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Addio Babilonia, di Naim Kattan

Pubblicato: 18 feb 2011 da sara

babilonia“Vivevamo nell’informe e nell’impreciso, nel dolore della gestazione e nell’esaltazione della vita promessa (…). Dalla Palestina arrivavano voci che pesavano molto sulle nostre vite. Per quanto tempo ancora avrebbe resistito la nostra fede nella patria comune, nella solidarietà anticolonialista, nell’edificazione di una nuova società?”

Parafrasando l’ultimo libro postumo di Tiziano Terzani, il romanzo di Naim Kattan parla di “Un mondo che non esiste più”. Quello di Kattan è infatti un romanzo di formazione che ci dipinge davanti agli occhi una Baghdad intimamente multiculturale, quella dei primi anni’40, quando ebrei mussulmani cristiani si ritrovano a vivere senza astii i comuni luoghi della vita di società, dove la nonna del protagonista, “mi fece promettere di fare il bravo per tutta una settimana. Come premio mi avrebbe portato con sè a una grande festa di amici mussulmani”.

I bambini di tutte le religioni vanno a scuola insieme e magari, in prossimità di un’interrogazione, giocano “a nascondino con la sorte e volendo ottenere i favori della fortuna ci alleggerivamo senza esitare dei nostri spiccioli, sacrificando dolciumi e rape bollite. Ciascuno aveva il proprio mendicante preferito. C’era chi sceglieva un guercio, chi uno storpo. Se il nostro intermediario con il destino si mostrava più volte inefficace lo sostituivamo con un altro”.

Si guardano i beduini itineranti passare dagli scuri delle finestre, si osservano Rabbini Imam e patriarchi sedere insieme alle cerimone più importanti. Ma poi si vive (1941) la vergogna del Farhud, il “saccheggio” della popolazione ebraica all’indomani del crollo del governo di Rashid Ali e prima dell’arrivo dei britannici, e qualcosa che in questa armonia, si rompe.

Certo, la solita vita sembra continuare: si va insieme agli amici mussulmani nei caffè, e con loro si frequenta il “club” dove il protagonista conosce per la prima volta (con scarsi risultati) l’amore carnale di una donna, una bellissima araba che gli fa solo venir voglia di continuare a guardarla senza fine. Ma incombe un senso di precarietà e di angoscia palpabile, diffuso, per molti indefinibile, alla soglia del secondo conflitto mondiale.

Il romanzo di Kattan è l’ennesima dimostrazione che l’arte - e la letteratura in primis - riesca a ricostruire con trame di parole mondi che il tempo riduce a polvere, culture disperse negli anni dai tifoni della storia.

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