Festivaletteratura 2013: intervista a Chiara Prezzavento

La vitalità del romanzo storico e del medium della rappresentazione teatrale.

Chiara PrezzaventoPassando per piazza delle Erbe ci siamo ritrovati dinanzi al suggestivo spettacolo della Rotonda, illuminata da bracieri e "abitata" da attori abbigliati con costumi d'altri tempi. Erano i protagonisti dello spettacolo "Somnium Hannibalis", rappresentato proprio ne medesimi luoghi e en plein air, durante il Festivaletteratura 2013 appena conclusosi. Un'atmosfera coinvolgente, che ci a spinto a volerne sapere un po' di più e ad interrogare direttamente Chiara Prezzavento, autrice del testo dal quale è stata tratta la pièce, ma anche dello stesso adattamento teatrale, che, a pochi passi e qualche ora dai "luoghi della rappresentazione" ci ha concesso qualche "segreto di lavorazione" che vi presentiamo cominciando proprio dai problemi di traduzione già incontrati in occasione della presentazione di alcuni lavori su "L'Antigone".

Innanzitutto quali sono i segni distintivi dei due mondi, quello della pagina scritta e quello della messa in scena, e come si passa da uno all'altro?
Sono due linguaggi diversi, perché il romanzo e il lavoro teatrale coinvolgono il lettore e lo spettatore in maniere differenti. Ciò che nel romanzo è scritto e descritto, deve essere fatto passare in teatro attraverso l'azione scenica. Per cui tradurre dall'uno all'altro richiede tutta una serie di spostamenti, di punti di vista, ma anche nel modo di rivolgersi al destinatario. Jeoffrey Swith, teorico, insegnante e scrittore di teatro americano afferma che i romanzi difficilmente sono adatti al teatro perché sono proprio concepiti in modo diverso e il romanziere è l'ultima persona che dovrebbe adattarli perché pensa in modo diverso. E' un tema sul quale ho avuto modo di riflettere a lungo mentre adattavo Annibale perché ho riscontrato spesso questa difficoltà. Avevo dalla mia il vantaggio di aver studiato teatro dai 16 ai 21 anni e di avere visto come funzionava e quindi anche un'idea delle esigenze della compagnia e degli attori nel momento in cui devono appunto tradurre. Sono loro gli intermediari che mediano tra il testo, anzi tra quello che resta del testo, e il pubblico. Tra l'altro il romanzo aveva una struttura vagamente teatrale, essendo alcune parti scritte in forma quasi dialogica, come quando Annibale si interroga su Vittoria, Sconfitta, Massimi Sistemi, Sogni e come vanno a finire. Questo schema era già presente e quindi ho mantenuto l'idea della cornice di dialogo, nella quale si inseriscono gli episodi in forma di flashback.
Quello che mi frenava di più era l'idea che si trattasse di un progetto delle scuole, caratteristica che mi aveva spinto ad adottare un modo di scrivere strettamente didattico, con i due personaggi principali in veste di narratori che servivano di raccordo tra una scena e l'altra. Immagino che fosse funzionale, ma quando l'ho presentato alla compagnia mi hanno detto no, non ci siamo, non ha niente che non va, ma non è quello che vogliamo. E allora ho cominciato ad elaborre diversamente la cosa, concentrandomi sui punti fondamentali abbandonando l'idea della cronologia precisa ed ecco che, poco per volta, la cosa ha assunto l'andamento e un po' il colore e, spero, l'intensità che volevamo che possedesse lo spettacolo.

