Intervista a Michela Murgia

intervista a michela murgiaMichela Murgia è una delle penne più interessanti dell'ultima generazione di scrittori italiani, ha esordito con il tagliente esperimento narrativo Il mondo deve sapere, nato su un blog per raccontare la surreale e grottesca esperienza del lavoro di centralinista in un call center, pubblicato da ISBN nel 2006 e ristampato ora dalla stessa casa editrice milanese nella collana tascabile Reprints, poi, con Accabadora, per Einaudi, si è aggiudicata il Premio Campiello 2010.

Il tuo libro d'esordio, "il mondo deve sapere" è nato come un blog. Nel passaggio alla carta stampata hai dovuto lavorarlo ed editarlo per renderlo adatto al cambio di medium o è rimasto invariato?

Per scelta editoriale si è stabilito di lasciare il testo invariato rispetto alla forma blog, ma è un'immanenza solo apparente, perché lo spostamento dal piano interattivo della rete a quello di fruizione passiva del libro stampato è in realtà un mutamento radicale non solo del mezzo, ma per certi versi anche del messaggio. Una delle preziose cose inevitabilmente perse è il numero di commenti che corredavano ogni singolo post, poi divenuto capitoletto, spesso chiosandolo, talvolta correggendolo e integrandolo, comunque lasciando intravedere che dietro quelle riflessioni c'era una conversazione, uno scambio, un livello di interazione molto elevato. Alcuni post-capitoletti sono stati scritti in risposta a commaenti a post precedenti. Il libro questa dimensione ha dovuto necessariamente sacrificarla.

Ne "il mondo deve sapere" racconti una delle esperienze lavorative più alienanti della nostra epoca, il lavoro in un call center, un'esperienza che forse è assimilabile per drammaticità esistenziale a quella delle catene di montaggio degli inizi della modernità. Eppure tu sei riuscita a parlarne con una certa leggerezza, sfruttando la distanza delle tinte grottesche e del sarcasmo. Come mai questa scelta? E' stata frutto dell'istinto o di una attenta riflessione?

Non credo che sarcasmo e leggerezza siano corrispettivi, anzi. L'ironia e il sarcasmo sono tra le forme di rabbia più pesanti che si possano mettere in atto davanti a una realtà disturbante, e talvolta possono essere l'unico modo per difendersi, perché ridere davanti alla catastrofe è una forma di signoria, è un modo per rivendicare la supremazia della propria comprensione davanti al mostro che ti vorrebbe ignaro e complice. Allora scoprire i denti per ridere o scoprirli per mordere potrebbe non essere più così distinguibile.

La precarietà è ormai diventata il modus vivendi delle nuove generazioni, costrette a fare 3 o 4 lavori e lavoretti per sbarcare il lunario, difficilmente negli ultimi cinquant'anni è esistita una tale quantità di gente sfruttata e annichilita, eppure non c'è stata, finora, alcuna reazione da parte nostra, continuiamo a spingerci e lottare per accaparrarci stage gratuiti o sottopagati, come cani rabbiosi per qualche osso. Secondo te negli anni che verranno assisteremo ad una presa di coscienza generale e ad una reazione o, al contrario, stiamo sprofondando nell'abisso, verso un'individualismo senza scampo e una società completamente disgregata?

Non sono ottimista. L'individualismo, la perdita del senso del "noi", si paga prima di tutto nella scomparsa della solidarietà sociale. Gli operai cresciuti alla scuola del sindacato di categoria oggi votano Lega per negare parità di diritti agli stranieri che cercano riscatto nelle nostre fabbriche. Svegliare la bestia avida che abbiamo dentro, come singoli e come popolo, è molto più facile di quanto si pensi, e diventa facilissimo quando l'asticella del reddito viene abbassata al limite della sopravvivenza. La minimizzazione dei margini di umanità nel lavoro non porta alla sommossa, ma all'abbrutimento definitivo, perché l'etica viene vista come il lusso di chi ha già pagato le rate.

Cosa può fare - se qualcosa ancora si può fare - la letteratura contro questa deriva disgregante?

La letteratura può offrire specchi. Niente può farci riflettere su noi stessi come l'immagine improvvisa e muta dei nostri visi deformi, degli zigomi acuti sollevati sui canini umidi. Certe pagine di letteratura sanno fare questo, chi le trova non può più permettersi di dire "io non c'entro".

Cambiando argomento: hai appena vinto il Premio Campiello con Accabadora; oltre, naturalmente, alla soddisfazione personale e alla spinta in classfica che ne deriva, quali sono stati gli effetti sul tuo lavoro di scrittrice?

Devastanti in termini di tempo. Cento cose di contorno cercano di mangiarsi gli spazi di normalità che mi sono indispensabili non solo per vivere, ma anche per scrivere. Non sono mai stata una di quelle penne che scrivono ovunque con qualunque condizione: ho bisogno di pace, tempo, calma, silenzio. Al momento se li voglio devo dire molti "no", ma pure sentirsi dire "adesso te la tiri" non è bello. Cerco di mediare.

Ogni anno in occasione del Campiello e, soprattutto, dello Strega, si scatenano polemiche a raffica sull'utilità e sulla regolarità dei premi, non hai mai l'impressione che siano proprio questi estenuanti e inutili dibattitti lo scopo dei premi letterari in questi ultimi anni?

Non conosco le dinamiche dello Strega, ma sul Campiello lo stile della Confindustria in questo senso è assolutamente low profile.

Tu hai avuto la fortuna di esordire con una importante casa editrice come la ISBN, come giudichi la scelta di chi si rivolge alle casa editrici a pagamento?

Pessima. Insieme ad altri autori scrivo contro questa modalità di circuizione truffaldina almeno una volta al mese, cercando di fare attività di informazione verso gli esordienti sprovveduti che cascano a piedi uniti in mano a questi soggetti senza scrupoli.

Un'ultima domanda, quanto hai apprezzato il fatto che non ti abbia ancora citato la avallone e bruno vespa? eh eh, scherzo...

;) l'avranno apprezzato di più loro, mi sa.

Vota l'articolo:
4.00 su 5.00 basato su 185 voti.  
  • shares
  • +1
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE DONNA DI BLOGO