Sulla migrazione, sul presente e sul futuro dell'Europa: un'intervista a Antoine Audouard, autore de L'Arabo

Sulla migrazione e sul presente e sul futuro dell'Europa: un'intervista a Antoine Audouard, autore de L'Arabo Qualche giorno fa abbiamo parlato di un bel libro uscito recentemente per i tipi di Isbn, un libro, potente come un pugno nello stomaco, intitolato l'Arabo, scritto dal francese Antoine Audouard. Un libro che dipinge con estrema crudezza e senza fare sconti le difficoltà della nostra società, minacciata dal razzismo e dalla xenofobia.

Per inoltrarci un po' di più in questo fangoso ma attualissimo argomento, abbiamo intervistato per voi l'autore.

Da dove deriva il personaggio di Mamine? E possibile che questa donna vile, chiusa in se stessa fino alla xenofobia, possa rappresentare il presente che sta vivendo l'Europa?

Il personaggio di Mamine è all'origine di tutto il libro: la voce di una donna, che somigliava a quella di una vicina, in un paesino che conosco, è il primo suono che ho sentito. La voce diceva: «Ci mancherebbe solo che fosse un Arabo!» A partire da questo è nata la storia e il personaggio si è sviluppato: sempre più grosso,più spaventato, più ferito e più cattivo... Dentro di me credo che sia arrivato ad essere una sorta di divinità preistorica, una Venere atroce, un mostro se vogliamo, ma venuto dall'interno della nostra società e della nostra storia. Senza dubbio, poi, mi sono ricordato di alcune confessioni che mi aveva fatto una donna qualche anno fa, confessioni che mi avevano lasciato stupefatto. Vi dico questo per farvi capire che il personaggio non si è creato a partire da un'idea, da un simbolo, ma dalle sensazioni: un grido, una paura, un corpo. Certo che poi lo si può interpretare come si vuole. Quello che conta per me è che, perfino nella sua deformità fisica e morale, resti quel qualcosa che ci fa mormorare: «è terribile, ma è così». O anche, forse ancora più dolorosamente: «è terribile, ma siamo anche noi così». Che forse, poi, è un modo per dirvi che è esattamente di noi che io parlo, e non di villani razzisti che esistono all'infuori di noi.

Ha scritto un libro forte, che fa rodere il lettore e lo obbliga a riflettere sul suo rapporto quotidiano con l'alterità. Crede che la letteratura possa spingere gli uomini a impegnarsi di più nella realtà, per cambiare e, magari per cambiare se stessi?

Non sono però sicuro, per quanto sia grande l'amore che provo per la letteratura, che questa sensazione quasi vitale sia in realtà la vita stessa: Nabokov direbbe che la letteratura è molto più forte della vita e Vargas Llosa che le sue menzogne ci conducono verso delle verita su noi stessi e sul mondo. Personalmente mi accontenterei di questa impressione di intimità che, ogni tanto, si crea, quella che ci prende davanti ai racconti di Checov, per esempio, e che ci strappa ben poche parole, giusto qualche sospiro. Può questa sensazione sfociare nell'impegno? Se per questo impegno intendete un attivismo militante, direi che nulla è più lontano da me; se invece, intendete dire che, da questa maniera più sottile e sotterranea di procedere, la meditazione individuale può trarre forza vi dico, perché no? Personalmente non escludo che mi aiuti a non essere uno stronzo nella vita.

Alcune recensioni del suo libro, che ho letto su blog francesi, avvicinano l'Aarabo a certe pagine di Céline. Pur credendo che il confronto, soprattutto a livello linguistico, non sia completamente corretto, devo ammettere che in alcune delle pagine di questo vostro romanzo c'è una asprezza, una sensazione di malinconia e una volontà di rappresentare la parte marcia e depravata dell'uomo che, in qualche modo, è avvicinabile alla maniera céliniana. Cosa ne pensa? Céline fa parte delle sue ispirazioni letterarie?

Céline rappresenta un punto oscuro della letteratura francese: il suo antisemitismo evidente, virulento, lo rende sempre difficilmente frequentabile; eppure moltissimi scrittori affermano che lo stiamo ancora leggendo e rileggendo, che ci stiamo ancora affannando per affrontare la carica enorme della sua scrittura, la dinamite che ha piazzato nella nostra lingua, estraendone una nuova e straordinaria creatura. Per me resta uno scrittore "tradizionale", perché credo che tutta la tradizione francese venga da Rabelais, autore profondamente colto, ma anche profondamente contadino, che ha mischiato l'orale allo scritto, il burlesco con il tragico, in una maniera che potremmo anche dire, ante tempore, céliniana. Nella sua domanda ha usato la parola "chagrin", malinconia, una parola per quanto la sento vera e forte, per quanto mi ci sento vicino. Non ho certo il genio di Céline, e non credo di essere animato dalla stessa collera e dallo stessio odio che viveva in lui, ma la situazione pietosa in cui giaciamo provoca in me un senso di malinconia molto profondo. La protagonista del mio libro, in ogni caso, è la voce collettiva, quella del villaggio, quella delle dicerie che si inseguono, che è divertente e graffiante, ironica, crudele, ingiusta forse anche insopportabile, e sì, è céliniana. In tutti i casi lo prendo per un complimento.

