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Sui cataloghi delle Biblioteche Civiche, ovvero una storia di ordinaria censura

Pubblicato: 19 gen 2011 da Andrea Coccia

Sui cataloghi delle Biblioteche Civiche, ovvero una storia di ordinaria censura Da un paio di giorni è letteralmente esplosa una sacrosanta polemica sulla proposta avanzata dall’Assessore alla Cultura della Provincia di Venezia, Raffele Speranzon, di redigere una lista di libri la cui distribuzione nelle Biblioteche Civiche e Scolastiche della Provincia di Venezia fosse vietata, una proposta la cui carica grottesca e assurda non è bastata (forse per fortuna) a farla rubricare tra le cadute di stile di una classe politica ormai completamente avulsa da ogni questione che possa riguardare lo stile e, per estensione, la cultura.

Se oggi torno sulla questione, però, non è per rincarare la critica al fatto che in Italia, di questi tempi, non risulti poi così assurda una proposta del genere, e neanche sul fatto che le testate giornalistiche nazionali abbiamo impiegato tre giorni prima di occuparsi della cosa, tutt’altro, vorrei ritornarci per raccontarvi di una vicenda grottesca che mi è capitata qualche tempo in una biblioteca rionale milanese. Una storia che condivide una certa demenza di fondo con questa dei libri proibiti, una demenza che accompagna troppo spesso la cultura nel nostro paese.

Cercherò di essere breve. Circa due anni fa, per il mio lavoro di tesi su Michele Mari, ho dovuto reperire tutta la sua produzione narrativa, più o meno una decina di libri, tutti di grandi case editrici (da Einaudi a Marsilio, da Bompiani a Mondadori) e, avendo fretta di rileggerne uno in particolare, lo stupendo Tutto il ferro della torre Eiffel, mi sono recato nella biblioteca rionale sotto casa (per la cronaca la Biblioteca Crescenzago, di Milano) dove sapevo di trovarlo, visto che era esattamente quella la copia che avevo letto.

Controllando tra gli scaffali, però, quel libro non c’era e, dopo un paio di settimane di inutile attesa, nell’eventualità di un prestito non concluso, andai a chiedere delucidazioni alla direttrice della biblioteca. Questa signora, evidentemente all’oscuro dell’esistenza di autore di nome Michele Mari nella storia della letteratura contemporanea italiana, mi disse che non risultava nel loro catalogo e che non lo avevano mai avuto, cosa che contraddiceva il mio sicuro ricordo della passata lettura, gli utlimi dieci anni di storia letteraria italiana.

Dopo nemmeno una settimana da quando ero venuto a conoscenza del fatto che la mia memoria faceva degli scherzi (o che la direttrice della mia biblioteca non era la più ferrata di storia della letteratura contemporanea), su una bancarella del mercato domenicale dei Navigli trovai una copia di quel libro, ma non una qualsiasi, proprio quella, la stessa, con tanto di timbro della Biblioteca in questione, accanto al quale ne campeggiava un altro, con scritto SCARTO.

Il giorno dopo, ovviamente tronfio della prova che sanciva la potenza della mia memoria e, insieme, della malafede della direttrice, tornai da lei a chiedere ulteriori, delucidazioni. La risposta che mi diede fu insieme assolutamente semplice e assolutamente terrificante «Lo abbiamo scartato? Si vede che non lo chiedeva nessuno».

Nonostante magari fosse vero che quel libro, uno dei capolavori degli ultimi dieci anni, “non lo chiedeva nessuno”, visto che la maggior parte dei lettori predilige le schifezze, protestai che una biblioteca, per definizione, non deve tenere solo i libri che vanno di più, perché in quel caso sarebbe più giusto chiamarla libreria e mettere dei prezzi sulle quarte di copertina. Non mi ricordo che cosa mi rispose la direttrice, forse fece spallucce.

Giunti alla fine di una storia, ogni tanto, ci si imbatte in una morale, in un significato che giustifica il racconto di quella storia. In questo caso la morale non esiste, esiste solo l’evidenza di un problema: le biblioteche, in Italia, come tutto ciò che riguarda la cultura, sono spesso lasciate in balia dell’idiozia della classe politica, all’ignoranza di qualche amministratore o, quando va di lusso, a se stesse, vale a dire alla passione di moltissimi dei dipendenti che, pur pagati una miseria, spesso (purtroppo non sempre, come dimostra il caso che vi ho appena raccontato) si fanno in quattro per assicurare un servizio decente.

