Racconto: Un geroglifico di amore e morte, di Alfonso Maria Petrosino

I Bellissimi di Booksblog presenta... Alfonso Maria Petrosino

Dopo qualche giorno di pausa, tornano I Bellissimi di Booksblog. Lo splendido racconto che vi proponiamo oggi s'intitola Un geroglifico di amore e morte ed è un inedito di Alfonso Maria Petrosino.

Alfonso Maria Petrosino - classe 1981, salernitano ma residente a Pavia - ha fin qui pubblicato due raccolte di poesie: Autostrada del sole in un giorno di eclisse e Parole incrociate. Alla prova del racconto, si dimostra non meno acuto e capace che coi versi.

Un geroglifico di amore e morte è un piccolo giallo dall'eccezionale atmosfera e dal finale imprevedibile, originalissimo nel suo essere sospeso tra ironia e inquietudine, tra squallore e squarci di autentica poesia metropolitana. Lette due righe, non si riesce più a staccarsene fino alla fine. Buona lettura.

UN GEROGLIFICO DI AMORE E MORTE
di Alfonso Maria Petrosino

Fuori dall’università
Se quando il tempo è mite si dice che il cielo sorride, direi che ora sta sghignazzando. E nel grande caldo della sua risata, il vento è una benedizione rara. Cammino a passo spedito per rifugiarmi all’ombra; di questo passo avvisterò un miraggio o, se sarò fortunato, la terra promessa.

Ho consegnato la tesi venerdì scorso e la discussione sarà fra dieci giorni. Pensavo di trascorrerli tutti e dieci a letto, possibilmente in compagnia, ma per uno strano meccanismo cerebrale tutto il sonno arretrato che ho accumulato non vuole farsi avanti a riscuotere quanto gli è dovuto. Per quanto riguarda la compagnia, invece, be’ quella viene e va; soprattutto va. E così anch’io vado in biblioteca, la beata e sempre ombrosa biblioteca a restituire i libri che avevo da tempo immemore preso in prestito e a porgere le mie contrite scuse per il ritardo nella consegna: arrivederci, mi scusi ancora e grazie. Quando esco mi rendo conto che la stanchezza che punge i tendini e le giunture delle ginocchia e quella che sottilmente rosica le tempie stanno prendendo contatti, ma ho ancora diverse ore di autonomia in cui godermi l’imminente estate.

Uscendo schivo Mohammed che mi dice di fare il bravo e di comprare uno dei suoi libri, dottorzigzago i due leninisti-marxisti che chiedono un obolo per la rivoluzione e infine tiro dritto davanti ai subdoli che ti fermano con la scusa di farti una domanda e la domanda poi è: “Quanti soldi mi dai?” Lunedì mattina: il giorno successivo al giorno del Signore appartiene al dio Denaro.

All’entrata, o all’uscita, sotto le bandiere appassite (l’europea azzurrostellata, il tricolore italiano e, tra queste, un’ipotetica bandiera bianca) mi fermo e leggo sulla saracinesca abbassata dell’armeria di fronte la scritta Ti amo Anna, Anna in stampatello e ti amo in corsivo. Le A e le N sono gonfie, turgide d’amore, si direbbe. A voler azzardare una lettura psicologica della grafia, si potrebbe dedurre dalla duplice scelta maiuscolo/minuscolo che l’anonimo autore, o l’inconscio dello stesso, insinui che i sentimenti vanno e le persone restano; un nome, in realtà, più che una persona, perché a quale Anna faccia riferimento non ci è dato saperlo. Proseguo a sinistra in direzione del fiume, perché la strada dopo un po’ inclina e diventa una discesa e mi sento di un umore condiscendente con la gravità. Pochi secondi e metri dopo, però, mi suona il telefono ed è Matteo:
“Hai visto la scritta davanti all’università?” mi chiede: vorrei farmi affascinare dalla bellezza delle coincidenze, ma so quanto esse siano apparenti e gli dico, senza entusiasmo:
“Ti riferisci a quella sulla saracinesca?”
“Ti amo Anna: mi riferisco a quella.”
“Proprio ora, sì. Perché?”
“Hai un’idea di chi l’abbia fatta?” e con la stessa assenza di entusiasmo di cui sopra, gli dico:
“No.”
“Non è che puoi scoprirlo?”
“E perché?” Il perché lo so, ma voglio farglielo dire, nella speranza che, sentendoselo dire, si ravveda da solo.
“Voglio sapere se si riferisce ad Anna.”
“E anche se fosse? E poi non saprei come farlo.”
“Mi interessa; sai com’è: mi incuriosisce. Quello con cui sta adesso è un personaggio squallido, lui di sicuro non è stato: credo che non sia nemmeno alfabetizzato. Vorrei sapere chi è che ci prova così.” Matteo è uno di quelli che quando si innamora fa le cose per bene. La sua storia con Anna è finita tre o quattro anni fa: la vita continua e di ragazze nella vita di Matteo ne sono continuamente transitate da allora, tante, ma l’amore per ognuna di loro e per Anna in particolare non per questo cesserà. È cessato il buon senso in compenso, e così gliene propongo un po’ io, così, a tempo e causa persi, dicendogli:

