Storie vere di ordinaria immigrazione

tante mani

Vi segnalo l’attività del Laboratorio 53 onlus che si occupa dell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Il gruppo ha scelto di utilizzare la scrittura e la narrazione come strumenti per far conoscere storie che altrimenti resterebbero nascoste e ignote ai più. A me è capitato di leggere la storia di Ali su un giornale, Laspro, preso per caso in una libreria. Ali è scappato, come tanti, dal suo paese d’origine; è passato per l’Iran dove è riuscito a mettere da parte qualche soldo, poi è arrivato in Grecia, a Patrasso. Da lì ha provato a raggiungere Venezia venti volte, finché è riuscito ad arrivare in Italia.

“La ventunesima volta che sono partito mi sono aggrappato sotto un camion che si imbarcava per Bari. C’è chi si aggrappa sopra e chi si regge tra le ruote. A Bari il camion scende e prende l’autostrada. Fino a quel momento aveva sempre viaggiato piano, ma nell’autostrada andava forte e c’era un vento tremendo. A un certo punto non ce la facevo più, non sentivo più le braccia e le mani, era impossibile continuare a stare tra le ruote, ho pensato adesso mi lascio e muoio. Vedi la morte tante volte in questi viaggi. Non è per divertimento che scappiamo. Mentre penso che è finita il camion rallenta, poi si ferma. E’ un distributore di benzina. Io sono ancora vivo perché un camion tra un’autostrada e non so dove ha fatto benzina.”

Leggendo il racconto di Ali ho avuto conferma di quanto la scrittura possa essere incisiva e di quanto sia utile conoscere e far conoscere queste storie tramite la narrazione. Ancor più delle immagini il racconto ti trasporta nella dimensione dei personaggi, ti fa sentire le loro ansie, la loro paura. A me sembrava di essere con Ali sotto al camion, di sentire la sua fatica, di respirare la puzza dei gas di scarico, di vedere gli ingranaggi del motore; e poi ho provato sollievo quando il camion si è fermato e lui è potuto scendere. Perciò è importante promuovere simili iniziative, per dare voce a chi è costretto a stare zitto e a vivere in una gabbia che qualcuno ha costruito per lui, per restituire l’individualità a chi viene troppo spesso identificato con un gruppo e bollato/etichettato come clandestino o immigrato. Rendere note le loro storie significa riportare tutto a una dimensione più umana, guardare l’altro come una persona con un percorso diverso e uscire dalle categorizzazioni sterili e di comodo a cui siamo abituati.

Foto | Laboratorio 53

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