A proposito di iPad, di Stephen Fry /3

Stephen Fry

È arrivato il momento di pubblicare l'ultima puntata del mini-saggio su iPad dello scrittore britannico Stephen Fry, già autore di romanzi come Il bugiardo, Hippopotamus e Le palle da tennis delle stelle. Come abbiamo visto nelle due precedenti puntate (una qui, l'altra qui), Fry non nutre dubbi sul fatto che col nuovo dispositivo Apple «giornali, riviste, letteratura, testi accademici, brochure, volantini e pamphlet saranno trasformati». In quest'ultima parte chiude il suo elogio sfrenato del nuovo ebook reader di Cupertino. Da notare la nota finale che Andrew Sampson, editor del blog di Stephen Fry, si è sentito in dovere di pubblicare: «Stephen Fry ha partecipato all'Apple event in forma privata e non è stato pagato». Vogliamo crederci.

A PROPOSITO DI IPAD (3)
di Stephen Fry

Ho sempre pensato che Hans Christian Andersen avrebbe dovuto scrivere un racconto complementare a I vestiti nuovi dell'Imperatore in cui tutti additano l'Imperatore urlando, con la voce di Nelson dei Simpson, «ha ha! È nudo». E a quel punto salta fuori un bimbo, «no, indossa davvero un abito magnifico». E tutti si battono la fronte, perché capiscono di essere caduti in qualcosa di peggio della credulità: quella che E.M.Forster chiamava la carenza di credulità. È facilissimo nutrire sfiducia, dubbio, abbassare le braccia e dire: «niente di che». Non sto facendo l'elogio della creduloneria, però mi hanno sempre divertito coloro che istintivamente disapprovano Apple perché appare cool, trendy, attenta al design, e magari sono loro stessi i più dannatamente cool, talmente sensibili alle sfumature formali da non riuscire più nemmeno a celebrare o quantomeno riconoscere la più evidente classe, bellezza e desiderabilità. Il fatto è che gli utenti Apple come me sono le persone meno cool del mondo: noi sbaviamo, sgoccioliamo, ci eccitiamo, sospiriamo, ghigniamo e gorgogliamo con piacere.

No, non ho azioni Apple. Sono stato sul punto di comprarne a mo' di sfida difensiva nei primi anni '90, quando ogni esperto di economia e di finanza dava alla Apple sei mesi di vita prima del fallimento. Ma non l'ho fatto. Se l'avessi fatto, ora avrei potuto offrire un iPad a ciascuno di voi. Sì, è vero che apprezzo e promuovo il software Open Source. Come si concilia ciò col mio amore per Apple? Sono complicato. Sono un essere umano. E credo anche in un'economia mista e in passioni miste. Amo il nostro servizio sanitario nazionale e il teatro nazionale, ma amo anche Fortnum e Mason e i film di Hollywood. «Apple», ha detto Steve+Jobs, «si pone al confine tra Tecnologia e le Arti Liberali». Quest'affermazione ha confuso i non americani che non hanno familiarità con l'espressione Arti Liberali (potete dare un'occhiata qui), ma penso che riveli la fondamentale serietà culturale di Jobs e della Apple, che in parte spiega anche il loro enorme successo e impatto. Forse avrebbe potuto dire, con più accortezza, che Apple si pone al confine tra Tecnologia, Arti Liberali e Commercio.

Potete mettervi o non mettervi in lista d'attesa per un iPad a marzo, aprile, maggio o giugno. O potete decidere di saltare il turno in attesa delle versioni 2.0 o 3.0. Ma credetemi, l'iPad è arrivato per rimanere e nulla sarà più come prima. Dovete anche sapere che molti analisti non sono d'accordo e si sono dichiarati poco entusiasti. È perfettamente possibile che io mi sbagli riguardo alla sua longevità e potenzialità rivoluzionaria, e da qui a due anni la gente verrà su questo blog a prendermi prenderà allegramente per il naso. Ma sono sicuro di non sbagliarmi su quanto riscaldi l'anima la bellezza dell'uso del dispositivo. E questo, per me, è sufficiente.

Fine

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