“Ma non sai se è per lei. Di Anne sai quante ce ne sono.” E in mente me ne vengono almeno un paio, oltre a quella di Matteo, che meriterebbero, se non la scritta, almeno il sentimento di cui la scritta parla. Ma prevedibilmente lui mi replica:
“Dài, cosa ti costa? Sei in vacanza.”
“Appunto: sto per partire. Anzi, l’hostess mi fa segno di spegnere il telefono.”

“Dài, Giulio, che poi ti offro da bere.” In questo momento storico mi è particolarmente difficile sottrarmi al fascino dell’alcol; perciò gli dico che farò un tentativo e lui mi ringrazia, saluta e chiude.

Così torno sui miei pochi passi, dicendomi che d’altronde tornare a letto alle dieci di mattina sarebbe immorale. Ti amo Anna. Il colore della vernice è argentata, cosa che non mi dice granché, se non che abbiamo a che fare con una persona di dubbio gusto. ANNA, ANNA, ANNA, nada: la scrittura maiuscola è simmetrica, anonima e non dice niente. La frase Ti amo, invece, è più particolare: sulla i non c’è il puntino, la m con le sue due gobbe ricorda quella dorata del McDonald’s e la o ha una piccola stanghetta finale, in alto a destra, come la fanno i bambini. Un teppista precoce o un attardato peterpan? Vado dal portiere dell’università che è fuori dall’ufficio a
guardarsi intorno e gli dico:

“Questi giovani!” indicandogli la scritta, come se giovane non lo fossi anch’io. Lui sorride,
annuisce e resta zitto.
“Chissà chi lo ha fatto?” insisto. E lui insiste a sorridermi e a tacere. Lascio perdere e mi avvicino
alla saracinesca: gratto via un po’ di vernice con una chiave e la faccio cadere in un fazzoletto di carta: è molto più di quanto mi fossi ripromesso di fare stamattina andando in biblioteca, perciò me ne vado soddisfatto a casa. Guardo il letto, ma non mi attrae particolarmente: dovrei prendere l’abitudine di cambiare le lenzuola più spesso. Cerco sulle pagine gialle i colorifici in città: sono nove e mi segno su un foglio gli indirizzi. Tralascio quelli in provincia, perché, se no, non me la cavo più. Per tagliare cortissimo decido di tentare la scorciatoia delle scorciatoie: chiamo Anna e le chiedo se ha tempo e voglia per un caffé e un quarto d’ora dopo sono di nuovo in università.

