimandarlo agli ultimi giorni e a rimpiazzarlo con uno dei libri di riserva stipati nello zaino. E invece, nonostante il formato poco adatto a spiagge e scogli (l’ho letto in bozze, quindi in fogli A4 rilegati con i classici anelli in plastica), è diventato il mio inseparabile compagno tra un bagno e l’altro.

Consolata Bogetto ha trentasette anni, una madre che l’assilla, un padre assente e una sorella maggiore sposata con un “balengo”. Attraversa la sua esistenza con circospezione, così come quando cammina per strada e teme di cadere per via delle caviglie fragili. Un lavoro da commessa in una nota catena di librerie e, soprattutto, una storia finita male alle spalle completano il quadro. E allora lei, in una domenica piovosa, sprofondata in poltrona a casa dei suoi per il solito pranzo domenicale decide di innamorarsi. E lo fa sfogliando le pagine di Donna Moderna e incrociando lo sguardo da cucciolo ferito di Morgan. Sì, proprio lui, il cantante dei Blu Vertigo, il giudice di X Factor, l’ex marito di Asia Argento. Così tra amici che tentano di farla rinsavire, drammi familiari e giornate più o meno uguali di un inverno torinese, Consolata si perde nelle sue fantasie e vive un’esistenza parallela in cui lei e quello che ha deciso essere l’uomo della sua vita hanno incontri romantici su treni o boeing a seconda dello scenario prescelto. Finché la temuta realtà non giungerà a rispedirla con il sedere a terra, ma senza sbarrare la porta a un finale inatteso. Con una scrittura frizzante, scorrevole e molto “giovane” (punteggiatura ridotta all’osso, frasi brevi e linguaggio colloquiale), infarcita di citazioni letterarie e di costume, Quasi quasi mi innamoro si lascia divorare e una volta chiuso lascia una certa nostalgia e una voglia pazzesca di chiamare al telefono Consolata e chiederle: “Allora com’è andata a finire?”

Booksblog ha incontrato l’autrice Anna Mittone, al suo esordio letterario, ma con una carriera da sceneggiatrice alle spalle (Distretto di polizia, La squadra, Un posto al sole).
Allora Anna, la prima domanda è d’obbligo. Consolata Bogetto , c’est toi? Quanto c’è della tua esperienza personale nella protagonista di Quasi quasi mi innamoro?
Alcuni tratti di Consolata sono assolutamente moi: Torino, la tendenza ad inciampare anche da ferma, la scarsa cultura musicale, l’incapacità di affrontare di petto certe situazioni, ma soprattutto la tendenza a fantasticare sempre e su tutto, quasi una doppia vita parallela di cui non riesco a fare a meno. Fantastico sul mio futuro, su quello dei miei figli, sul mio matrimonio (anche se ho deciso di non sposarmi), sul mio funerale, su come sarò vestita quando andrò a ritirare l’Oscar (per il quale, naturalmente, ho già revisionato più volte il discorso di ringraziamento)… Diversamente da Consolata, però, cerco di non perdere mai la bussola della realtà!

Come è nata l’idea di questo romanzo e, soprattutto, perché proprio Morgan?!
Naturalmente ho sempre fantasticato sulla possibilità di scrivere un romanzo, ma mi ci sono voluti molti anni per convincermi che avrei potuto almeno tentare di scriverlo sul serio! Sono partita proprio dall’idea dell’amore immaginario, che mi sembrava un’esperienza molto comune e poco raccontata, ma stentavo a trovare un oggetto amoroso di riferimento, volevo evitare i clichè di Pitt, Clooney, Di Caprio e trovare qualcuno di famoso ma vicino, qualcuno a cui forse, impegnandosi davvero, con un po’ di coraggio e fantasia, si può anche arrivare. Poi una sera in cui il mio compagno era fuori per la settimanale partita di calcetto, dopo aver messo a letto i bambini, ho acceso la tv e, per la prima volta, ho visto una puntata di X Factor. E sono rimasta folgorata da Morgan! Come donna l’ho trovato subito affascinante, come scrittrice mi è sembrato perfetto per la storia che volevo raccontare e infatti, fin da subito, con lui come “uomo dei desideri” Consolata ed il suo mondo hanno preso vita.

Anche la tua stanza è stata (o è) tappezzata di poster di un cantante/attore/show-man?
Da ragazzina ero innamorata pazza di Elvis Presley, ascoltavo ossessivamente le sue canzoni e avevo più di un suo poster in camera. Naturalmente ero certa che non fosse davvero morto e che presto l’avrei incontrato dalle parti della Mole Antonelliana per vivere per sempre felici e contenti. In seguito mi sono molto appassionata a Ralph Macchio (il protagonista di Karate Kid, del quale purtroppo ho perso le tracce), ma quando è arrivato alla ribalta Brad Pitt ero già troppo cresciutella per attaccare poster. Appoggio però incondizionatamente la passione di mia figlia dodicenne per Robert Pattinson con il quale le ho permesso di tappezzare la stanza, porte comprese.

