Anna Maria Ortese stringe e racconta il Monaciello e un fantasma di Napoli

Due racconti al limite del fantastico, modellati da una delle più grandi penne del secolo scorso.

Chi ha vissuto, anche solo per un attimo, la bellezza struggente del golfo che spunta languido nelle discese di Chiaia, negli squarci di Santa Lucia e nella luce accecante degli inserti decadenti al limitare di Piazza Plebiscito, può immaginare con quale dolce mestizia mi sia avvicinata nuovamente alla lettura dell'Ortese. Una riscoperta inizialmente non voluta, comparsa dinanzi ai miei occhi durante una ricerca destinata a ben altri lidi letterari, nella sezione di narrativa italiana della biblioteca Saint-Eloi, situata nel XII° arrondissement della città di Parigi.
C'è un sapore dolce-amaro e singolare, nel riabbracciare quelli che furono i pilastri dell'educazione napoletana, un misto di amorevoli storielle e grandi classici della letteratura, costruito a suon di innumerevoli pomeriggi di lettura, immersi nella salda frescura del marmo del suolo delle grandi case affacciate sul golfo, nel piacevole abbraccio delle grandi mura della Biblioteca Nazionale e delle sale sotterranee dell'Università Federico II° di Napoli, come anche nei vecchi tram, sulle panchine decrepite e fiorite di muschio marino e nei treni sgangherati perennemente in ritardo, in un tempo guadagnato che solo in certi momenti riesco davvero ad apprezzare in tutto il suo portato.
Come adesso, quando in un vagone di metropolitana così lontano, nel quale i sapori prepotenti del sud ritornano a farsi strada nella memoria, portando con sé distese di onde increspate, arance e scirocco, ritornano i due i racconti racchiusi in un testo dalla copertina turchina, di Adelphi. "Il Monaciello di Napoli" e "Il Fantasma", apparsi rispettivamente su "Ateneo Veneto" nel 1940 e su "Nove Maggio" fra il 1941 e il 1942, hanno ridato uno spessore sensuale a questa primavera parigina che gronda di umido e tinto il cielo grigino con il candore delle belle nuvole partenopee, in peripezie ardite, antiche leggende d'armadi e di sussurri e piacevoli ricordi della Napoli che fu, e che in certi casi è ancora, come sospesa, in un tempo immutabile disegnato dalle parole di Anna Maria Ortese.

Fanciullo mio, in quel paese che poc'anzi ti apparve nelle mie parole, tutto rischiarato dalla luna nuova, tutto giallo d'aranci e di mandarini; in quelle case che parevano affiorate come rocce dal trasparente azzurro; fra quella gente gaia, socievole, affettuosa, crescevano e si nascondevano come funghi certe creaturine di cui solo la tradizione potrà parlarti senza scrupolo o falso pudore, e non, credo io, lo storico troppo serio e facile a spaventarsi e a fuggire di fronte ai vapori fantastici della leggenda. Non so se quelle creaturine esistano ancora, ma temo di no, già in quel tempo essendo la loro istituzione in visibile decadenza...

"Il Monaciello di Napoli"
di Anna Maria Ortese
Collana Fabula
Letteratura italiana
2001
pp. 137
isbn: 9788845916243

Via | adelphi.it

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