
Che l’uso massiccio e diffuso del precariato, nel mondo editoriale, sia da qualche anno diventato una piaga è sotto gli occhi di tutti, da quelli che nell’industria editoriale ci lavorano e queste cose le vedono con i propri occhi, fino a quelli che fruiscono del prodotto finale, i lettori. Oggi, proprio su questo problematico argomento, sul sito Affaritaliani.it, è apparso un interessante servizio che vi consiglio assolutamente di leggere, se non altro per capire a cosa dobbiamo l’impoverimento qualitativo dei libri che leggiamo tutti i giorni.
Il concetto è molto semplice: da qualche anno le case editrici italiane hanno cominciato a fare ricorso senza vergogna alle collaborazioni esterne, che si chiamino service editoriali o contratti a progetto, o ancora stage, non ha molta importanza. Risultato della meschina strategia, che ha tra le sue modalità la mancata reintegrazione dei pensionati con lavoratori di pari livello (quindi di pari salario) e l’abbassamento sistematico e generalizzato delle spese di personale, è l’effettivo impoverimento dei prodotti editoriali.
Libri farciti di refusi roboanti, traduzioni approssimative, grossolani errori di impaginazione e scarsa cura generalizzata sono solo alcuni degli effetti più visibili di questa piaga. E non finisce certo qui, perché un altro e più straziante dramma si trova nell’assurdo stile di vita che questo sistema impone a tutti coloro che stanno entrando in questi anni a lavorarci: una massa invisibile di giovani tra i 25 e i 35 anni, costretti a vivere costantemente in bilico, in balia di un anticontratto, costretti a tempi di lavoro folli e salari da fame.
A scatenarsi è la classica “guerra tra poveri”, una guerra che vede i giovani aspiranti redattori fare a spallate per mansioni di correttore di bozze pagate 1 euro a pagina, stage non retribuiti di otto ore al giorno in redazione, lavori che richiedono una passione e una precisione enorme che bisogna retribuire decentemente. Ma le cose non sembrano poter cambiare rapidamente, almeno fino a quando questa massa brulicante non prenderà coscienza di sé e deciderà, compatta, di non stare più al gioco.
Via | Affaritaliani.it
Foto | Flickr
lordmax
23 ott 2009 - 12:31 - #1“Ma le cose non sembrano poter cambiare rapidamente, almeno fino a quando questa massa brulicante non prenderà coscienza di sé e deciderà, compatta, di non stare più al gioco.”
Mi pare una affermazione completamente idio..
Come fa un poveraccio che lavora 12 ore al giorno e deve anche ringraziare a reagire?
Non esiste un sindacato e non può esistere e se chi è sfruttato alza la testa e si “mette contro” semplicemente viene rimpiazzato da un altro.
Gè Moi
23 ott 2009 - 12:57 - #2Mi pare che il termine “massa” debba riferirsi ad una moltitudine di poveracci che lavorano 12 ore al giorno, e non soltanto ad uno. Saranno concetti marxisti ma, nella loro utopia di realizzazione, sarebbe l’unica strada giusta. Se ogni individuo avesse coscienza della capillarità del proprio ruolo in ambito editoriale, non correrebbe il rischio di essere “rimpiazzato da un altro”, perchè quest’altro avrebbe uguale coscienza e non si ridurrebbe a fare il crumiro. E’ un po’ la dialettica servo-padrone di Hegel. Capisco sia abbastanza utopica, ma certamente non idiota.
emanuele777
23 ott 2009 - 13:43 - #3idiota non lo è, utopica sì.
per ogni contratto cococo ci sono tre candidati pronti a rimpiazzarti, io l’ho sperimentato proprio in quell’ambito.
e se i padroni sfruttano (in certi uffici stampa in maniera indecente, tipo 800 euri al mese per un lavoro a tempo pienissimo, straordinari non pagati e vai dicendo), i colleghi non sono certo solidali, tutti pronti a farsi le scarpe l’un l’altro
blu-oltre-il-mare
23 ott 2009 - 14:36 - #4Posso confermarlo dall’alto (o dal basso?) di un’esperienza pluriennale in tutti i qualificatissimi settori dell’editoria, costellata di contratti truffa, di stage non pagati e di infinite teorie di correzioni indecenti e di tanti, tanti pacchi affrancati, trasportati su e giù, inviati.. il tutto per una retribuzione media pari all’affitto mensile di una carriola monoposto e di innumerevoli sconti alla dignità personale (tanto se non lo fate voi, lo faranno altri centomila aspiranti, già tutti in coda, più collaborativi e malleabili di voi). Continuo a insistere caparbiamente (stupidamente?), e sono emigrata.
