Intervista a Gérard Roero di Cortanze

Abbiamo già avuto modo di parlare di Gérard Roero di Cortanze e del suo libro, Il colore della paura, edito da Garzanti; ora abbiamo avuto anche il privilegio di intervistare questo straordinario intellettuale.

Il blu è stato spesso oggetto di studio, già a partire dai greci e dai latini; quale valore assume questo colore nel suo sistema simbolico?
I colori costituiscono un oggetto di riflessione senza limiti. Schopenhauer ha scritto pagine straordinarie in Sulla vista e sui colori. Conosciamo tutti il testo fondamentale di Goethe, pubblicato nel 1810, a metà fra la storia delle scienze e la storia dell’uomo europeo: La teoria dei colori. Giobert, l’uomo dal volto color indaco, è circondato da una galleria di personaggi chiamati «cavalieri» e vestiti con un colore che ha il ruolo di codice, un po’ come nei romanzi arturiani francesi dei secoli XII e XIII: il cavaliere rosso è in genere animato da cattive intenzioni (personaggio che potrebbe venire dall’Altro Mondo); il cavaliere nero cerca sempre di nascondere la propria identità, che potrebbe essere buona o malvagia; il cavaliere bianco è spesso un personaggio anziano, amico o protettore dell’eroe (è il caso del romanzo); il cavaliere verde può essere buono o malvagio, ma generalmente giovane e insolente. Per rispondere alla sua domanda, sono convinto che i colori abbiano un ruolo fondamentale nella costituzione dell’essere umano. È noto, ad esempio, che il ruolo dei colori è fondamentale per la crescita neuronale del neonato, che i colori, o meglio la variazione di colori da un elemento all’altro, costituisce il primo criterio di differenziazione cui si affida il bambino quando la sua vista è ancora incompleta. Il ruolo dei colori nella costruzione identitaria del bambino è, quindi, molto importante: il colore che gli serve per differenziare le cose, presto gli servirà per sceglierle. È proprio nel preferire alcuni colori e nel disinteressarsi ad altri che il neonato comincia a esprimere i propri gusti e, di conseguenza, a formarsi come individuo.

Tutti hanno un colore preferito. Tale preferenza può svelare alcuni aspetti del temperamento, del carattere e della persona in generale. Ad esempio, le persone tendono a vestire sempre con lo stesso colore o la stessa tinta. Per alcuni questa tinta simboleggia l’Aura e l’inconscio. Nella cultura occidentale, il blu è il colore della sincerità e dello spirito riflessivo, il simbolo della calma, dell’immaginazione e della tenerezza. Queste caratteristiche non sono esattamente quelle di Giobert dal momento che lo scrittore giunge alla verità attraverso la menzogna, inventa. Il mio blu è un blu particolare, demoniaco, faustiano, un blu nutrito dalle mie esperienze, dalle mie angosce. Il personaggio del romanzo consente all’autore di parlare di sé, ma dietro una maschera, dietro un doppio, dietro un colore, processo tipicamente stendhaliano.

Giobert, il protagonista del suo romanzo, porta addosso il marchio della diversità che lo costringe a una continua ricerca del proprio essere, è solo uno strumento narrativo o ha a che fare con la condizione dell'uomo?
Giobert è come me, un essere in esilio permanente, un refrattario, un isolato. La mia famiglia italiana fu esclusa perché straniera, esclusa perché aristocratica, dalla parte di mio padre; esclusa perché operaia, dalla parte di mia madre. Ho vissuto un’infanzia solitaria, inadeguata, sconveniente, profondamente refrattaria, sempre in rivolta, nella differenza, nella difficoltà dell’accettazione. A volte mi sento vicino ad altre forme di esclusione: gli ebrei, gli omosessuali, i neri. L’uomo è profondamente reazionario, o meglio il suo inconscio. Difficilmente si accetta l’altro, l’insolito, lo straniero. È l’argomento centrale del libro: per questo l’uomo è un uomo blu in questo universo bianco in cui a volte emergono alcune gocce di sangue. Questo uomo dal volto blu sono io, è il mio doppio, con le mie domande che sono le sue, con le sue angosce che sono le mie. Ricordo un film straordinario di Joseph Losey del 1958, Il ragazzo dai capelli verdi, la storia di un ragazzino messo al bando dalla società perché un giorno si sveglia con i capelli verdi. Giobert rimarrà per tutta la vita un uomo dal volto blu, così come io rimarrò sempre il figlio di un aristocratico italiano, discendente di Fra Diavolo, l’aristocratico e il brigante, il nobile e l’operaio. Ma questa biografia familiare, questo zoppicamento – come direbbe Cocteau – è ciò che mi forma, è ciò che io rivendico.

