Sul «Fatto quotidiano» anteprima dell'ultimo libro di Antonio Tabucchi

Il prim numero del Fatto quotidiano

Oggi è uscito il primo numero del «Il Fatto quotidiano», nuovo giornale diretto da Antonio Padellaro, che vanta collaboratori come Marco Travaglio, Peter Gomez, Oliviero Beha, Luca Telese, Furio Colombo, Benny Calasanzio etc.

Alle pagine 12 e 13, «Il Fatto» pubblica un'anteprima di "Fra generali", un racconto tratto dall'ultimo libro di Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta, che uscirà nelle librerie il 30 settembre. Il tempo invecchia in fretta è una raccolta di nove racconti ambientati negli anni del comunismo sovietico fino alla caduta del muro di Berlino, e "Fra generali", dedicato a Norman e Cella Manea, è uno di questi.

Purtroppo Booksblog non dispone dei diritti per riprodurre integralmente l'anteprima pubblicata su «Il Fatto». Possiamo riportare soltanto l'incipit, subito dopo il "continua": se poi volete leggere il resto, vi toccherà andare in edicola.

FRA GENERALI, di Antonio Tabucchi
«Non ho mai creduto che la vita imiti l'arte, è una boutade che ha avuto fortuna perché è facile, la realtà supera sempre l’immaginazione, per questo è impossibile scrivere certe storie, pallida evocazione di ciò che fu davvero. Ma lasciamo perdere le teorie, la storia te la racconto volentieri, ma se vuoi la scrivi tu, perché su di me hai un vantaggio, non conosci chi l’ha vissuta. Per la verità lui mi ha solo raccontato l’antefatto, la conclusione l’ho saputa da un suo amico di poche parole; fra noi ci limitiamo a parlare di musica o di teoria degli scacchi, probabilmente se Omero avesse conosciuto Ulisse gli sarebbe sembrato un uomo banale. Credo di aver capito una cosa, che le storie sono sempre più grandi di noi, ci capitarono e noi inconsapevolmente ne fummo protagonisti, ma il vero protagonista della storia che abbiamo vissuto non siamo noi, è la storia che abbiamo vissuto. Chissà perché è venuto a morire in questa città che a lui non ricorda niente, forse perché questa è una Babele e magari gli è venuto il sospetto che la sua storia sembra l’emblema della babele della vita, il suo paese era troppo piccolo per morirci. Deve avere quasi novant’anni, passa i pomeriggi a guardare dalla finestra i grattacieli di New York, una ragazza portoricana viene la mattina a rassettargli l’appartamento, gli porta un piatto del Tony’s Café che lui riscalda al microonde, dopo un religioso ascolto di vecchi dischi di Béla Bártok che conosce a memoria osa una passeggiatina fino ai cancelli del Central Park, nell’armadio, sotto una busta di plastica, conserva la sua divisa di generale, quando rientra apre lo sportello e le dà due colpetti sulla spalla come se si trattasse di un vecchio amico, poi va a dormire, mi ha detto che non sogna e se gli capita è solo il cielo delle pianure dell’Ungheria, è l’effetto di un sonnifero che gli ha trovato un medico americano. Io la storia te la racconto in poche parole come me l’ha raccontata chi l’ha vissuta, tutto il resto sono congetture, ma questi sono affari tuoi».

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