
In un pezzo del 13 gennaio apparso sul Corriere della sera, Cesare Segre riflette sull’uso che si fa oggi della lingua e in particolare sull’appiattimento dei registri linguistici. Partendo da un documento diffuso dalle Accademie della Crusca e dei Lincei sull’insegnamento dell’italiano nelle scuole, il filologo denuncia l’assenza di differenziazioni, nel parlare, di situazioni e ruoli. Si tende cioè, sempre di più, a utilizzare un modus parlandi unico sia che ci si riferisca a un amico in una circostanza conviviale che a un’altra persona durante un’occasione ufficiale.
Gli esempi di questo atteggiamento si riscontrano (comprensibilmente a mio avviso) tra gli stranieri che, non conoscendo bene l’italiano, fanno fatica a modulare i registri e (senza giustificazioni) in politica, nel cui ambito i veri oratori sono rimasti in pochi, perché la maggior parte cerca di accattivare l’elettorato usando un linguaggio medio-basso. “Le conseguenze - dice Segre - sono disastrose: da una parte si finisce per ridurre qualunque dibattito a uno scontro fra slogan contrapposti, dall’altra si favorisce la trasformazione di contrasti d’opinione in alterchi, nei quali le passioni, o i preconcetti, annullano il confronto delle idee.”
Un ulteriore elemento messo in luce nell’articolo è l’uso indiscriminato del turpiloquio, per cui nei discorsi abbondano termini per riferirsi a organi maschili e femminili; ma, ricorda Segre, “non dimentichiamo che i cosiddetti attributi, se da un lato vengono usati a designare vigore e potenza, dall’altro sono sinonimo di stupidità: una molteplicità di significati che ci porta nell’indifferenziato, là dove la parola non è ancora stata affilata per interpretare il mondo.” Questa serie di riflessioni ha dato vita a un dibattito sintetizzato in un altro pezzo del Corriere della sera, in cui scrittori e critici dicono la loro sull’evoluzione della nostra lingua.
C’è chi, come Silvia Ballestra, solleva i giovani dalla responsabilità del disfacimento dell’espressione orale e sottolinea la perdita di efficacia delle “parolacce” che, venendo usate con molta frequenza, non assolvono più la loro funzione originaria. Vitaliano Trevisan si sofferma sul dialetto e afferma che “nel registro alto perde qualcosa, mentre se è vivo è molto vivo in basso, e ha intatte le sue caratteristiche di inventiva.” Antonio Scurati parla di “una sorta di compulsione bassomimetica che è la manifestazione più evidente del clima di basso impero in cui viviamo.” Un altro aspetto ripreso è l’atteggiamento di chi si rivolge agli immigrati dando del tu, come a sottolineare una superiorità e una mancanza di rispetto. In generale tutti sono concordi nel rilevare un impoverimento dell’italiano, che più che evolvere sembrerebbe destinato a degradare. Voi cosa ne pensate? E’ un’esagerazione e in realtà non vi sembra nel quotidiano di riscontrare tanto abbrutimento o siete d’accordo con Segre?
Via | Corriere della Sera
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borlup
24 gen 2010 - 13:12 - #1D’accordo con Segre al cento per cento.