Intervista a Donato Carrisi sul suo nuovo romanzo L'ipotesi del male

Abbiamo incontrato a Milano l'autore di gialli più amato degli ultimi anni; in esclusiva per Booksblog l'intervista con Donato Carrisi, che ci rivela aneddoti e curiosità a proposito del suo ultimo romanzo, in vetta da settimane in tutte le classifiche.

Ho sempre guardato ai libri bestseller come degli emergency-kit per casi estremi, un grande classico dei momenti di sospensione in cui la voglia di leggere diventa una specie di orticaria, da placare solo libro in mano; poi ho assistito a una presentazione di Donato Carrisi e ho dovuto ricredermi. Perchè ho iniziato subito a divorare il suo ultimo romanzo L'ipotesi del male, leggemondelo tutto, tra l'altro, sull'iPhone. Cosa non esattamente auspicabile per il benessere degli occhi. Ma appunto, quella specie di orticaria letteraria mi ha còlto in pieno e come se non bastasse, anche il fato ci ha messo lo zampino; così, meno di una settimana dopo, mi ritrovo vis a vis con l'autore per intervistarlo.

E' la fortuna di beccarlo di passaggio a Milano forse, o forse niente di trascendentale considerando la disponibilità di Carrisi (pugliese di Martina Franca, ma di casa a Roma) a incontrare i suoi intervistatori; nonostante tabelle di marcia fittissime, trova il tempo per una chiacchierata con me, e quando me lo trovo davanti oltre allo stupore, mi sento come sotto una lente d'ingrandimento. E' davvero gentile e mi fa sentire subito a mio agio, ma lo sguardo acuto è quello tipico di un'osservatore raffinato; per istinto so che coglierà al volo i codici del mio linguaggio corporeo, così come le inflessioni del tono della voce; per capirlo meglio vorrei fare altrettanto, ma mi perdo presto nel fitto della conversazione. Ed ecco a voi l'intervista che ne è venuta fuori:

D - La prima cosa che ho notato di L'Ipotesi del Male è che i nomi sono sempre stranieri e i luoghi sono non luoghi, viene in mente la questione della perdita di identità che sta succedendo a molti in questo momento storico... il famoso spaesamento maschile.
R - Vuoi dire perdita dell'orientamento... Mentre scrivevo ho pensato a un luogo da cui il lettore non potesse uscire, una città labirinto indefinita... I francesi ambientano le loro storie in Francia, gli americani in Italia... ma io penso che se ti racconto il male, per fare presa devi pensare che sia lì vicino.

D- Leggendo il libro si vede che c'è anche un rapporto di attrazione che si sviluppa tra i personaggi, come il senzatetto che non chiede niente a Mila eppure lei gli porta da mangiare.
R - In quel caso però non c'è da parte di Mila l'intenzione di fare del bene, lei vuole soro assicurarsi che lui non sia uno degli scomparsi. Mila è totalmente sprovvista di empatia, una delle caratteristiche principali delle donne; un fenomeno di straniamento al femminile che si sta diffondendo.

D - Questo libro non è nato per caso, è il frutto di lunghe ricerche e di un lavoro faticoso...
R - Faticoso e costoso: per scrivere un romanzo del genere ti servono una serie di consulenze, tutto ciò che scrivi deve essere supportato da conoscenze e da studi. Passo molto tempo a studiare quando preparo un romanzo.

D - Sono tutte persone scomparse volontariamente quelle che hai intervistato per le tue ricerche?
R - Sì, queste interviste sono state una delle cose più laceranti ma anche più utili, ho appreso elementi che non mi sarei mai aspettato. E ho imparato che chi sparisce volontariamente ha sempre una grande difficoltà nel raccontare anche le cose più elementari.

D - Hai trovato dei tratti comuni tra loro o nelle loro famiglie?
R - No, sono tutte vicende e situazioni molto diverse, non c'è bisogno di avere un passato terribile. Il più delle volte si tratta di persone tranquille, invece la cosa ricorrente è che spesso è un piccolo evento (anche minimo) a fare scattare la voglia di fuga, molti scappano in questa maniera in tutto il mondo. E' un fatto che accade da un giorno all'altro, molti spariscono prima dell'esito di un esame medico altri non riescono ad elaborare un lutto. Quello da cui vogliono scappare però, non si può eludere, perchè è dentro di loro...

D - Il cane è un elemento importante nel libro...
R - Sì, desideravo molto parlare anche di un animale, ed ho scelto il cane, che nella storia -come succede nella realtà- assomiglia molto al suo padrone, l'agente speciale Berish. Hitch poi è un nome magico, deriva da Alfred Hitchcock.

D - Come hai scoperto l'antropologia?
R - Sono sempre alla ricerca di cose nuove, è la parte divertente di quando scrivi un libro. Ho avuto la scintilla leggendo un articolo di quello che poi è diventato un mio amico Jean Luc Venieri, che infatti ringrazio alla fine del libro.