Il romanzo è ambientato nella Savoia del 1859, ovvero a due anni dall'Unità d'Italia, e sorprende come quella regione sia stata in realtà crocevia di profondi fermenti rivoluzionari, ma anche crogiolo di profittatori e reazionari. Perché è così poco noto?
Nel mio libro c’è un aspetto molto grafico, visuale. Ho pensato molto al cinema o ai fumetti. Ho immaginato un uomo blu a piedi o a cavallo che percorre le regioni savoiarde ricoperte di neve. Ho immaginato tracce di passi nella neve, misteriosi omicidi e un cerchio che lentamente si chiude su un uomo, un tempo amato da tutti, sebbene temuto, ma che improvvisamente diventa la bestia da abbattere, il veicolo di ogni male. Da angelo diventa orco. In questo modo volevo dare al romanzo, alla trama, una velocità di scrittura, una drammaturgia, un ritmo degni delle serie americane. Volevo anche che fosse semplice – per questo ho fatto ricorso al presente – immediatamente comprensibile. Volevo un disegno. Una violenza nel disegno. Un romanzo che tagliasse come la lama di un rasoio.

Volevo un libro interamente bianco in cui comparissero qui e là tracce di colore, sparse. L’insieme è dominato da due colori: il blu di Giobert e il rosso delle macchie di sangue dei morti che affliggono la regione e diffondono un crescendo di paura. Ho voluto uno stile il più pulito possibile, che non fosse teatrale, né barocco, né magniloquente. Volevo parlare delle forze telluriche. Scrivere un romanzo del fuoco e dell’acqua, della neve e del caldo, del freddo, del vento, degli elementi. La natura ha un ruolo importante. Ancora oggi, questa parte della Savoia è ostile e pericolosa. Con le valli incassate e profonde, i torrenti che si gonfiano all’improvviso, con gli animali selvatici e una selvatichezza di sentimenti, con i riti e i rituali, le leggende del passato, i fantasmi, i morti che rivivono, le premonizioni, i cattivi presagi. Volevo che la scrittura fosse musicale e seguisse il ritmo degli avvenimenti, i dubbi, le fortune, i momenti di grande angoscia dei protagonisti. Appartengo a una generazione formata dal cinema. Hitchcock mi ha molto influenzato. Ho aggiunto alla paura hitchcockiana qualcosa della tragedia greca. Ma anelavo a una tragedia proveniente dal teatro classico francese, un’economia dei mezzi come in Racine. Azioni pure, parole pure, un viaggio attraverso il tempo e lo spazio, un viaggio attraverso le premesse della psicoanalisi, degli studi sull’ipnosi, lo sdoppiamento della personalità, la follia.

Credo che il romanziere debba concedersi alcune facilità nella messa in scena dell’esistenza, vale a dire nell’invenzione dei fatti. Nei miei romanzi tutto è vero e tutto è falso. La verità letteraria del romanzo è tanto reale quanto quella rivendicata dalla biografia: quella della leggenda divenuta realtà. Il romanziere insinua fra le falle della storia le sue menzogne per raccontare la sua verità e la sua realtà: una verità relativa, soggettiva, partigiana; una realtà aggiustata, reinventata, una sorta di realtà «superiore». Non si tratta affatto di rivendicare una qualsiasi «realtà storica», ma piuttosto di scegliere la «verità romanzesca». Kipling diceva la stessa cosa: «Scegliete prima i vostri fatti e poi deformateli». Sono fermamente convinto che la verità sia cruda solo inventandola.

Lo sfondo storico è là solo per essere deformato. Kipling afferma: «procuratevi i vostri fatti e deformateli». Il romanziere non può sfuggire alla Storia. Deve rievocarla di continuo. In Cyclone riparlavo della deportazione degli ebrei del Ghetto di Roma, in Assam dell’Italia messa al sacco e salassata da Bonaparte. Parlo del passato per avvicinarmi al presente, per dire qualcosa sul nostro presente. I romanzi in costume non mi interessano. Passo attraverso lo ieri per meglio parlare del domani e dell’oggi. Adopero delle maschere così come faccio con i miei personaggi. Sono come Stendhal. Non parlo di me stesso, come fanno molti scrittori contemporanei, ma creo dei personaggi che sono come me. Stendhal appare sotto le spoglie di Amiel, Fabrice, Julien, Octave, ecc. Aventino, Roberto, Renato, Michele sono i miei doppi, ma anche Maria Galante, Diodata e, ovviamente, Giobert, il personaggio blu del Colore della paura.

L’idea di una Savoia che sta cambiando mi affascina. È un periodo instabile, nuovo. Un popolo avanza verso l’ignoto. Le trame si intrecciano. Si percepisce un cambiamento della lingua, dell’economia, del paese, della bandiera, siamo francesi, savoiardi, italiani, saremo per sempre esiliati? Questa epoca di transizione è molto attuale: le vite precipitano, i destini si fracassano. L’Europa si sta costituendo, a immagine dell’Italia che si riunifica per divenire una sola nazione.

