Maturità 2013: Claudio Magris, svolgimento dell'analisi del testo

La prefazione del saggio autobiografico dello scrittore triestino Claudio Magris "L'infinito viaggiare", è la traccia da commentare per l'analisi del testo del tema di italiano dell'esame di maturità 2013. Abbiamo provato a svolgerlo per voi

Maturità 2013: Claudio Magris, svolgimento dell'analisi del testo, di Paola Perria

Claudio Magris Maturità 2013

Il viaggio come metafora della vita, il viaggio iniziatico oltre i confini noti e confortevoli attraverso cui definiamo noi stessi rispetto al mondo, oltre quelle frontiere che ci dividono dagli altri e che ci proteggono ma che dobbiamo imparare a valicare per una più ampia comprensione dell'"altro", infine il viaggio esistenziale che ogni uomo compie scendendo in profondità dentro se stesso.

Claudio Magris affronta il tema del viaggiare, di quell'"Infinito viaggiare" che è argomento del suo lungo saggio autobiografico di cui commentiamo l'introduzione, cercando di coglierne tutti gli aspetti, da quello materiale dello "sconfinamento" reale, fisico, dell'oltrepassare le frontiere geografiche che dividono i luoghi del mondo, a quello psicologico, filosofico, persino spirituale.

Lo scrittore triestino analizza il senso profondo dello spostamento - mentale e fisico - che spinge l'uomo verso ciò che non conosce, e lo fa evidenziando il dualismo presente in ogni gesto connesso con il viaggiare, in ogni sentimento che ad esso sia associato. Come a dire: non fermiamoci solo alla parte più ovvia, quella in luce. Esiste anche il suo doppio, l'altra faccia della medaglia perfettamente speculare.

Viaggiando scopriremo che ciò che ci fa paura, allo stesso tempo ci attrae, che il "nemico" che ci minaccia, è in fondo già parte di noi, che ciò che è noto rivela lati oscuri che ci spaventano, e ciò che è ignoto fa trapelare aspetti incredibilmente familiari, che ci confortano. L'esperienza del viaggiare avviene quindi sempre su un doppio piano, e tutto quello che dobbiamo fare, suggerisce Magris, ogni volta che ci apprestiamo a varcare un confine, una frontiera, è quello di deporre la zavorra del pregiudizio e selezionare la modalità "open", perché solo in questo modo ne usciremo arricchiti, migliori.

Ci sono luoghi fisici, ci racconta Magris, che in modo più evidente rispetto agli altri marcano un confine che separa popoli, storie, ideologie. Uno di questi è il Carso, la frontiera che fino al 1989 divideva l'Italia dalla (ora) ex Jugoslavia, e dove lo scrittore amava andare a passeggiare da bambino. Parallela a quella sottile linea rossa, lungo quella frontiera invalicabile, oltre la quale campeggiava una invisibile scritta "Danger"/pericolo, c'era, però, si snodava un sentiero fatto di storie note.

Perché la terra che stava dall'altra parte, oltre la Cortina di Ferro, era stata italiana, perché la sua popolazione era stata, in parte, italiana. Perché le due storie si erano intrecciate troppo a lungo, e troppo profondamente, perché una frontiera, per quanto blindata fosse, potesse cancellarne il ricordo. Perciò il noto e l'ignoto sono sempre facce di una stessa medaglia. E questo vale sempre, ovunque nel mondo. Persino nelle nostre case.

Come possiamo vivere l'esperienza del viaggio nel modo più completo possibile, arrivando davvero a conoscere il "cuore" del mondo? Magris ci dà un consiglio prezioso, valido sempre e in ogni tempo e luogo: dimentichiamoci di noi, e confondiamoci con e nella folla, almeno per un breve lasso di tempo. Quando ci saremo immersi in una realtà che sia solo "umana", in cui avremo scordato che esistono confini e frontiere, differenze inconciliabili e fratture storico-ideologiche, allora ad unirci, per un breve, illuminante sprazzo di intima e vera gioia di esistere, sarà solo "la benevolenza per se stessi e il piacere del mondo".

Solo dopo aver sperimentato profondamente questa sensazione di unione, allora potremo tornare alla nostre frontiere, ai nostri limiti, sapendo che sono, semplicemente, un artificio. Possiamo diventarne schiavi, vincolarci ad essi, pensare che le frontiere siano talmente rigide da non poter essere mai superate, ma sarebbe solo una estensione fisico-geografica, una materializzazione delle nostre paure più profonde. Non per questo, sostiene Magris, non possiamo amarle. Fin da piccoli tendiamo a delimitare il nostro spazio vitale con lo scopo di proteggerlo, e di definire, attraverso quei confini, chi siamo, e in quale posizione ci poniamo rispetto agli altri.

Ecco che anche la casetta sull'albero dei bambini, può diventare utile strumento di "viaggio" alla ricerca del proprio posto nel mondo, unico e speciale. Il proprio angolo riparato a cui tornare sempre. Ma guai a limitarci a quel piccolo angolo protetto per paura. Guai a non provare a superare quei limiti auto-imposti, guai a farci spaventare dall'ignoto. Per questo viaggiare riveste per l'uomo, e non da oggi (basti pensare al viaggio di Ulisse nell'Odiessea), un significato potente di crescita, di evoluzione. Viaggiare significa andare incontro, significa sperimentare e mettersi alla prova, significa, in fondo, ritrovare noi stessi, negli altri.

Foto| via Il corriere.it

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