D - Qual è il tuo rapporto con la religione, la questione del bene e del male richiama le filosofie orientali?
R - Sono sempre stato un credente, ma non mi definisco cattolico. Sicuramente preferisco cristiano, e di conseguenza sono portato a vedere le cose in termini di bene e di male. Per i cristiani il male può generare il bene e il bene può generare il male.

D - Hai dei romanzi o dei film di riferimento?
R - Indubbiamente, ma sono talmente tanti!

D- Quanto ci metti per scrivere un libro?
R - Un anno, il grosso lo impieghi per creare l'ossatura. La scrittura la devi rimandare il più possibile, non bisogna arrivare con urgenza davanti alla pagina bianca.

D - Hai un rito per scrivere?
R - Le mie storie si costruiscono pian piano, fare una bella passeggiata mi aiuta; e poi prendo nota dei sogni, ho un taccuino sul comodino vicino al letto. Un'altra cosa che faccio è raccogliere gli articoli dai giornali; ogni giorno dedico molto tempo alla lettura dei giornali, è importantissimo prendere spunto dalla realtà.

D- Ti piace leggere in digitale?
R - Sì lo trovo comodo, ma ho un rapporto quasi carnale con il libro cartaceo. Ho un rapporto morboso con il libro; ho tantissimi libri in casa e non so più dove metterli.

D - Com'è il tuo pubblico?
R - Molti giovanissimi, anche anziani, ma mi stupisco soprattutto dei giovani che in realtà leggono moltissimo e mi fa molto piacere!

D- Tante persone al giorno d'oggi non vedono l'ora di raccontarsi e lo fanno attraverso Facebook, Twitter e compagnia, che rapporto hai con i social?
R- Mi diverto più a leggere che a scrivere, l'esplorazione della la rete per me corrisponde allo scomparire, all'assumere identità diverse; magari ascoltando le bugie che l'altro vuole raccontarmi. Per il resto la gente preferisco incontrarla, guardarla negli occhi, parlarci e penso che ci sono cose che non puoi condividere: sono uno strenuo difensore della mia vita privata. Inoltre essendo un personaggio pubblico ho un ulteriore responsabilità rispetto a ciò che scelgo di condividere.

D - Cosa pensi delle recensioni online? A volte, complice l'anonimato, le critiche non si risparmiano.
R - Se devo leggere una recensione scelgo un commento lungo, dopo aver scritto un libro di oltre 400 pagine, me lo merito! Ma dai commenti negativi si può imparare moltissimo, quando pubblico un romanzo, metto in conto che arriveranno dei giudizi. Il mio mestiere è comunicare e raccontare; sei nel mondo, e nel mondo ci sono le regole della convivenza... Devi entrare nell'ottica che non sempre le cose possono piacere. Poi se uno va su internet per parlare male a priori, basta evitarlo.

Come dicevo, in questa intervista la sfida è interpretare la comunicazione non verbale, Carrisi si presta con grande garbo alla raffica delle mie domande e soprattutto delle mie continue interruzioni; va tutto molto liscio, finchè non parliamo dei consigli per chi vuole scrivere un romanzo. Percepisco il suo netto fastidio, quando azzardo che non esiste una formula magica e non tutti possono creare un capolavoro:

D- Una delle domande ricorrenti a voi autori best-seller è: "Quali sono i tuoi consigli per diventare uno scrittore?" Io penso che non tutti possono diventare scrittori, non c'è una ricetta universale...
R - In realtà una ricetta c'è per capire se uno è portato, io sono contentissimo quando mi dicono che le persone vogliono scrivere. In Italia si dice che ci sono più scrittori che lettori. E' terribile e non ci credo. Ognuno ha una storia dentro di sè, pochi sono in grado di raccontarla, non hanno magari gli strumenti. Ma sono sicuro che se fermi una persona per strada e questa persona è in grado di raccontarti la sua storia, hai già un romanzo. Lo scrittore poi ha la tecnica, sa come farti arrivare quello che conta.

D - Però devi maturarla la storia, non la butti fuori in un qualsiasi momento...
R - Infatti, c'è chi aspetta decine di anni prima di scrivere, c'è chi lo fa la prima volta a 80 anni e io la trovo una cosa bellissima. Ma uno scrittore deve essere prima di tutto un lettore, se leggi meno di trenta libri l'anno, allora lascia perdere!

Cerco di riparare in chiusura chiedendogli se ha avuto proposte dal cinema per tramutare in film le sue opere (ed è naturale che ciò sia avvenuto), e rilancio con l'idea di un ruolo per lui come agente speciale. Al che si schernisce, secondo lui è fuori discussione, ma io non ci credo. E ne ho la conferma la sera a casa, quando il suo ritratto sulla quarta di copertina de Il Suggeritore mi guarda e sembra quasi sul punto di rivelare chi è il colpevole...

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