Quei giorni a Bucarest, di Stefan B. Rusu

stefan b. rusu Siamo in Romania, all'inizio degli anni '90, in questo Quei giorni a Bucarest, di Stefan B. Rusu, e i ragazzi della 'Generazione chiave' - quelli che durante l'era Ceausescu “mentre i genitori erano al lavoro o impegnati nelle interminabili file per acquistare il cibo, loro, le chiavi perennemente appese al collo, dovevano occuparsi dei fratelli più piccoli e dell'organizzazione della casa” - sono ormai degli adolescenti con già troppi ricordi sulle spalle.

Fra loro c'è anche Gabriel, un diciassettenne che non sa ancora come si bacia, con due occhi verdi così belli da sembrare finti, “due pietre preziose premute a forza in una maschera di gesso”. Di lui si innamora Nicu, il redattore di un giornale universitario che va a vederlo recitare in uno spettacolo teatrale al suo liceo, la riproposizione del dramma Dichiarazione d'amore,un cult per i ragazzi romeni degli anni '80. Nicu che “come tanti ragazzi romeni ha ancora l'aspetto di un attore da realismo socialista, come se la storia procedesse a velocità sostenuta...mentre il colore della pelle, le fronti, le linee del viso indugiassero”.

Nicu che si sente come “pacificato, come se una sostanza leggera gli fosse entrata nel corpo” insieme all'immagine del “sorriso di Gabriel con la macchina fotografica al collo, le labbra gonfie, la pelle bianca, i capezzoli color ruggine”.

Nicu che per la prima volta da quando sta con Vittorio – un italiano che tutti i giorni veste con completi Armani d'ordinanza – sente che potrebbe tradirlo; non sarà facile per lui, che vive nel sogno di arrivare in Italia grazie alle promesse di Vittorio, rinunciare al suo fidanzato italiano, lui che vive in una casa che profuma di buono e non nella squallida camera di uno studentato che puzza di piedi e di tabacco.

Non sarà facile inoltre per Nicu e Gabriel conoscersi e scegliere di amarsi, nella Romania degli anni '90, un Paese in cui, all'epoca, “l'odio per i froci era come il tifo per la nazionale di calcio, come la bandiera, unisce tutti, al minatore di Valea Jiului al professore universitario di Cluj Napoca, dalla cassiera dei supermercati Unirii al dirigente d'azienda di Grivita”.

Un Paese che era allora quanto di più lontano dall'accettazione dell'omosessualità di quanto accada nel resto d'Europa, in cui, riflette Gabriel, la parola 'gay' che etichetta gli eventi mondani sulle riviste “viene usata senza aggressività, senza violenza. Sembrava una bella parola, come 'elegante', oppure 'scrupoloso', mentre lui doveva affrontare divieti ottocenteschi pesanti come macigni”.

Stefan B. Rusu
Quei giorni a Bucarest
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