Tra adattamenti e aggiustamenti...
La necessità non era quella di presentare la storia di Annibale, ma il personaggio, il punto di vista, e per questo serviva qualcosa di diverso da un elenco di dati. Ed lì che si è rivelato senza indispensabile il poter lavorare insieme alla compagnia, perché mano a mano che provavano, non dico a metterle in scena dato che prima c'è stata una lunga fase di workshop, però ho avuto così modo di vedere direttamente cosa funzionava e cosa meno e di apportare gli opportuni correttivi. Ciò che sembra corretto sulla carta, molto spesso sul palcoscenico non ha la stessa efficacia e intensità. Un procedimento che, nel mondo anglosassone è prassi comune. L'autore scrive una prima stesura, poi ne consegna una versione parzialmente definitiva, la compagnia organizza una lettura (solitamente in piedi con il copione) ed è così che si scoprono le rigidità.

C'è negli ultimi tempi, un'impressione di ritorno, un nuovo interesse nei confronti delle grandi storie classiche, ce lo confermi?
Sarebbe una bella cosa dato che il romanzo storico è stato trascurato per molto tempo in Italia, dov'è una specie di Cenerentola e viene considerato quasi come un genere minore. A me è capitato spessissimo, e ho sentito lo stesso anche da altri autori che se occupano, che ci sia sempre qualcuno pronto a commentare con frasi tipo: "Si bello, adesso puoi cominciare a scrivere romanzi seri". Ma, come spesso accade nell'editoria italiana, non credo che quest'ondata recente arrivi da un interesse interno, quanto piuttosto dall'estero, dove c'è un mercato fiorente, soprattutto nel mondo anglosassone, sulla scorta di una serie di romanzi tradotti che hanno avuto grande successo.


Anche se ho la sensazione che i romanzi storici che arrivano all'attenzione dei canali di stampa e di conseguenza de lettore, siano quasi unicamente i best seller, appositamente costruiti...
Questo è vero, e dipende dal filtro operato dalle case editrici attraverso la traduzione.

Mentre invece, ritornando agli autori italiani, credo si noti una qualità legata alla volontà di raccontare i propri studi, un po' più distante da certe dinamiche commerciali...
Spesso e volentieri si tratta di storici dell'arte, o di qualche altro campo specifico, professionisti appassionati più che romanzieri, anche se credo che le due cose non siano poi così scollegate. Nel senso che l'interesse è stato generato dal successo generale dei romanzi tradotti e, in seguito a ciò, gli autori italiani hanno cominciato a scrivere in modo diverso, con una mentalità diversa e con interazioni nuove. Quindi l'interesse per la storia è vivo, ed è singolare il fatto che fosse considerato come un genere minore, proprio in un posto come l'Italia, forte della sua storia millenaria.

E' uno dei segni che forse qualcosa sta cambiando, che un nuovo interesse si stia muovendo?
Speriamo, speriamo perché sarebbe un qualcosa di fondamentale per la scuola e per il senso. Occupandomi di laboratori di scrittura teatrale nelle scuole noto spesso che i ragazzini non hanno un briciolo di prospettiva storica, e della complessità della storia, trascinandosi dietro questa lacuna anche da adulti. Non si fa molto a livello formativo per incentivare l'interesse nei confronti della storia e se questo potesse cambiare...

In che misura gli spettacoli e/o le rappresentazioni che sono legate a questo mondo riescono invece a far breccia su certi pubblici giovani o semplicemente non abituati alla lettura del romanzo storico in sé?
E' capitato parecchie volte che dopo aver visto lo spettacolo (che si tratti di quello su Annibale, o Anita Garibaldi o Matilde di Canossa...) mi si dicesse stimolato dalla pièce ho letto, ho cercato, ho fatto qualcosa...Dopo di che c'è sempre il caveat che naturalmente lo spettacolo teatrale scorcia molto le prospettive, taglia molto gli angoli, semplifica, si prende delle licenze, quindi non basta per avere una conoscenza dei fatti. E' solo una porta che si apre. Si spera sempre di restituire un'impressione della mentalità di un altro secolo, dell'atmosfera, del colore, risvegliando un interesse che possa poi condurre ad un approfondimento, anche solo di interesse generale.

Via | chiaraprezzavento.com

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