Beatrice Masini – giornalista, traduttrice dei romanzi di Harry Potter, scrittrice – ha da poco pubblicato con Fanucci un nuovo libro per ragazzi dal titolo Bambini nel bosco. È necessaria una precisazione: Bambini nel bosco è senza dubbio un libro per ragazzi, ma non è solo per loro. Anche noi adulti, che spesso circondiamo (e il verbo è usato di proposito perché entra a pieno titolo nel romanzo) i ragazzi, siamo interpellati da questo romanzo.
All’orizzonte di questa storia – che, se volete riferimenti cinematografici ha un po’ il sapore di The Village e la poesia di Lady in the Water di M. Night Shyamalan e lo spirito avventuriero e di scoperta di The Island di Michael Bay – ci sono un bosco, una struttura che accoglie dei bambini (divisi in due gruppi: gli Avanzi, abbandonati dai genitori, e i Dischiusi, nati nel campo), gli adulti che tutto vedono e tutto sanno (o meglio, che tutto pensano di vedere e tutto pensano di sapere) e un libro, che per i ragazzi sarà il punto di partenza per iniziare a interrogarsi su cosa succede in loro e intorno a loro.
Interessante il percorso che i bambini fanno per riappropriarsi della memoria e per aprirsi alla conoscenza e alle nuove scoperte. In quest’ottica due passi mi sono piaciuti particolarmente:
“Ma com’era per davvero?”
Glor non riusciva a dormire, e gli dava il tormento. Sibilava le sue domande nel buio, e da ogni risposta sbucava una nuova domanda.
“Com’era cosa?” mormorò Tom.
“La casetta. Quelle che i due fratellini si mangiano tutta. Com’è che era fatta? L’hai detto, ma non me lo ricordo. Erano cose così strane”.
“Ah, quella. Era di zucchero, cioccolato, caramelle, marzapane…”
“Oh, che cose strane. Sono anche buone, vero?”
“Molto” disse, mentendo. Non lo sapeva, in realtà.
“Buone come la radici di venna? O buone come il dentro dei fiorellini gialli, che a metterlo sulla lingua ti scoppia in bocca?”
Il problema con le storie era che molte parole erano misteri. Anche Tom faceva fatica a capirle tutte, quando le incontrava. Ma ogni tanto qualcuna riaffiorava, nitida, con il suo sapore, il suo odore, il suo colore. Zucchero, per esempio. Era bianca, forse appena rosa, e restava a lungo sulla lingua. Era una parola da succhiare. (pp. 34-35)
E poi
… Hana notò che Dudu faceva delle strane smorfie, come boccacce.
Gli si parò davanti e disse: “Apri la bocca. Tutta. Voglio vedere cosa mastichi”.
“Mmnente” farfugliò Dudu, stringendo le labbra.
“Ho detto apri. Non sono bacche, vero?”
Dudu fece cenno di no con la testa.
Hana insisté: “Fammi vedere lo stesso”. E all’ennesimo rifiutò s’inginocchio vivino a lui e gli premette pollice e indice, a pinza, in fondo alla mandibola. “Ma cosa… ? Sputa. Sputa subito”. Quando ebbe sul palmo della mano la pasta biancastra, umida id saliva, si voltò verso Tom: “Secondo te cos’è?” gli chiese.
“Carta, direi” disse Tom.
Entrambi si voltarono verso Dudu, che fece un passo indietro e si ritrasse, aspettandosi una botta. Non ci fu bisogno di fare altre domande.
“Pe… pensavo che se ne mangiavo un po’ dopo le storie rimanevano con me e me le potevo raccontare da solo quando volevo io” disse, d’un fiato.
“Ma le storie sono qui dentro” gli spiegò Hana, battendogli sulla testa con le nocche.
“Io non ce le ho, qui dentro. Appena le ho sentite ci sono, ma poi mi scappano via” ribatté Dudu, mogio (pp. 44-45)
Beatrice Masini
Bambini nel bosco
Fanucci, 2010
pp. 208, euro 14
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