L’idea è quella di scrivere senza prospettiva storica. Se scrivo di Mussolini nel 1914, non so granché di lui: è membro del PSI, dirige il quotidiano Avanti! ed è un non-interventista; ha anche dei contatti con i socialisti francesi che finanziano la sua piccola impresa. Mi concentro sui fatti. Non posso considerarlo alla luce degli avvenimenti del 22 ottobre che lo porteranno a diventare il presidente del consiglio e alla dittatura. Quando Rimbaud e Verlaine si incontrano, non sono ancora due grandissimi poeti. Quando Aragon incontra Breton alla Salpétrière in piena Grande Guerra, il Surrealismo non è ancora nato. Ecco il punto di vista fondamentale: io scrivo piantato sull’avvenimento. Questo cambia tutto e produce una letteratura che è quasi una testimonianza, un giornale. Mi piace mostrare quello che la gente di allora mangiava, come si vestiva. I vestiti sono molto importanti. Ho recitato in un adattamento televisivo di Thibault, il romanzo di Roger Martin du Gard: indossate le ghette, un orologio da tasca, un cappello, una cravatta a fiocco e sapere subito trasportati in un’altra vita. È curioso sperimentare che «l’abito fa il monaco».

Torniamo al protagonista: Giobert è un uomo solitario, ciò nonostante è un uomo ben inserito nel tessuto sociale; a un certo punto si ritrova invischiato nelle vicende storiche, ma suo malgrado. Ecco, come mai non si sente coinvolto dalla situazione storica che pur sta vivendo?
Giobert è allo stesso tempo il protagonista principale del romanzo e colui il quale subisce la propia vita. È spettatore e attore. Egli agisce sul suo tempo poiché gioca un importante ruolo economico, politico, «regionale»: è una persona concreta. Da un’altra parte, come tutti gli uomini è posseduto da forze oscure più forti di lui, un essere, un altro sé che lo spinge verso il lato oscuro. Mi piace questa idea dell’essere umano che oscilla da una parte all’altra, che in qualsiasi momento può deviare verso il bene o verso il male. La ricerca dell’indaco è una sorta di via crucis, un cammino verso la redenzione. Giobert è un «cavaliere» moderno che deve raggiungere dei traguardi per potersi redimere. Si passa dalle atmosfere cupe dei racconti medievali all’anima nascosta, quell’inconscio che Sigmund Freud esplorerà all’alba del XX secolo. Giobert è un uomo solo, come lo scrittore che procede sempre in solitudine, sempre più solo man mano che avanza nella vita e nella sua opera.

C'è una correlazione tra le vicende private di Giodert e le vicende pubbliche?
Ai nostri giorni, Giobert sarebbe sicuramente un personaggio. Avrebbe uno stuolo di paparazzi alle calcagna e i giornalisti non esiterebbero a divulgare dicerie sul suo conto. È un uomo moderno, avanti rispetto al suo tempo, un essere profondo dedicato alla ricerca di sé, al suo percorso interiore. Il blu che è in lui, è in noi tutti. Il suo cammino è il nostro cammino interiore, una ricerca sfrenata della saggezza, del sapere. Giobert vuole sapere e, come il menestrello del film di Bergman Il settimo sigillo, quando si avvicina alla verità viene trascinato dalla morte, eppure si oppone fino alla fine esprimendo il suo dissenso.

Visto che lei è un francese di origini italiane, le vorrei fare due domande. A. l'anno prossimo l'Italia festeggera il 150° anniversario dell'Unità, eppure alcuni problemi non li ha mai risolti, se li trascina dietro proprio dal periodo storico descritto molto bene nel suo libro, senza contare che c'è chi parla di secessione e di certo federalismo. Che idea se ne è fatto? B. E la Francia, invece, come sta?
A queste domande darò una risposta comune. Oggi L’Europa è minacciata dalla balcanizzazione, dal ripiegamento su se stessi, il rifiuto dell’altro, del diverso, del «barbaro». Giobert è rifiutato perché ha il volto blu, perché non è come gli altri. Prendiamo la questione della lingua francese. Non ci si pone le domande giuste: occorre dire che una lingua che si ripiega su se stessa è come un paese che si ripiega su se stesso, l’equivalente di un mare che si prosciuga e lentamente diventa deserto, di un paese che si impoverisce, si copre di lande ostili, si svuota dei suoi abitanti, della fauna e della flora. Il corporativismo, lo spirito di appartenenza a una comunità ristretta, l’integralismo conducono l’umanità alla rovina. L’uomo del XXI secolo non ha più i mezzi per costruirsi mettendosi in contrasto, facendosi la guerra, erigendo barriere. Soltanto l’amore, il rispetto dell’altro, la cultura consentiranno all’umanità di resistere allo tsunami di volgarità, di stupidità e di esclusione che avanza ogni giorno. Questo è Il colore della paura. Ho ambientato il romanzo nel passato prossimo per parlare del presente e dunque del futuro. Dal momento che questo è un libro contemporaneo, e che il romanzo contemporaneo è un genere in piena mutazione attraverso il quale si può dire e pensare tutto, spazia dalla poesia alla sociologia, dalla politica all’economia, dalla psicoanalisi alla magia, ecc. Seguo alla lettera il consiglio di Kipling tanto spesso citato da Hemingway: «procuratevi i fatti e deformateli». L’unico modo per raccontare la verità è attraverso la menzogna, lo sviamento, le circonvoluzioni: la realtà sarà tanto più cruda quanto più sarà inventata.

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