In un’epoca in cui internet non era nemmeno lontanamente pensabile, la cosiddetta società letteraria era addirittura costretta a incontrarsi di persona e parlare, sentire la voce della discordia, e dare lo spazio necessario al contraddittorio.
Ci si poteva vedere a casa di un romanziere, per esempio, di un poeta o di un attore di teatro, dove l’ospite ti offriva sempre un tè, del vino, oppure qualcosa di più forte, e discutere di questo o quel libro uscito in Francia o, mettiamo, in Inghilterra. Magari, chi può dirlo?, il libro era uscito mesi prima e soltanto adesso cominciava a circolare nel nostro paese. Più che altro, però, ci si incontrava (e, spesso, scontrava) nei caffè.
E per l’appunto due caffè sono, diciamo così, protagonisti di un libro ripubblicato dopo anni da Avagliano, autore: Arnaldo Frateili, titolo: Dall’Aragno al Rosati, con un sottotitolo molto esplicito: Ricordi di vita letterari.
Diciamo qualcosa sull’autore: Frateili (1888-1965) è stato uno scrittore (poeta e soprattutto critico e giornalista) che all’inizio del secolo scorso ha avuto un certo successo con romanzi come “Capogiro” (1932) e “Clara fra i lupi” (1936), entrambi vincitori del Premio Viareggio. Ma Frateili è orfano dell’Ottocento e figlio adottivo del Novecento, e dunque i suoi romanzi pagano lo scotto di questa indecisione.
E adesso passiamo al libro in questione: esce per Bompiani nel 1963, a due anni dalla morte dell’autore, anno in cui viene fondato il Gruppo ’63, da cui si diramano, nel bene e nel male, neoavanguardismi di ogni sorta. Non so, viene in mente Meneghelli, Consolo, Del Buono, Ottieri e, naturalmente, Eco e Balestrini. L’elenco sarebbe lungo, meglio fermarsi qui.
Insomma, quando questo libro esce, le cose sono già cambiate di gran lunga, e infatti una certa malinconia (aggiungerei: consapevole) lo attraversa. Tuttavia era tempo di chiudere un’epoca in cui l’Aragno e il Rosati la facevano da padroni. Eppure, bisogna dirlo, nonostante Roma difficilmente si animasse intorno ai movimenti culturali, qualcosa era successo. Cosa? Era cominciata quella che oggi definiremmo mondanità letteraria, ammesso che le due cose possano conivivere.
E forse era iniziato proprio da quei luoghi in cui Frateili vi incontrava, tanto per intenderci, la Deledda, D’Amico, un certo Pirandello, Trilussa, Rosso di San Secondo, Vincenzo Cardarelli, Federigo Tozzi, Jovine e Alvaro; aveva intervistato l’intramontabile, ammirato, non amato eppure imprescindibile D’Annunzio. Ebbe anche modo di scoprire (e recensire per primo) “Gli indifferenti” di Moravia. Insomma, mica roba da poco.
Fu chiaramente il cinema a cambiare le cose. Via Veneto si animò con La Dolce Vita, arrivarono le star, la minigonna, le automobili lussuose e veloci; la vita insomma prese altri ritmi, molto diversi da quelli vissuti da Frateili, certo lontani dagli anni del boom economico (esattamente come a noi sembrano lontani questi ultimi), anni, quelli di Frateili che, per fortuna, lo scrittore fece in tempo a trascrivere in queste pagine leggere e malinconiche, che diventano una sorta di stazione da cui sventolare il fazzoletto e salutare un’epoca che purtroppo non tornerà mai più.
Arnaldo Frateili
Dall’Aragno al Rosati. Ricordi di vita letteraria
Avagliano
15 euro
Anteprima del commento