J.A.S.T. Blog tour - prima tappa - Un libro in tour sui blog

La casa editrice Marsilio è sempre stata un passo avanti sin dagli inizi del fenomeno blog, dando fiducia agli scrittori in rete e agli esordienti; tante sono state le iniziative portata avanti nel tempo, e tante le novità che ci ha presentato. L'autore Simone Sarasso, scoperta della suddetta casa editrice, è un fenomeno. Capace di scrivere noir coinvolgenti con uno stile deciso e perfetto.

E così, dall'idea di Simone Sarasso e la capacità di osare della Marsilio, nasce J.A.S.T. - Just Another Spy Tale, il nuovo romanzo a tre mani scritto da Lorenza Ghinelli, Simone Sarasso e Daniele Rudoni, che, da oggi, viene presentato attraverso il primo Blog Tour letterario italiano (in America è già collaudato). Di cosa si tratta? Semplice, un tour promozionale ma fatto esclusivamente in rete...

Booksblog è la prima tappa. Iniziamo oggi, mentre nelle librerie consegnano le prime copie del romanzo, con il primo episodio. Buona lettura... e buona visione con J.A.S.T.!

Episodio 1 – Pilot
Written and directed by Simone Sarasso

Scena 1 – Intro
Villaggio di * * * * , Congo, 2007 - Barak

L’inquadratura è fosca, polvere sull’ obiettivo. Vento e sabbia: si vede poco o nulla.
La camera traballa, si scorge qualcosa. Un tetto, forse. O magari è solo un’ ombra.
Una strada fatta di niente in mezzo al niente.
Beige dappertutto, sensazione di caldo opprimente. La camera avanza piano, a passo d’uomo.
Intorno sembra il deserto, non è il deserto: in questo posto dimenticato da Dio ci vive qualcuno.
Pelle nera, tutta uguale. Il primo corpo entra in campo e guarda in camera, si appiccica all’obiettivo e fa paura.
Occhi immensi, acquosi.
Mosche, sempre mosche. Come nei documentari alla tv.
Il volto nero si leva di mezzo, l’inquadratura allarga.
La fame: ovunque.
La morte nera.
Le costole disegnano arazzi sulla pelle secca e magra. Le ossa sporgono, fanno male.
La camera è curiosa, è come se non ci fosse nessuno là dietro.
Come se quello che inquadra non scatenasse il vomito.
Dentro le capanne sozze e spoglie. Dentro l’anima dei negri.
A rubare una vita che non ha chiesto nessuno, di cui nessuno vuole fare a meno.
Stracci e polvere. Una ciotola dimenticata in un angolo.
Una madre senza latte e un figlio appiccicato al seno, a succhiare il nulla.
Un urlo lacera l’aria. Urlo ritmico, mancano solo i tamburi.
Ma nella testa sembra di sentirli. E non smettono di picchiare.
La camera scarta a sinistra.
Brusca.
Fuori dalla capanna, adesso. In mezzo alla strada, in mezzo alla polvere, nel cuore stesso dell’inferno.
Un uomo vecchio e stanco balla. Invasato.
Piume e perline. Un bastone secco, un gioco di carnevale. Se non fosse per gli occhi, diresti che è
uno stregone.
Raglia incomprensibile, a tempo.
Miseria, dolore: l’uomo è al culmine del rito.
La danza non si ferma, il bastone non la smette di malmenare sabbia e terra.
L’uomo, nella polvere, è l’occhio del ciclone. E il grido che sfonda la gola è l’apice di tutto.
La camera gli gira intorno.
Silenzio.
L’urlo è finito, finita la danza, insana com’era iniziata.
Intorno si aspetta la redenzione, le donne magre sgranano gli occhi.
Deve succedere qualcosa, ora.
Come nei film.
E qualcosa succede.
Niente miracolo, niente tempesta a spegnere il fuoco nell’aria. Lo stregone è scosso dai tremiti.

