
Nel suo blog ufficiale sul sito di «The Guardian», Alan Bissett riprende oggi un pensiero di Don DeLillo, contenuto in una lettera inviata molto tempo fa a Jonathan Franzen: «la scrittura è una forma di libertà personale. Ci libera dall’identità di massa che vediamo costruirsi tutto attorno a noi. Alla fine, gli scrittori scriveranno non per essere eroi fuorilegge o costituire una qualche sottocultura, ma principalmente per salvare se stessi, per sopravvivere come individui».
Lo stesso concetto, secondo Alan Bissett, va applicato alla lettura. Rispetto agli anni ‘90, quando i computer non erano troppo diffusi e «in tv c’erano solo quattro canali, le case avevano una sola linea telefonica da utilizzare uno alla volta», quando «solo i geek giocavano coi videogame», adesso è meno facile «astrarsi completamente dal mondo rifugiandosi nell’ampia architettura di un romanzo.
«Adesso i lettori sono presi d’assalto», secondo Bissett, «da centinaia di canali televisivi, dal cinema in 3D, da un mercato dei videogiochi così enorme da far sparire al suo confronto Hollywood, da iPhone, Wii, Youtube, giornali gratis, una cultura del gossip ipertrofica, dall’accesso istantaneo a tutta la musica mai registrata, dalle notizie sportive H24, dai cofanetti di DVD di programmi come The Wire, Mad Men e Lost che replicano alcune possibilità e profondità della letteratura». E infine dal lavoro, che in tempi di crisi economica diventa sempre più spasmodico, dai social network come Facebook e Twitter e dalle email.
Perciò molti si rifugiano nella frase «”amo i libri ma non trovo il tempo per leggere” - benché probabilmente il tempo ce lo avrebbero, solo che scelgono di spenderlo in maniera diversa». La letteratura diventa la scialuppa di salvataggio dell’individualità, che «crea un particolare evento celebrale che i media visivo-dipendenti non riescono a generare».
Mi chiedo se non sia però una visione un po’ superficiale della contemporaneità. Ormai dovremmo aver capito che i nuovi media non spazzano via i vecchi, ma li integrano, arricchendo la dimensione comunicativa e quella fantastica di nuove e diverse potenzialità espressive. Il libro moderno esiste dal 1400 e gode di ottima salute, anche commerciale; la radio non è stata annientata dalla tv, che a sua volta non è stata uccisa da internet, etc.
Davvero la letteratura è l’unica dimensione dell’individualità, mentre tutto il resto è “omologazione”?
Foto | Rex Features/HXA
shaq
03 feb 2010 - 13:29 - #1Condivido in pieno, la gente è troppo presa da queste nuove tecnologie, perde il proprio tempo su stupidi social network aggregatori di massa. Se provi dire a qualcuno che leggi o scrivi racconti ti guardano in modo stralunato. Questa società ha troppo, e sarà sempre peggio.
inciampando-sulle-acque
04 feb 2010 - 10:08 - #2Dire di amare i libri ma non avere il tempo di leggerli equivale ad un “fanno il loro effetto nella libreria di casa”. Un libro si compra per leggerlo e lo si ama quando lo si legge. Non aver tempo per leggere un libro significa non avere nulla di sacrificabile per lasciar spazio alla lettura. Impossibile.
Concordo con il dire che la visione del Guardian è molto superficiale. Ogni generazione si è lamentata di quella che stava crescendo, si è sempre stati meglio quando si stava peggio, eppure siamo ancora qua.
Non ho mai visto The Wire, ma sia Mad Men che Lost sono ottimi intrattenimenti e portano via meno di un’ora a settimana (e neppure tutto l’anno).
Il problema è un altro: ci dicono che leggere è bello, che dobbiamo leggere e che dobbiamo voler leggere. Ma a tanti non va e c’è chi non ha una scusa pronta per scansare la “colpa”.