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Non ero il solo, di Fabrizio Marchi

Pubblicato: 15 feb 2010 da sara

marchi “Mentre scrivo sono arrivato alla soglia dei cinquant’anni…la mattina, quando mi sveglio, non riesco a trovare nessun motivo che mi faccia pensare all’ipotesi di sputarmi in faccia…è già qualcosa”.

I pomeriggi di domenica con gli amici preadolescenti agli spettacoli teatrali osè del Volturno, vicino la stazione Termini. Oppure le serate passate in giro con le vecchie Simca o 127 dei genitori, fino ai primi anni di liceo, al Visconti, con i pariolini-bene che sembra recitino anche quando scherzano con i compagni di classe.

Sono tanti i ricordi della generazione vissuta a cavallo degli anni ‘70 nella Roma degli scontri politici di piazza raccontati da Fabrizio Marchi in ‘Non ero il solo’ delle edizioni Mimesis. Un ritratto di una città e di un modo di viverla che non esiste più.

E così ritroviamo che l’Appio Latino era ancora una zona ‘a gatto selvaggio’, metà borgata metà borghesia, e immaginiamo gli scontri davanti al Visconti di POtere Operaio e Civiltà cristiana.

E poi le classiche ragazzette che se la ‘tirano’ di Monteverde nuovo, e le domeniche solitarie con un paio d’amici nella Roma d’agosto degli anni ‘70, niente a che vedere con quella delle ‘vacanze scaglionate’ di oggi, che non te la lasciano mai completamente vuota, scenografia di se stessa (com’era allora).

In classe, una professoressa di liceo, madre di quello che diventerà un famoso regista, che a soli 16 anni ti guarda e ti dice che sei un fallito. Ma la realtà, come ti spiegherà uno degli ultimi della classe di cui ricorderai sempre il nome, Sergio, è la tendenza a “voler essere il peggiore, se ti accorgi che non riesci ad essere il migliore”.

D’altronde, scrive l’autore, ricordiamoci che anche Spinoza lavorava come commesso in un negozio di ottica, e allora non va affrontata con troppa amarezza la constatazione che i ‘migliori’, i più intelligenti siano finiti in giacca e cravatta a fare i consulenti aziendali nonsodove.

“Una generazione persa nell’esercito degli invisibili”, scrive Marchi, come molti di quelli che avevano degli ideali e li portavano in piazza, e ora chissà.

Lo sconforto ti viene, semmai, a ricordare i volti di chi ‘non ce l’ha fatta’ non solo lavorativamente, ma per la vita, perduto nelle strade dell’eroina. E i nomi anche qui sono tanti.

E poi la passione politica, la sezione di Lotta continua a Garbatella, gli scontri a piazza Verdi dopo il massacro del Circeo, la scelta di stare a sinistra per “la voglia della riscossa del debole che diventa forte e riesce a imporsi” nata dal pathos con cui si guardavano i film di Sergio Leone.

Si quei film in cui stai sempre dalla parte dei contadini peones, con una partecipazione emotiva enorme, che te la porterai dietro da sbarbatello fino all’età adulta.

E poi la moda, il periodo che ti volevi vestire come il front man dei Deep Purple, e quello in cui ti piacevano più i fasci, che non erano obbligati ad andare in giro con capelli lunghi e jeans sdruciti, come i compagni.

Nell’ultimo capitolo, un salto all’indietro, fino al ricordo dei genitori maddalena e parigino, e agli scampoli della generazione precedente.

Quella cresciuta a stomaco vuoto e a far la fila per il pane, senza ossessioni da stress continuo e senza far ricorso a Freud per allevare i figli.

Fabrizio Marchi
Non ero il solo
Mimesis
14 euro

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1 commento

Commenti dei lettori

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  • Profilo di emanuele777

    emanuele777

    16 feb 2010 - 23:15 - #1
    0 punti
    Up Down

    Mitica generazione di cazzeggiatori il cui frutto è il paese che abbiamo oggi. Generazione che ha preteso per sé tutti i diritti che poteva pretendere, lasciando le generazioni a venire a razzolare nel letame

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