Sputa rosso: quest’uomo non sta bene.
Non sta bene per niente.
L’uomo è a terra e sulla schiena lo vedono tutti, il marchio del male. Le bolle bianche, una in fila all’altra. Quelle che vengono quando la febbre e la sete spariscono, come per magia.
Dopo le bolle niente conta più.
Le donne lo sanno: non vale il brodo di gallina. E non funzionano le pezze bagnate.
Quando arrivano le bolle finisce tutto il resto.
Nella lingua di queste parti lo chiamano ‘ngo: il male bianco.
E adesso il male bianco si è preso pure lo stregone.
La camera allarga, come se non provasse niente. Grandangolo sul girone infernale.
‘ ngo non guarda in faccia a nessuno. Nel villaggio si è mangiato più di duecento vite. E non ci ha messo nemmeno sette giorni.
La camera allarga e si muove. Vola via da tutto questo, fugge lontano.
La camera è come la voce dei bianchi, quelli che sono venuti per vedere che stava succedendo:
“ Vaiolo. Welcome to Africa, baby…”
Vaiolo, ‘ ngo, la morte bianca. Che differenza fa? Per questa gente tutto è finito.
Ancora prima che questa storia abbia inizio.
La camera passa avanti. Vola via dalla miseria, dalle fistole, dalle fronti sudate.
Dalla pena.
Al limite del villaggio ancora foschia. Niente più sabbia.
Questo fuoco è vecchio. Non la smette di bruciare.
Fumo, ovunque. Una colonna lunga fino al cielo. Miasma grigio appiccicoso.
La camera sfonda, vibra, vuole uscirne. Un muro di niente che soffoca.
E poi la luce, di nuovo.
Il sole che incendia il cielo di vetro, quasi bianco. Qualcosa che non vedrai da nessun’ altra parte nel mondo.
La camera sorvola un altro villaggio. Oltre il fumo. Oltre il fuoco vecchio.
Dall’alto la scena è confusa. Ancora terra e polvere. Il villaggio sembra la fotocopia del precedente.
In Africa è tutta la stessa merda.
La camera plana. Precipita al centro della strada. Dolcemente.
E non sembra vero.
Non è reale. Non può essere.
Bambini, ancora. Ma coi vestiti indosso.
Niente costole, niente femori in vista. Nessuna mosca.
Niente pance da Biafra.
Niente fistole.
Ecco qualcosa che fa spavento. Ecco la sorpresa.
La salute. Piantata come uno spillo nel culo del Continente Nero.
Assurda. E sbattuta in faccia alla camera.
A duecento metri dalla morte bianca.
La camera è impazzita. Racconta una storia matta.
Due villaggi identici, divisi dal fuoco. Nel cuore del Congo.
Uno infetto, l’ altro perfettamente sano.
Al centro del villaggio sano uno stregone di piume e perline che fa la stessa danza:
ancora tamburi, ancora un urlo che taglia in due il silenzio.
Poi nulla. Ancora un’attesa infinita.
Ma alla fine niente sangue, niente ‘ ngo.
Solo un vecchio vestito strano che sorride. E un centinaio di bambini scalzi e stupendi che gli saltano al collo.
Queste cose non succedono.
Non da queste parti.
Ecco cosa pensa il tizio sullo sfondo. Negro come tutti gli altri ma una bella camicia addosso.
La camera molla stregone e bambini e scappa verso quel tizio. Che non la smette di scuotere la testa.
Il tizio si chiama Barak e tutto sembra fuorché un medico.
Barak e lo stregone si fissano, lontani. Dura un solo secondo.
Poi Barak sputa in terra e se ne va.
È così che comincia questa storia. È così che comincia la storia di Barak e di altre quattro persone
poco raccomandabili.
Barak esce di scena.
Alla camera non resta che inquadrare il sole e far partire la dissolvenza al bianco.

Tappa successiva: Carmilla

Vota l'articolo:
4.00 su 5.00 basato su 15 voti.  

I VIDEO DEL CANALE DONNA DI BLOGO