Dall'Illusionista al futuro della cultura nell'epoca digitale: una conversazione a tutto campo con Edoardo Montolli

Dall\'Illusionista al futuro della cultura nell\'epoca digitale: una conversazione a tutto campo con Edoardo Montolli Dopo Il boia e La ferocia del coniglio, Edoardo Montolli, giornalista freelance specializzato in inchieste "borderline" sui alcuni dei temi più controversi di questi nostri anni – dal gioco d'azzardo alle sette sataniche, dalle gare clandestine al mondo delle carceri – è tornato al thriller con L'Illusionista, edito da Aliberti, un libro denso e oscuro che, facendo reagire gli ingredienti del migliore giallo investigativo con un mistero tanto enigmatico quanto inquietante, accompagna il lettore in un viaggio nell'abisso del male, senza via di scampo.

Noi di Booksblog lo abbiamo intervistato cercando di scoprire di più su questo suo ultimo libro e di ragionare sul suo lavoro di giornalista e scrittore, sul genere poliziesco e sul futuro del giornalismo e della letteratura. L'intervista prosegue dopo il salto.

Che rapporto c'è tra il tuo lavoro di giornalista di nera e il tuo lavoro di scrittore?

In realtà la nera è stato solo l'ultimo approdo. Per anni mi sono occupato di inchieste su mondi borderline, che sono i mondi che poi popolano i miei thriller. Credo che i romanzi siano un modo per investigare la realtà, la mente, la storia, e per tentare di decifrarla spingendosi dove la realtà ti impedisce di farlo. In effetti ho conosciuto e intervistato una cellula del Fronte di Liberazione Animale, quella a cui è a capo ne L'Illusionista il professor Santini. E da lunghissimo tempo mi occupo di errori giudiziari e ingiuste detenzioni, uno dei temi del libro e uno dei problemi più scandalosi da cui è afflitta l'Italia - il Paese dell'Ue più condannato per ingiusta detenzione - nell'indifferenza più o meno generale. Tanto, in questi casi, nessuno paga.  Ecco, il thriller permette di raccontare storie drammatiche e devastanti che la cronaca dimentica in quattro righe. Come quelle della logica del branco, quando il branco colpiva alla fine degli anni '60 e c'era un'altra società a doverlo giudicare. E' una testimonianza nascosta tra le righe della fantasia.


La società che emerge dal tuo libro è corrotta, marcia desolante, tutti i personaggi sembrano uscire condannati o sconfitti, non c'è traccia di bene, solo sono varianti del male. Ci spieghi la ragione di questa sorta di pessimismo?

La lettura è esatta, ma non credo di essere pessimista. Il male è sempre annidato, nei miei thriller, nei vertici della società. In quei vertici che ti esortano a sperare per il futuro, a credere in qualcosa. Tra gli eroi e gli intellettuali che sono tutti pieni di certezze e che non vengono mai sfiorati dal dubbio, pronti a dividere il mondo in buoni e cattivi, bianchi e neri. Invece io credo che il potere sia grigio. Il potere non ha nemici ma compromessi, e il suo volto pubblico non ha alcun significato, perchè dietro c'è sempre dell'altro. E laddove c'è potere, di qualsiasi potere si tratti, ho sempre dubbi di autenticità, sarà perchè sono cresciuto in una bisca e sono abituato a diffidare. E diffido soprattutto di chi mi invita a sperare, indicandomi magari pure una ricetta per il futuro. Però non mi sento pessimista. L'umanità esiste, e credo si evinca nelle pagine del romanzo, proprio tra i diseredati, tra chi non ha nulla, tra i reietti che riescono a coltivarne scampoli. Solo che, una volta che l'hanno coccolata e cresciuta, questa umanità, se la rivendono al miglior offerente. 


Il prof. Santini è un investigatore improvvisato, prestato, suo malgrado, alla vicenda narrata: non è un poliziotto, né un magistrato, né un investigatore privato come succede nella maggior parte della letteratura gialla. Come mai hai scelto un protagonista di questo tipo?

Una volta un editor mi chiese se quando scrivevo un thriller io pensassi prima alla prima o all'ultima scena del libro. Siccome i miei sono thriller che hanno le radici e le soluzioni nei moventi psicologici, avevo bisogno di un tizio romantico ma disadattato, intellettuale ma in un certo modo pazzo, traumatizzato e nostalgico, sciatto e raffinato nello stesso momento. E ho pensato ad un professore di lettere al liceo, sui generis ovviamente. Un professore giovane che mi sembrava potesse incarnare a pieno una personalità così bizzarra. Tutto qui.