Io voglio, Aaaaaanna
Un murales lungo quanto l’intera muraglia cinese (più di 6500 chilometri) con tutti i sonetti d’amore prodotti in Europa da Iacopo da Lentini agli ultimi e algidi epigoni, tradotti e trascritti in ideogrammi, o tornando indietro nel tempo uno con tutti i colori proibiti nella DDR sul muro di Berlino, rischiando mitragliate e arresti della Stasi (Da dove vieni? mi chiederebbero e potrei rispondere con una data): questo è il tributo che mi pare appropriato ad Anna, quando la vedo incedere verso di me. Guardandola diresti che non ci sono guerre, che non c’è miseria; cibo per tutti e felicità. Anche i convenevoli e le chiacchiere superflue hanno con lei la dolcezza dei recitativi. Le chiedo della sua vita, così vitale sempre, del personaggio che Matteo definisce “squallido” e di cui insinua l’analfabetismo ma che non posso ciò nonostante non invidiare, dal momento che è a lui che Anna accorda i suoi favori; e infine alla scritta sulla saracinesca che porta il suo nome ed una dichiarazione che, ora me ne rendo conto più che mai, chiunque, uomo o donna con un minimo di buon gusto, dovrebbe sottoscrivere. Mi dice di non averla vista, di non saperne niente, ed archivia
così ogni sospetto di Matteo.
Ci congediamo e, come sempre, me ne rammarico.

Il palindromo allungato
L’ozio misteriosamente affatica. La stanchezza tenta un colpo di stato e decido così di coricarmi accordandomi al fuso orario di Los Angeles, nella speranza di sognare Anna o una sua sinonima. Quando mi sveglio sono le sei e mezza del pomeriggio; mangio qualcosa (uova soda e riso; tè alla vaniglia) senza avere veramente fame e scendo a guardare di nuovo la scritta, ma il lunedì pomeriggio l’armeria è aperta e la saracinesca è arrotolata su se stessa. All’entrata dell’università incrocio una ragazza che ho già visto un paio di volte e sulla cui identità già un paio di volte mi sono interrogato. Ha l’aria di essere straniera, di avere trent’anni e di non amare i perdigiorno farfalloni, quale io sarei se cercassi di avvicinarla. Indossa una canottiera perfettamente consona al clima della giornata ma non al suo portamento, che è autunnale, in modo, a mio modo di vedere, adorabile. Sta parlando con un’impiegata del rettorato che la saluta dicendo: “Ciao Anna!” La tedesca (ho deciso che è tedesca e che nel suo caso Anna ha due acca, una avanti ed una dietro: Hannah) si allontana in direzione del fiume ed io, più per inerzia che per altro, la seguo a distanza di sicurezza. La vedo entrare in un negozio di abbigliamento ed uscire con un pacchetto. Torna sui suoi passi, incrociando i miei: mi fingo interessato alla vetrina davanti alla quale mi trovo, che vende accessori per vino. Non pensavo che esistessero cavatappi così strani. Mi supera e mi rimetto nella sua scia. Che cosa ho intenzione di fare non lo so. Il perdigiorno decide di perdere anche la faccia, così, giunti all’incrocio con la piazza, la raggiungo e dico: “Scusami, ti chiami Anna, vero?”
lei mi guarda con moderata sorpresa e risponde semplicemente:
“Sì.” Allora le dico della scritta sulla saracinesca e del fatto che l’avevo vista altre volte e che così, insomma, mi chiedevo se. La mattina dopo mi porta a letto il caffé.

