Biografie scandalistiche, l'eterna corsa allo scoop

coco chanelDopo le polemiche seguite alla biografia di Coco Chanel in cui si sostiene che fosse una spia nazista, l'articolista dell'Independent si interroga su quali siano i criteri di una buona biografia, e sui confini leciti per invadere (“anche se retroattivamente”) la privacy di personaggi noti.

La prima domanda da porsi è però il “perchè” noi lettori continuiamo ad amare così tanto le biografie (in Italia sono il genere più venduto, oltre ai “gialli), e soprattutto quelle che rivelano materiale a “tinte forti” sui nostri autori preferiti, come i presunti problemi sessuali di Lewis Carroll, il vizio della pornografia di Kafka, le passioni erotiche insaziabili di Simenon (e sono solo degli esempi).

Il motivo, secondo l'autore, sta nel fatto che i cercatori di “sensazioni forti”, troppo rigidi per cercare “esplicito materiale sessuale negli scaffali della libreria”, possono trovare soddisfazione nelle biografie, “se non gli importa di essere intralciati da 500 pagine di materiale estraneo” al racconto di queste perversità.

A parte l'ultima affermazione polemica e ironica, che forse ha un bel fondo di verità, rimane la domanda di quale sia l'ingrediente che costituisca una buona biografia, al di là di queste che lui chiama “i memoriali delle miserie” di donne e uomini famosi.
Quand'è cioè che si giustifica l'idea di affidare a un autore una nuova “biografia” su un personaggio del passato. “Le biografie nelle moderne classifiche di best seller sono più che altro le vite di celebrities e personaggi dello spettacolo”, con la loro bella dose di “rivelazioni” e confessioni private.

Le biografie canoniche (degne di una lettura non occasionale) sono invece basate su altro, riguardano questioni come “la verità e l'identità”. “Una buona biografia – dice DJ Taylor, autore degli studi sulle vite di Thackeray e George Orwell – dovrebbe essere quello che Anthony Powell definisce “il mito personale”, non quello che fece il personaggio, ma l'immagine di sé che proiettò sul mondo. Quel che credeva di essere, quel che credeva gli stesse capitando – e quello che in realtà lui o lei era”.

Ovvero una “doppia prospettiva” che nasce di certo da uno studio approfondito di materiali letterari e biografici, come nel citato caso della vita di William Golding di John Carey, che include il corposo diario dell'autore del Signore delle Mosche. O di quella di Joyce firmata da Gordon Bowker, che si domanda “quanto irlandese” fosse l'autore dell'Ulisse.

E Coco Chanel? “Lei visse così tanto nella menzogna, nella sua lunga vita di successo, che non è sorprendente che i biografi fanno la fila per tentare a turno la fortuna e dissotterare la verità – stanno ancora cercando di farlo”.

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