Come cambia la scrittura nell'epoca digitale?

bozze infinite jest david foster wallace

Ragionando sull'evoluzione della lettura ai tempi della "rivoluzione digitale" e notandone la veloce evoluzione, non si può non pensare all'altra faccia della medaglia, quella che riguarda l'atto speculare della lettura, ovvero la scrittura. Se è vero che, sobillati da continui richiami che ci azzoppano la concentrazione, la nostra capacità di lettura di testi lunghi e articolati ci risulta pressoché impossibile, è altrettanto vero che le modalità di scrittura, sottoposte agli stessi traumi da connessione perpetua, si stanno anch'esse trasformando.

Proprio oggi un tweet einaudiano mi ha portato a una foto di una pagina delle bozze di Infinite Jest (nella foto), di David Foster Wallace. Osservando un reperto del genere ci rendiamo conto che la nostra attività di scrittura, che si tratti di un romanzo complesso come Infinite Jest o un semplice post di booksblog come questo, si basa fondamentalmente su un processo di scrittura-riscrittura, una sorta di balletto cerebrale che, per imprimere su carta un ragionamento, un racconto o qualsiasi altra cosa, va avanti e indietro, dal mondo non scritto delle intuizioni del nostro cervello al mondo scritto della pagina o del monitor.

Eppure, guardando quella pagina di bozza di Wallace, credo che non si possa fare a meno – o almeno, io non posso fare a meno – di provare un brivido, e non tanto per l'ammirazione quanto per una sensazione che potrebbe somigliare alla vertigine. Infatti, nonostante quella pagina di Wallace sia puntellata da decine di correzioni e revisioni, di frecce e di simboli vari, queste intrusioni a posteriori che il pensiero compie su se stesso non sono numericamente paragonabili alle stesse intrusioni che lo stesso pensiero compie digitando su una tastiera.

Provate a farci caso, quante volte vi capita, mentre scrivete al computer di cancellare, modificare, invertire, spostare, sopprimere e aggiungere che si tratti di periodi, parole, punteggiatura o qualsiasi altro elemento? Personalmente devo dire che mi capita spessissimo e, rispetto a quando mi capitava di scrivere su carta – e ormai si parla di ricordi liceali di una decina di anni fa – mi sembra che il fenomeno sia esploso, tanto da farmi pensare che sia cambiato il modo di formalizzare le mie riflessioni.

Se ora scrivo quasi sempre di getto e il momento di riflessione è molto vicino al momento della digitazione, quando scrivevo su carta questa distanza temporale era decisamente più ampia, tanto più ampia da poter dire che allora c'era un momento dedicato alla riflessione e uno dedicato alla scrittura. Ora, dicendo questo, non voglio assolutamente postulare un'apocalisse culturale o un imbarbarimento del mio cervello, ma voglio semplicemente ragionare su un'evoluzione che, al pari di quella che coinvolge la lettura e forse anche di più, ci riguarda tutti.

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