Le donne nel tuo romanzo sono poche, e quelle che ci sono sono soltanto abbozzate. Come mai? 

Proprio perché i miei sono thriller psicologici. E non riuscirei mai a immedesimarmi nei pensieri di una donna se non di sfuggita. E in effetti, in tutti i miei libri, è il problema che hanno tutti i protagonisti, innamorati di donne di cui non riescono ad afferrarne i pensieri e i messaggi subliminali, arrivando, quando sono innamorati, a impazzire: un viavai di tormento ed estasi, di amore e odio. E giacché ciò che tu definisci "pessimismo" vale sia per gli uomini che per le donne, i sogni di tutti loro finiscono in discarica, dove rottamano i ricordi e si accorgono della verità e della banalità dei propri ideali.

Il macrogenere del romanzo d'intrigo, con tutte le sue sfumature  – noir, giallo, thriller, mistery etc – domina una grande fetta del mercato da diversi anni, senza mostrare evidenti segnali di esaurimento. Intravedi nel futuro una diminuzione dell'interesse o, al contrario, ti sembrano generi ancora in ascesa?

Non lo so. A me pare che in generale si legga poco. Quanto al genere, se la Mondadori rispolverasse il suo vecchissimo catalogo, ci si accorgerebbe che le grandi trame sono quasi esaurite. Se uno leggesse tutto Chase, probabilmente si scoraggerebbe pensando di dover mettere su una trama che lui non abbia già strutturato in maniera simile. Ma sicuramente si smetterebbe di gridare al capolavoro del secolo ogni volta che esce un romanzetto che gode semplicemente di un ottimo ufficio stampa. Siamo al 2010 e ne ho già contati una ventina. 

Un'ultima domanda: entrambe le facce del tuo lavoro di scrittura, il giornalismo da una parte e la letteratura dall'altra, stanno andando incontro a mutazioni che potrebbero essere epocali grazie alle nuove tecnologie digitali. Cosa cambierà nel tuo lavoro? Secondo questa rivoluzione interesserà di più il giornalismo o la letteratura?

Il giornalismo è già cambiato moltissimo. Solo dodici anni fa passavo metà della giornata a sviluppare foto e a fare il giro dei giornali a portarle. Oggi, grazie alla Rete, è tutto più rapido, le foto di cronaca non valgono più niente e i testi valgono meno di allora grazie al fatto che sulla Rete c'è già molto. Interi giornali hanno abbandonato agenzie e corrispondenti affidandosi a ciò che trovano in Rete, che ha di sicuro moltiplicato a dismisura la libertà d'informazione. Ma c'è ovviamente la seconda faccia della medaglia. Su internet non c'è un'autorevolezza della fonte, tantomeno tra le enciclopedie online. E' un attimo far uscire una notizia falsa, corredata di foto digitali taroccate che si diffondono poi come un virus impossibile da debellare. E diventa così un immenso calderone dove per ogni fatto c'è tutto e il contrario di tutto. Ci avviciniamo a ciò che dicevo prima, ad un'informazione del "verosimile", dove non si può più discernere l'attendibilità della notizia, proprio perchè non puoi più verificare quale sia la fonte, l'autore. Vai su google, trovi che so, 9000 risultati a quella voce, e la prendi per buona. Invece magari non lo è. Ecco, l'informazione del verosimile è lo specchio della nostra società. E questo per il mestiere di giornalista.
Quanto ai libri credo che, se cambieranno con le tecnologie, cambieranno fra un paio di generazioni. Se scrivere al pc ha rivoluzionato il modo di concepire un libro, che puoi smontare e rimontare con facilità estrema rispetto al manoscritto o alla lettera 43, sulla lettura è molto diverso. Ti faccio un esempio. Dirigo una collana di libri inchiesta da quattro anni. E da molto ormai leggo soltanto i dattiloscritti in digitale, direttamente al pc. Ma se ho voglia di leggermi un libro, non per lavoro, non mi sogno minimamente di prendere un ebook. I miei libri sono tutti sottolineati, pieni di orecchie, mi piace sfogliarli, sentire l'odore della carta. Però mio figlio deve iniziare le elementari, e in prima avrà già un'ora di informatica. Credo che per lui sarà diverso. Il sapere del futuro starà tutto in un chip, costerà pochissimo. E non lo leggerà nessuno.  

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