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Un incontro, di Milan Kundera

Pubblicato: 11 mag 2009 da Giammarco Raponi

I migliori critici, spesso ma non così spesso come potrebbe sembrare, sono anche grandi romanzieri. Era successo con Proust, Nabokov e Calvino, tanto per intenderci. E ora è Milan Kundera.

Inutile indugiare sulla sua produzione romanzesca: è arcinota almeno quanto la sua riflessione sulla forma romanzesca compresa in una produzione saggistica che comincia con il memorabile “L’arte del romanzo”, si sviluppa in “I testamenti traditi” per poi approdare alle riflessioni di “Il sipario”. A chiudere il polittico ora è Un incontro appena uscito, naturalmente, per i tipi di Adelphi.

Libro, tuttavia, diverso dagli altri: si tratta di una serie di folgoranti riflessioni e insieme di una galleria di brevi ritratti, a cominciare dall’amatissimo Rabelais (e come dargli torto?) vero iniziatore del romanzo moderno, ai più recenti Philip Roth, Gabriel García Márquez, Carlos Fuentes.

Ma a tenere insieme il testo sono soprattutto i ricordi di uno scrittore quasi ottantenne che ha attraversato tutto il Novecento.

Come si sa, Kundera fu espulso dalla madre patria e costretto a riparare in Francia, dove vive tuttora, per aver partecipato alla Primavera di Praga. E non a caso uno dei temi fondamentali che attraversa trasversalmente la sua opera è l’esilio, il distacco da una terra mai ritrovata.

Uno scrittore inquieto, dunque, che la Storia ha condannato a non sentirsi più a casa sua nemmeno nel suo paese; uno scrittore che, nel bene o nel male, non si è certamente tirato indietro di fronte all’impegno politico. E oggi è proprio questo impegno ad essere messo in discussione.

Attenzione: non si discutono i valori, non si tratta più di politica, ma di rivendicare libertà artistica e umana. Insomma, è ormai chiaro quanto l’impegno politico, diciamo così, organico a questo o a quel partito metta in condizioni di sofferenza la libertà espressiva di un artista. Peggio ancora di un romanziere. Ed è per questo che la sua riflessione parte da classici come Rabelais e Sterne, i quali non avvertivano la stessa pressione provata dal romanzo novecentesco, con il rischio di appiattire la forma su una sola dimensione, quella politica, appunto.

«[…] era il discorso tra coloro per i quali la lotta politica è superiore alla vita concreta, all’arte, al pensiero e coloro per i quali il senso della politica è quello di essere al servizio della vita concreta, dell’arte, del pensiero» leggiamo a pagina 121.

Le eccezioni non mancano: Hrabal, per esempio, oppure Danilo Kiš, romanzieri dotati della necessaria libertà compositiva, di una leggerezza (di calviniana memoria) e, infine, del sempre scomodo e «insopportabile» senso dell’umorismo. Ma la vera sorpresa è un lungo capitolo dedicato a Curzio Malaparte, scrittore perlopiù ignorato dal pubblico italiano, e che ha avuto una storia personale movimentata sul piano politico, senza per questo che la sua scrittura ne risentisse, anzi.

Milan Kundera
Un incontro
Adelphi
traduzione di Massimo Rizzante
17,00 euro

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