L'ipnotista, il film

Dopo venticinque anni, il raffinato regista svedese Lasse Halleström torna in patria per girare un thriller: L’ipnotista tratto dal best seller di Lars Kepler (uscito nel 2010 per Longanesi) in cui per la prima volta appare l’ispettore Joona Linna.

Molti ricorderanno alcuni film di Halleström che inizia la sua carriera in Svezia dirigendo alcuni dei video più famosi degli ABBA. Ma la svolta arriva quando si trasferisce in America e, tra gli altri, gira film come “Le regole della casa del sidro” (dal libro di John Irving), “Chocolat” (dal libro di Joanne Harris) e “Hachiko – il tuo migliore amico” (dal libro di Lesléa Newman). Film molto diversi tra loro e diversi da questo thriller.

Halleström conosce bene Stoccolma, ci ha vissuto i suoi primi quarant'anni, e probabilmente è tra i pochi registi in grado di rendere nel dettaglio l’atmosfera del rigido inverno svedese e di una città assediata dal gelo e dal freddo.

Non è un dettaglio da poco, la buona riuscita del film è affidata in gran parte proprio all'atmosfera apparentemente immobile (perché l’azione più importante è psicologica), alla fotografia, alle inquadrature, agli scorci, ai panorami.

E, naturalmente, alla suspense, perché in fondo è pur sempre un thriller che si apre con uno spaventoso (sarebbe il caso di dire: agghiacciante) carneficina nei sobborghi di Stoccolma: un allenatore viene massacrato a coltellate e, a poca distanza, la sua famiglia è stata sterminata.

L’ispettore Joona Linna è tra i primi ad arrivare nella palestra e poi nella casa in cui un giovane poliziotto sta vomitando anche l’anima per ciò che ha visto: una famiglia massacrata: madre, bambina e il figlio adolescente Josef che però è ancora attaccato a un filo di vita e potrebbe avere informazioni; una delle figlie, anche lei adolescente, sembra essere sparita.

In ospedale, le notizie non sono buone: le condizioni Josef sono pessime e comunicare con lui è impossibile. Tuttavia, se l’ispettore Linna vuole un briciolo di informazione deve mettersi in contatto con lui. Si può fare un tentativo con l’ipnosi, consiglia il medico.

Erik Maria Bark, per l’appunto, è l'ipnotista, probabilmente l’unico in grado di aiutare Joona Linna. Ma Bark non se la passa tanto bene: la sua vita sta cadendo a pezzi, come pure la sua vita familiare tenuta insieme dall’amore per un figlio emofilico e dai barbiturici che ingurgita per dimenticare il passato rovinato dalla sua professione. Dovrà decidere se tornare a usare l'ipnosi o meno.

Sebbene l’ipnosi possa funzionare (deve funzionare) per le indagini, è anche il modo più rapido per arrivare nei recessi più reconditi della psiche umana – soprattutto quando le cose volgeranno al peggio – e non solo per Josef ma anche per lo stesso Bark e altri personaggi che dovranno affrontare la parte peggiore di se stessi.

Uno dei pregi di questo film è che non ha il ritmo a rotta di collo come i thriller americani, si prende tutto il tempo necessario per sciogliere i nodi, soprattutto quelli psicologici, ma senza che la suspense subisca una brusca frenata, anzi, la tensione sarà sempre a un livello altissimo e quando si esce dal cinema si è ancora scossi e tesi.

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