Elayne
23 ott 2009 - 14:37 - #5Beh,il precariato non è una piaga solo nel settore editoriale,ma in tutti i settori economici esistenti…
Se esistesse un sindacato forte,degno di tale nome,qualcosa potrebbe cambiare,ma allo stato dei fatti - considerando anche i politici di m***a che abbiamo,sia del governo che dell’opposizione,nessuno escluso - siamo tutti destinati ad una vita di sfruttamento o,nella migliore delle ipotesi,a lavorare all’estero.
demoniopellegrino
23 ott 2009 - 16:15 - #6Elye, ma il sindacato italiano non difende i diritti di chi il lavoro lo cerca o non ce l’ha, ma i diritti di chi il lavoro ce l’ha gia’ ed e’ membro del sindacato. La mi non e’ una critica, ma un dato di fatto.
Il sindacato attuale (tutti) non ha nessun interesse a difendere i precari: anzi, nell’interesse dei propri scritti, fa azione di lobbying per rendere difficile l’ingresso di chi non e’ gia’ dentro il sistema. i precari, per il sindacato, sono una minaccia, non una categoria da difendere.
In tutti i settori.
P.G.
23 ott 2009 - 16:46 - #7Il fatto è che nel mondo dell’editoria i soldi che girano sono sempre meno. A parte la crisi, se si vendono pochi libri c’è poco da fare. La politica degli sconti ha una conseguenza immediata: gli sconti costano e bisogna abbattere altri costi.
I precari che non hanno i soldi per pagare i libri sono gli stessi precari che vengono pagati poco e sfruttati molto anche dall’editoria, la quale deve tagliare i costi del lavoro per sostenere il calo degli utili. E’ un circolo vizioso: l’alternativa è alzare i prezzi dei libri, che però si vendono pochissimo già così.
Insomma: o si alzano i prezzi dei libri, o si tagliano e precarizzano i lavoratori.
Non è possibile avere la botte piena(prezzi dei libri bassi e scontati) e la moglie ubriaca(cioè utili, profitti, salari alti etc.).
E’ il mercato, bellezza!
oceanoweb
24 ott 2009 - 10:42 - #8Lo sfruttamento del precariato a me pare una piaga puramente italiana che spazia in ogni campo ed in ogni dove e ve lo dice uno che ci è passato !
Mr.Smog
24 ott 2009 - 14:37 - #9Ho apprezzato molto questo post. Denuncia una situazione che a mio parere viene ignorata troppo spesso e con troppa facilità, e restituisce un ritratto del mondo dell’editoria che è assolutamente aderente alla realtà. Ahimè.
giulias83
26 ott 2009 - 10:58 - #10Anche noi abbiamo parlato spesso della piaga del lavoro sottopagato in editoria, e del comportamento irresponsabile di editori che preferiscono (non) pagare mille stagisti piuttosto che scommettere sulla professionalità. Far ricadere la responsabilità di tutto unicamente sulle vittime di questo sistema, però, non è un modo per risolvere il problema. Anche perché oltre al giovane redattore sfruttati un’altra vittima c’è, ed è il lettore, che si trova di fronte prodotti scadenti, impensabili fino a dieci anni fa, e che costano sempre di più. Quindi più che i redattori sono i lettori che dovrebbero protestare e far presente il problema, anche parlandone, come stiamo facendo in questa sede.
E la soluzione più radicale, che a mio parere è anche quella più efficace, passa dal portafogli…
lordmax
26 ott 2009 - 13:33 - #11Il problema dei soldi dell’editoria non è dovuto al calo di vendite ma al sistema ottuagenario in essere in Italia.
Finché gli editori non capiranno che il futuro è internet e l’editoria digitale l’itaGlia sarà sempre in coda ed incapace di alcuna cosa.
E non mi venite a dire che è falso perché Amazon funziona, e come lei TUTTI gli editori che hanno posto l’intero catalogo (e non solo i soli 4 libri vecchi e puzzosi che nessuno considera) disponibile in digitale.
celguer
26 ott 2009 - 14:12 - #12Volevo solo dire che la situazione è identica in Francia. Dopo un anno di stage, non ho trovato un posto fisso nell’editoria e quindi ho dovuto cambiare settore lavorativo…