Perché ha deciso di aprire, nel finale del suo libro, a uno spiraglio di luce?

Le ho parlato del suono che apre il libro. All'inizio non avevo che quello. Invece per finire avevo un'altra immagine: quella di un uomo nell'acqua. Dal punto di vista narrativo era tutto lì. Poi, non so esattamente in che modo, questo mi ha portato ad essere elementare e materiale: se le parti in cui si divide il mio libro sono state intitolate Pietra, Acqua, Fuoco e Aria è perché sul serio i miei personaggi e la mia storia ne erano impregnati, saturi, e che questi elementi erano, effettivamente, uno ad uno, il motore di quello che volevo raccontare. Da qui, per esempio, la scelta della cava, delle pietre tombali, dei terrazzamenti, etc. Scrivendo "scelta", distrattamente, è come se ammettessi al possibilità di altre scelte. Ma in realtà non ne avevo altre. Per tornare alla vostra domanda, l'ultima parte non si intitola la Luce, ma l'Aria, che non è la stessa cosa. Se cerco di ricostituire le sensazioni che provavo mentre scrivevo (il che non è certo una cosa facile), l'immagine che avevo era quella di una palude – lo stagno di Vaccarès, in Camargue – che costituiva un primo piano sempre più stretto sotto un cielo che invadeva quasi tutto lo spazio, in modo che quando l'Arabo entra nell'acqua, sembra quasi che sparisca anche nel cielo. Se questo può rappresentare o meno una speranza non lo so, non ne avevo l'intenzione in questo caso. Come dice un mio amico, l'etnologo François Bizot: «Non sono sicuro di credere nell'uomo, ma credo nella vita». E l'Arabo ha perso la sua di vita, ma l'ha anche donata qualcuno. Riconsco che finire il libro in questo modo possa lasciare spazio a un ottimismo non solo biologico: l'Arabo affogato rivive sotto forma di un bambino, e nel passaggio ha anche guadagnato un nome.

Gli ultimi fatti che hanno sconvolto il Nord Africa e tutto il mondo arabo, soprattutto per le loro conseguenze sui flussi migratori, possono far traballare l'Europa, già fortemente instabile?

Non ho alcuna competenza particolare in questo caso, né quella di un sociologo, né quella di un politologo; possiedo soltanto il punto di vista di un cittadino ordinario. La mia esperienza personale è composta, in questo caso, dai miei incontri con giovani francesi migranti, uomini e donne. Vorrei, prima di confessarvi tutte le molteplici ragioni del mio pessimismo, farvi parte di un paradosso: sono sconvolto di non trovare mai nei media, nelle parole degli uomini politici, ma anche negli stessi racconti di vita di chi è coinvolto, un cenno al numero di quelli che in fondo, per la lingua, per la cultura, ma anche per quel poco che ci resta della fede nei nostri valori (diciamo l'Illuminismo, anche qui per farla breve) sono a tutti gli effetti "integrati" o, in ogni caso, sono completamente impregnati della nostra cultura. Il problema è anche che loro stessi devono affrontare spesso difficoltà estreme nella valorizzazione sociale dei loro successi culturali. E non ci possiamoc erto accontentare degli cosiddetti esempi degli sportivi professionali, un mondo profondamente pervertito, intriso del culto dei soldi e del risultato ad ogni costo.
Ma anche il resto è una vera miseria: segregazione razziale e sociale, paura dell'Islam, culto della paura. Tutto è programmato per fare in modo che i flussi di migrazione rinforzino e radicalizzino il razzismo, la sfiducia, la demagogia. In Francia, per la prima volta, un sondaggio per le elezioni presidenziali ha dato favorita Marine Le Pen, la figlia del leader del Front National rappresenta oggi la faccia presentabile dell'estrema destra. E' c'è il rischio che la sua influenza cresca ancora.

Cosa vede nel futuro dell'Europa?

Il pensiero della nostra decadenza fa ormai parte del nostro vivere quotidiano: si traduce nella paura, nel cinismo, nella perdita della speranza. Ci sono segni evidenti di questo. Ma perché non divertirsi allora ad andra ein senso contrario, perché no? Bisogna ammettere, contro quello che dicono i dirigenti politici, che la nostra identità collettiva culturale è antica e forte e che ed è questa identità che ancora oggi esercita una grossa influenza nel mondo intero, anche se il peso economico e politico dell'Europa diminuisce. I crescenti dubbi davanti al marasma politico europeo, sulla capacità delle istituzioni di difendere i propri cittadini, hanno finito col seprarci gli uni dagli altri, molto più profondamente di come eravamo nel XIX seoclo. Goethe riceveva e scopriva con passione tutto quello che veniva pubblicato in Europa, e leggeva quasi sempre in lingua originale. Non credo che ci sia niente di male a credere che le nostre vecchie lingue siano belle, che le nostre culture siano ancora ricche di frutti, e penso anche che nelle prime file di coloro che porteranno avanti questa cultura ci saranno i figli e le figlie dei migranti che sono arrivati da noi spinti dalla miseria e dalla disperazione.

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