Due sono i pregi de Il terrazzino dei gerani timidi, primo romanzo di Anna Marchesini, in libreria per i tipi della Rizzoli.
Il primo pregio è la capacità che la Marchesini ha di descrivere scene e situazioni: dai gerani timidi che danno il titolo al romanzo, al volo dei piccioni; dal batticuore delle coppiette che si appartano sul viale dei tigli alla forza prorompente del vento che tutto squassa e che mette in campo un’epica lotta tra un pezzo di carta e la talare del prete; dalla conformazione delle dita delle suore alla descrizione delle cosce “da vecchia” che si vedono nei letti d’ospedale. Descrizioni poderose, a volte, che ben evidenziano la profondità dello sguardo di Anna Marchesini, che riesce a far rivivere dinanzi agli occhi del lettore le più piccole sensazioni, come quelle, per esempio, di una torta al cioccolato che si squaglia.
L’altro pregio è costituito dallo stile: un vocabolario ricercato, un periodare ampio, un ricorso all’asindeto che rendono la pagina scritta un vero e proprio viaggio nell’intimo (tanto dell’autrice quanto del lettore) e permettono il riaffiorare di ricordi e di sensazioni che si credevano sopiti.
Questo secondo pregio, però, rischia di trasformarsi in un difetto: la ricercatezza della parola – segno tangibile delle molte letture che hanno nutrito l’autrice – e la musicalità del testo tradiscono, a volte, un che di teatrale che non del tutto ben si confà al romanzo. Nel leggere di nomi e di personaggi che tante volte abbiamo visto interpretati dalla Marchesini “comica” nei suoi sketch, pare quasi di ascoltare nell’orecchio il suono della voce dell’attrice che dà vita ai passi scritti e che a teatro, con la sua indubbia bravura, starebbero benissimo. Ma, forse, in un testo scritto perdono un po’ di fascino e appesantiscono la lettura.
Il romanzo – ben curato anche dal punto di vista grafico e tipografico con la bella immagine di Davina Feinberg, la copertina cartonata e alcune “macchie di colore” (di un colore spento, però, per usare le parole della Marchesini) e il dorso telato – costituisce, comunque, una vera esperienza di lettura. E, forse, permette un po’ di sbirciare nella fucina dei personaggi di Anna Marchesini, confermando quel pensiero della grecità classica secondo il quale il comico nasce dal tragico.
Il terrazzino dei gerani timidi è un romanzo che racconta la storia di una bambina di altri tempi e il modo in cui questa bambina si muove nel mondo degli adulti. E non aspettatevi un libro comico, anche se qualche sorriso lo strappa. In ogni caso, è un libro di cui consiglio la lettura.
Anna Marchesini
Il terrazzino dei gerani timidi
Rizzoli, 2011
ISBN 978-88-17-04716-6
pp. 240, euro 17,50
charliebrown
04 mar 2011 - 11:40 - #1Da evitare (con tutto che lei la adoro): storia pesante scritta in un modo pesantissimo.
Ogni cosa o persona di cui parla sono affiancate da molteplici aggettivi e similitudini, ogni cosa che succede da la stura ad una serie di riflessioni psicologiche perlopiù angoscianti che si protraggono per pagine e pagine; strano poi che a farle sia nel racconto una ragazzina di manco 10 anni, che vive in perenne ansia e senso di inadeguatezza.
Sicuramente profondo, ma tragicamente eccessivo.
monsieurmostro
04 mar 2011 - 19:22 - #2Io, invece, non l’ho trovato così tragico: certo non è una lettura potabile (e insipida) come un romanzetto d’Ammaniti, ma la visione della giovane narratrice (non è difficile farla coincidere, in ultimo, con quella di Anna stessa), sebbene disillusa e certo tragica, non dimentica mai l’ironia. Questa è sempre stata la cifra della Marchesini anche come attrice. I virtuosismi solo a tratti pretestuosi, l’aggettivazione emorragica, tutto concorre a creare questo clima sospeso, gustoso. Landolfi, di cui l’autrice/attrice s’è spesso impossessata sul palco, torna, ben tangibile, ad ogni pagina di questo romanzo. Ho apprezzato! :-)
Massimo çLeotta
17 giu 2011 - 18:47 - #3Lettura non sempre facile, considerazioni a volte molto profonde che inducono a meditate riflessioni, anche se, a volte, risultano di non facile comprensione. Qua e là il periodo lascia il lettore un po’ perplesso. Ciò che però, almeno per me, è risultato molto affascinante è la concezione dilettosa del dolore e la contemplazione sofferta , ma orgogliosamente esibita dell’immenso fascino del sogno vissuto in gioiosa e al tempo stesso dolente solitudine. Emerge uno spirito necessariamente infelece il che è la caretteristica della grandezza.