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La piccolezza del Salone del Libro di Torino

Pubblicato: 18 mag 2010 da Juri Testa

Salone del Libro di Torino Sinceramente non riesco a non pensare a come il salone del libro di Torino sia semplicemente un’occasione per vendere libri. Sembra quasi una banalità, ma questo succede solo in Italia. Diversamente dalla fiera di Francoforte o di Londra, dove le fiere del libro rappresentano delle occasioni (oltre che per vendere) per discutere del futuro del libro, per confrontarsi con le autorità sui problemi dell’editoria e avanzare serie proposte, in Italia il salone rappresenta la gioia (e lo stress) degli uffici stampa.

Quest’anno è stato “presentato” ufficialmente l’e-book, e davanti ai giornalisti e alle poche autorità presenti, alla domanda: “Che ne è del libraio nel mercato digitale”, la risposta, da più parti, è stata: “Il libraio da questo discorso è tagliato fuori”. Punto. Sembrano frasi scontate, ma dare queste risposte davanti alle autorità significa dire addio a una riforma del mercato del libro che affronti seriamente la questione.

E non mi pare che ci siano stati degli avanzamenti sul fronte della tanto discussa legge sul mercato del libro, che dovrebbe garantire a grosse e piccole librerie delle condizioni di vendita simili (legge, evidentemente, che non piace ai grandi gruppi, possessori dei megastore).

E sentire grossi gruppi che stanno a calcolare al centesimo il più o il meno dei loro incassi mi sembra una cosa ridicola: questo è il salone del libro? Vendere libri senza un centesimo di sconto? Quello che dovrebbe essere (così com’è in tutta Europa e, mi dicono, anche alla fiera di New York) un’occasione non solo per guadagnare (nessuno è così ingenuo da pensare che gli editori siano delle specie di missionari del libro) ma per discutere e portare avanti idee e progetti, si trasforma in una fiera di bottegai intenti soltanto a incrementare i propri incassi.

Si parla tanto della condizione della lettura in Italia, penosa rispetto all’Europa; si creano degli enti appositamente studiati per rimediare in qualche modo a questa situazione. Forse la prima riforma da fare è proprio quella del salone del libro.

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4 commenti

Commenti dei lettori

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  • Silvio - Biblìon

    18 mag 2010 - 22:55 - #1
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    Sono entrato da poco nel mondo dei libri, ma a giudicare da quanto scrivi…ci vai giù (quasi) pesante :-D
    Il fatto che i librai debbano essere esclusi dagli e-book credo sia un pensiero creato da una mentalità “giovane” e più radicata nel web, dove è poco conosciuta la realtà dei librai. Questi ultimi potrebbero essere benissimo dei rivenditori per chi non ha modo o non vuole acquistare su internet.

  • Juri testa

    19 mag 2010 - 08:29 - #2
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    In effetti coi toni ho un po’ esagerato, ma il discorso rimane. Le fiere europee sono diverse, e il discorso dei librai era un esempio per dire: data la situazione della lettura in Italia, e fermo restando che è giusto (e normale) che gli editori debbano guadagnarci dal salone, perché non fare veramente di Torino un modo per incentivare la diffusione del libro? Gli incontri con gli autori vanno benissimo, e rappresentano forse l’aspetto più interessante di questo evento, però sarebbe bello che il salone non fosse semplicemente un’enorme libreria.

  • Anonimo codardo

    21 mag 2010 - 09:39 - #3
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    Riguardo allo spazio per i librai negli anni del libro elettronico ti suggerisco di ascoltare l’intervista a Tombolini fatta da Masare su ‘La Stampa’.

    In epoca di smaterializzazione dei beni un luogo fisico dove incontrarsi, parlare dal vivo, ascoltare letture ad alta voce, discutere con gli autori, (sì, anche bersi un caffè leggendo Salgari) non ha prezzo. I librai ’svegli’ lo capiranno e si adatteranno in fretta, gli altri proveranno ad aggrapparsi alla gonna di mammà-Stato (e purtroppo credo ci riusciranno).

  • Juri testa

    21 mag 2010 - 17:50 - #4
    0 punti
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    Graqzie anonimo, vado subito a cercarmi l’intervista!

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