Alla città nemica

di Nunzio Festa



Il ciclo della terra, quella vera fatta di frutta e animali. Il cambio delle stagioni e un ennesimo riconoscimento della trasformazione artificiale dei ritmi della natura. Come il distacco forzato dal traffico, e dal rumore assordante quanto dannoso dello smog. Queste cose e altre suggestioni difficilmente controvertibili sono contenute nel pamplhet (in forma di diario) Alla città nemica, di Sonia Savioli. Quest’autrice, da diversi anni è fuggita da Milano. L’ha fatto per trasferirsi nelle campagne toscane, per salvare i corpi e le anime della sua famiglia. Il figlio era stato colpito da una malattia “cittadina”. In realtà, la protagonista non è fuggita. Ma è tornata indietro. In fondo “dentro ognuno di noi la campagna è difficile da sradicare completamente”, quindi, pure, se “oggi, la città sono i paesi ricchi, industrializzati: la campagna, sono i paesi poveri, sottomessi e sfruttati”, è indispensabile stare dalla parte dei deboli, dalla parte della campagna chiaramente. Davanti al caminetto tutti gli uomini sono uguali, nota la Savioli. E facilmente, chi, magari solamente durante la propria infanzia, ha avuto la possibilità e il piacere di farsi pettinare dai rivoli dolci della fiamma d’un camino, riesce a comprendere quanto questa osservazione sia acuta. Cosa lascia intendere. Probabilmente l’eccessiva e studiata ripetizione della termine “nemici” appesantisce, forse troppo, i giudizi radicali, nonché molto argomentanti, espressi nelle pagine. Questa parolina è brutale, però è intesa dall’autrice quale chiave funzionale alla comprensione complessiva del testo, del volume nato anche grazie all’approfondimento offerto da scrittrici di razza, riviste e giornali critici e di movimento (lo si apprende pure nella citazione delle fonti). La scrittura di Sonia Savioli è molto semplice, facile da capire allo stesso modo degli elementi significati di cui è impastata: delle piante, dei frutti, degli animali. “Oggi, terzultimo giorno di agosto, alle sei del pomeriggio, cinque per il sole e la terra, ci sono ventinove gradi all’ombra. Con un vento che da stamattina spazza a raffiche violente come una scopa rabbiosa tutto il mondo. Ma è vento di scirocco, l’aria è torbida d’umidità e di polvere. Quindici anni fa nel Chianti manco sapevano cosa fosse lo scirocco. Nemmeno il nome ne conoscevano”. Questo passaggio, invece, presenta un altro aspetto importante del lavoro della Savioli. Ovvero quelle note visive riportate senza orpelli, “I nostri amici hanno visto seccare le piante di pomodori sotto un sole che ustionava le foglie; hanno visto seccare insalate e cavoli, fagioli e zucchine, nonostante le annaffiature più frequenti del solito (…) Il problema vero è che gli insetti predatori e gli uccelli, specialmente gli uccelli insettivori, sono ormai una rarità”. Alla campagna sono state sottratte delle doti. Se in città v’era stata la scomparsa delle lucciole, nelle terre distanti dal caos è scomparsa la mantide o i volatili predatori. Contemporaneamente nel Chianti s’è fatto vivo un personaggio nuovo, un vento sconosciuto agli indigeni. Questo piccolo diario omaggia la sana lentezza delle contadine e dei contadini, la loro sapienza. Senza finta compassione e con accentazioni circostanziate. “Slegati dalla terra, siamo in balia delle abitudini imposte dall’industria e dal mercato” testimonia l’autrice. “La competizione è la religione della città” afferma con tono drammatico. Necessario. Un testo che serve per continuare a discutere su alcune categorie del dibattito portato avanti sul consumo critico, sulla irrimediabilità di ridiscutere dello stile di vita occidentale e sulla scelta della produzione da proseguire a discapito d’altre. Nonostante il suo passato da cgiellina, la Savioli non ci pensa su due volte a criticare il comportamento della classe operaia. Lo fa, però, dimenticandosi di nominare e approfondire le cause di questo comportamento.




Alla città nemica

Diario di una donna di campagna

Sonia Ravioli

(Malatempora editrice, Roma 2005)

pag. 126

euro 9.00

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