Consolata Bogetto probabilmente diventerà la Bridget Jones italiana, ma secondo me tra le due c’è una differenza sostanziale. Bridget è una specie di brutto anatroccolo che diventa cigno, mentre Consolata si smarca dal cliché hollywoodiano e resta coerente e “sfigata” fino alla fine della storia. Tu apprezzi il parallelismo o hai in mente altri paragoni cinematografici e/o letterari?
Bridget è sicuramente la matrice di quasi tutta la letteratura cosiddetta “chick” attuale e innegabilmente parte di lei è trasmigrata anche in Consolata. Il paragone è quindi d’obbligo, ma quello che ho cercato di fare è stato proprio eliminare anche quel po’ di glamour che comunque aleggia intorno alla sfiga di Bridget: il lavoro interessante, gli amici, le uscite serali cool, la metropoli con le possibilità che offre. Ho voluto dare a Consolata una solitudine che in fondo Bridget non conosce. Il mondo di Bridget (e ancor di più quello di Sex and the city) è un po’ il sogno della single, pieno di occasioni per conoscere uomini che sono sempre belli, affascinanti e spesso ricchi o vicini ad esserlo, mentre quello di Consolata è un mondo più vicino a quello reale, sul quale lei costruisce il SUO sogno. Inoltre, da lettrice e spettatrice un po’ smaliziata, sono un po’ stanca di storie dove alla fine il grande amore è quello che è lì fin dall’inizio e di cui la protagonista non si è mai accorta…

A proposito di modelli e cliché, nel libro la protagonista è assediata da mille condizionamenti esterni: la famiglia, i telefilm americani, tutto le suggerisce che l’unica strada percorribile è metter su famiglia, con chi non importa molto. Quanto è difficile secondo te per una donna alle soglie dei quaranta provare invece a uscire dai binari e a essere felice a modo suo?
Molto. Io stessa (che di famiglie ne ho messe su prima una e poi un’altra, totalizzando due figli), mi rendo conto che tendo a spingere le mie amiche single a fidanzarsi e fare figli e organizzo per loro cene con uomini separati! La pressione esterna non è facile da controbattere per chi vuole fare una scelta “fuori dal coro”, soprattutto per una donna, che viene costantemente messa di fronte al ricatto della maternità (se vuoi un figlio devi farlo subito, prima che sia troppo tardi!)

Restando in tema, l’idea che emerge della “coppia” è, in realtà, piuttosto negativa. Consolata e Paolo, la sorella e il “balengo”, i loro genitori. Tutte coppie insoddisfatte. Pensi che una appagante vita a due, oggi, sia diventata impossibile?
Penso che la vita a due sia sempre stata difficile, un tempo quando il matrimonio era un obbligo sociale perché potevi trovarti costretta a passare la vita con un uomo che non amavi, oggi perché la possibilità di scegliere la vita che vogliamo può diventare annichilente o portaci a desiderare continui cambiamenti. Eppure di una qualche forma di coppia in fondo abbiamo bisogno e così continuiamo a provarci, sperimentare, sbagliare e ritentare, cercando sempre nuove formule.

Torniamo a parlare di letteratura. Chi sono i tuoi autori preferiti e quali le influenze letterarie di Quasi quasi mi innamoro?
Il mio dio della scrittura è certamente Proust e amo moltissimo anche Maupassant, Balzac e Cechov mentre, tra i contemporanei, ho una passione per Philip Roth, Joyce Carol Oates e Houellebecq. Non oserei mai dire che mi hanno influenzato perché il mio romanzo non prova nemmeno a mettersi a fianco di tali giganti!

Questo è il tuo primo romanzo, ma hai una lunga esperienza come sceneggiatrice. Cos’è che distingue maggiormente la scrittura per cinema e televisione dalla composizione di un’opera letteraria?
Dal mio punto di vista la maggiore differenza sta nella cura della parola. La sceneggiatura, infatti, è uno strumento di lavoro per attori e registi e non un prodotto finito in sé, quindi certi aspetti stilistici sono secondari rispetto all’impatto visivo di certe descrizioni, alla “recitabilità” dei dialoghi. Un linguaggio ricercato, un fraseggio complesso non solo non è richiesto, ma può essere addirittura dannoso perché quello che nel romanzo passa attraverso il ritmo della punteggiatura, la scelta lessicale o retorica, nel film è affidato alla regia più che alla sceneggiatura.

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