Nessun futuro. Intervista all'autore Luigi Milani

Nessun futuro, di Luigi MilaniÈ uscito in questi giorni per la Casini Editore l'ultimo romanzo di Luigi Milani dal titolo Nessun futuro. Il romanzo – con uno stile molto curato e “cesellato” – ruota intorno alla figura di Phil Summers, leader dei Chaos Manor. Anzi, intorno alla sua prematura scomparsa. Tema, questo della morte prematura di un musicista, che riempie spesso le pagine dei giornali, da Elvis a Jim Morrison a Michael Jackson a Paul McCartney. Le intenzioni del libro sono espresse da Kathy Lexmark, l'investigatrice:

Ho intenzione di scrivere qualcosa su Phil Summers. Rifugiarmi tra le pieghe più oscure della sua contorta storia in qualche misura mi ripaga delle continue frustrazioni che mi riservano i balordi vertici di questo schifo di televisione.

Abbiamo rivolto qualche domanda all'autore, Luigi Milani, sia sul romanzo in sé, che su alcuni aspetti dello scrivere e del narrare. Ecco cosa ci ha risposto.

Scrivere un libro è come “fare” un figlio. Iniziamo, quindi, con la più classica delle domande: come è stato concepito “Nessun futuro”?
Lo spunto iniziale è stato l’ascolto di un disco dei Depeche Mode, Ultra, che segnò a detta di molti la rinascita, non solo artistica, del front-man della band. Dave Gahan infatti pochi mesi prima dell’uscita di quell’album giunse a un passo dalla morte per overdose. Il suo cuore cessò di battere per oltre un minuto. Sopravvissuto quasi miracolosamente a quell’esperienza, ne uscì trasformato nel profondo, arricchito da una dimensione più intensa e spirituale. È qualcosa che si coglie subito, ascoltando quell’album: atmosfere di disperata liricità, una cupezza di fondo rischiarata a tratti da lampi di speranza. Questa vicenda mi turbò molto, spingendomi a dar vita a una storia che, pur muovendo i primi passi da quell’input iniziale, si è andata via via arricchendo di spunti ulteriori: le leggende urbane legate alle cosiddette false morti di tante rockstar, la lente deformante dei mass-media, la spietatezza dello show business, per esempio.

E il parto com'è stato?
Piacevole, ma anche impegnativo. In tutta onestà, credevo avrei scritto un romanzo breve, il tempo di dar sfogo al demone che invece, mio malgrado, si era impossessato sempre più di me, portandomi a dare alle stampe il volume attuale. Sai, è vero quando senti dire che ci sono libri che si scrivono da soli. Per me, almeno in questo caso, è stato proprio così. Non riuscivo a staccarmi dalla scrittura del romanzo. I personaggi, le situazioni, in una parola “la storia”, reclamavano la mia attenzione, pretendevano di venire alla luce.

Il tuo libro “suda” musica da tutte le pagine: quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato nel trasportare la “musica” in “parole”?
Credo che la musica viva da sempre una relazione intensa con il mondo della parola, in un gioco di rimandi che risulta molto evidente nell’opera, nel teatro antico, via via fino alla tragedia classica. Non è un caso, del resto, che la commedia dell’arte contemplasse momenti musicali, nella forma di vere e proprie canzoni. Il legame tra musica e parole è stato dunque sempre saldo, e del resto anche la classica iconografia rock presenta numerosi elementi di epicità e lirismo che mi pare possano ben sposarsi con un certo tipo di narrazione, più marcatamente letteraria. Le suggestioni del resto sono molte, e pur non volendo anticipare troppo del libro, è certamente presente il tema dell’eroe romantico di matrice byroniana: l’artista che, per amore della propria arte, consuma se stesso fino a lasciarsi morire.

Racconti la storia attraverso gli occhi di una donna – Kathy Lexmark. Ho notato che è una tua nota peculiare provare a raccontare attraverso occhi “altri” (in “Ci sono stati dei disordini per esempio”, chi fa ricerche per capire cosa sia successo al G8 di Genova è sempre una donna; nel racconto “Chiamate Lilith 888” della raccolta “Fratelli di Razza” la narrazione si svolge sotto l'occhio attento di una rock-star/vampira – per citare i tuoi ultimi lavori). Che significa, per te, narrare? Lo scrittore deve porsi in maniera “diversa” rispetto alla realtà, oppure raccontarla partendo dal proprio vissuto?
Non parlerei tanto – o non solo – di vissuto. Nel senso che la personalità dell’autore in un modo o nell’altro credo sia destinata ad affiorare, in maniera più o meno evidente, nella creazione artistica. A volte, specie se si conosce personalmente l’autore di un’opera – letteraria, ma anche musicale – capita di riconoscere l’uomo dietro alla finzione narrativa, con i suoi atteggiamenti tipici, le reazioni, a volte persino con certe espressioni verbali. Con questo non voglio dire di essere un sostenitore dell’autobiografismo. Anzi, per tornare agli esempi che citi nella tua domanda, da scrittore mi piace dar voce e rendere protagonisti personaggi spesso molto differenti tra loro e certamente lontani da me, e non è un caso, come pure noti con la consueta arguzia, che prediliga personaggi femminili. Trovo da sempre l’universo femminile più interessante e variegato, perché meno prevedibile, della controparte maschile.

Luis Sepúlveda dice che la domanda più antipatica che si possa fare a uno scrittore è “Lei chi è?”. Conscio di porti una domanda antipatica, ti chiedo: “Chi è Luigi Milani del 2011?”
Un sognatore con i piedi ben saldi al terreno, direi. Qualcuno che ha fatto di una passione una ragione di vita.

Danilo Arona inizia la sua prefazione al tuo romanzo con il gioco del “se fosse”. Lo riprendiamo alla fine di questa nostra chiacchierata. Per te se Nessun futuro fosse un film quale sarebbe?
Direi The Doors, il film che Oliver Stone dedicò nel 1991 alla mitica band capitanata da Jim Morrison, il cui spirito pure aleggia tra le pagine del romanzo.

Se fosse un gruppo?
Ah, questa è facile, e forse la risposta i lettori la immaginano già: i Nirvana.

Se fosse una canzone?
No future, dei Sex Pistols.

Luigi Milani
Nessun futuro
Casini, 2011
ISBN 9788879051644
pp. 532, euro 12,90

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