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5 commenti

Commenti dei lettori

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  • folies

    19 gen 2011 - 11:40 - #1
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    Se concordo con la tesi, non concordo con titolo e la premessa: che c’entra, con il caso raccontato qui, la censura?
    Niente.
    ps pur abitando a Milano, mi affido al servizio Biblioteche di Sesto, decisamente più informatizzato (ricerca e prenotazione ONLINE dei testi con notifica via mail dell’arrivo alla biblioteca scelta)…

  • Profilo di leblanc

    leblanc

    19 gen 2011 - 11:51 - #2
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    ho scelto questo titolo perché in qualche modo ritengo che anche l’esclusione di un libro dal catalogo di una biblioteca per un motivo così folle come il “non lo chiede nessuno” sia un atto di censura, certo, non è paragonabile alla abominevole proposta di speranzon, ma pure resta un’esclusione meditata. Anzi, in qualche modo potrebbe anche essere più grave, per un semplice fatto. In quella biblioteca quel libro non c’è più, è stato cancellato per un motivo idiota, la lista dei libri di speranzon, per fortuna, non sarà mai applicata.
    ps… fai bene, la differenza tra il sistema bibliotecario milanese e quello dell’hinterland è spaventosa, io quando riesco passo da quella di cologno, una delle migliori biblioteche che abbia mai visto!
    andrea

  • Profilo di lavinia89

    lavinia89

    19 gen 2011 - 12:48 - #3
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    Purtroppo la pratica descritta dall’articolo è comune a tutte le biblioteche, non solo quella di Crescenzago e da un lato c’entra anche poco con la classe politica.
    Avendo fatto la domanda per il servizio civile nella biblioteca del mio comune, a pochi minuti da Milano, mi sono state spiegate durante il colloquio determinate linee guida per il prestito di tutto il materiale presente, sia cartaceo che audio/video. È emerso purtroppo che determinati libri se non hanno avuto una circolazione all’interno del sistema (quello di cui parlo io è il CSBNO, di cui fanno parte le biblioteche di Sesto e Cologno da voi citate) per un tot di tempo, vengono tolti dal catalogo e, a seconda delle condizioni del volume, regalati e/o mandati al macero. L’unica cosa buona, in tutto questo, è che nel caso sia presente una nuova edizione, questa viene acquistata per sostituire la copia dismessa.
    Il problema di questa esclusione è data perlopiù da spazio mancante e, aggiungo io, dall’incredibile mole di fuffa che esce esce esce e che ogni biblioteca, per essere eterogenea, è costretta ad acquistare. In ogni caso è una gran bella discussione, se ne potrebbe parlare davvero molto.

  • Magenta11

    20 gen 2011 - 00:25 - #4
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    Ciao,
    lavoro in biblioteca e voglio solo dire che è una norma che trovi nei regolamenti di tutte le biblioteche italiane e credo avvenga anche all’estero: se un libro non esce per un periodo di tempo (un paio d’anni se non sbaglio) va messo in magazzino; se anche lì non viene richiesto, va allo scarto. Brutto o bello, non dipende dal bibliotecario, ma dalla necessità che ha una biblioteca civica (che, ricordiamolo, non è di conservazione) di rinnovarsi sempre e anche di sfruttare il pochissimo spazio che ha. Ti consiglio di scrivere all’AIB per chiedere delucidazioni. Dico questo per far capire agli utenti che non c’entra niente la classe politica o la singola amministrazione comunale…
    Detto questo, da come la racconti la direttrice mi sembra si sia comportata male.

    Postilla: mi scuso se ho messo dati incerti ma anche noi che lavoriamo in biblioteca siamo il più delle volte precari e NON formati :(

  • Sebastiano Bisson

    22 gen 2011 - 23:38 - #5
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    Anche se la direttrice non ci fa una bella figura, in fondo ha ragione, come spiega Magenta11. Le biblioteche di conservazione (come la nostre Nazionali Centrali di Firenze e Roma) sono altra cosa rispetto a quelle di consultazione, non ne farei davvero un caso assimilabile al diktat veneto.

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