Calligrafismo e materialismo dialettico
Dopo che sono uscito da casa sua, mi suona il telefono: è di nuovo Matteo, ma non rispondo. Fare il giro dei colorifici mostrando la vernice grattata e chiedendo se ricordano di aver venduto a qualcuno bombolette spray di quel colore ora mi si prospetta come un’inutile ricerca. Camminando per corso Mazzini leggo distrattamente una scritta rossa: i libri costano troppo, una falce incrociata a un martello e la firma GCPV (dove G sta per giovani, C per comunisti e PV per Pavia). Non mi fermo nemmeno, mentalmente concordo e proseguo. Poi mi fermo, ci ritorno davanti quasi camminando all’indietro e rileggo: i libri costano troppo. Le o finali di costano e troppo hanno una stanghetta in alto a destra. Sono le stesse o di ti amo Anna. Lascio passare tra cose inutili quella che sarebbe stata la mia ultima giornata, in attesa che apra il locale Arci in cui lavora un giovane comunista che conosco. Lui, da quando ho fatto una carognata ad un suo amico, mi ha tolto il saluto e mi dà tutto il suo disprezzo; ma siccome lavora dietro al bancone forse qualche domanda gliela riuscirò ad estorcere:
“Con te non parlo” è la prima cosa che mi dice, e dicendola, già si contraddice.
“Ho bisogno di un’informazione, poi me ne vado.”
“Te ne vai subito, invece.”
“Chi dei giovani comunisti scrive gli slogan sui muri?”
“Ma cosa cazzo vuoi?”
“Sapere chi scrive gli slogan sui muri.” 
“Ce l’hai la tessera Arci per stare qui?” 
“No, non ce l’ho.”
“E allora fuori” e sono costretto ad andarmene. Fuori, però, mi si avvicina uno che mi dice:
“Tu però lo devi capire: sei stato un pezzo di merda.”
“Sì, sì, lo so.”
“Cos’è che vuoi sapere?”
“Chi di voi ha scritto a corso Mazzini quello slogan: i libri costano troppo.”
“E perché lo vuoi sapere?”
“Perché è la stessa mano che ha scritto un’altra frase vicino all’università e così…”
“Be’, a corso Mazzini l’ho scritta io.”
“Tu?”
“Più o meno, sì.”
“Come sarebbe: più o meno?”
“Più o meno nel senso che dovevo scriverla io, ma poi avevo da fare e poi con la vernice non sono bravo e così l’ho fatta fare a un altro.”
“Chi?”
“Si chiama Ernesto. È uno che sta a Milano e fa il graffittaro.”
“Mica hai il suo numero?”
“No. Ma so dove abita una che il suo numero sicuramente ce l’ha.”
“A Pavia?”
“No, a Milano.”
“Puoi darmi l’indirizzo?” Mi guarda per un attimo, prende una specie di agendina e nonostante io sia un pezzo di merda me lo dà.

L’obsolescenza dei piccioni viaggiatori
Mi incammino verso la stazione, mentre mi chiedo fra me e me che cosa non si faccia per un aperitivo con un amico. Il primo treno per Milano parte dopo quindici minuti, che sono venticinque, considerato il ritardo. Nel sottopassaggio leggo con la coda dell’occhio delle scritte, ma ne noto solo una che dice: Lucifero fa schifo: un satanista pentito?

Una volta a Milano scendo in Centrale e prendo la metropolitana fino a Cadorna; incrocio un paio di persone poco raccomandabili, ragazze carine nessuna. Quando esco dalla metropolitana vedo il cielo grigio e tra me e il cielo piccioni in volo: quanti saranno? Cerco Corso Magenta ma sbaglio, come previsto, traversa; dopo un po’, però, trovo il numero dell’indirizzo. Il cognome è Paoli, ma non lo vedo. E adesso? Controllo, penso all’ipotesi di suonare ad uno dei campanelli senza nome, ma dando una seconda occhiata lo trovo: eppure ero sicuro che un attimo prima non ci fosse. Non risponde nessuno; riprovo: niente.
“Chi è?” mi sento chiedere all’improvviso dal citofono. Dico:
“Pronto,” come se fossi a telefono. E di nuovo mi sento chiedere dal citofono:
“Chi è?” ed io rispondo:
“Sto cercando Ernesto. Mi hanno dato questo indirizzo” e aggiungo: “Mi chiamo Giulio.” Passano dieci secondi e mi sento chiedere:
“Ernesto chi?”
“Ernesto che fa i graffiti.” Altri dieci secondi di silenzio. E poi:
“Quarto piano!” e lo scatto del portone che si apre. Il palazzo è vecchio, ma tenuto molto bene; l’ascensore è modernissimo e al posto dei pulsanti ha una tastiera elettronica. La ditta che lo ha installato si chiama Schindler: mi chiedo se ci sia una parentela. Quando arrivo al piano mi guardo a destra e a sinistra per trovare la porta; il corridoio è molto lungo e buio. Una volta accesa la luce vado a sinistra e mi fermo davanti ad ogni porta per controllare la targhetta. Quando trovo Paoli premo il campanello e mi fermo, come sull’attenti, davanti allo spioncino. Non mi risponde nessuno; sotto la porta vedo fuoriuscire un foglietto. Lo raccolgo e leggo: Ernesto non c’è. Chiedo
ad alta voce:
“Dove posso trovarlo?” Poi infilo il foglietto sotto la porta. Mi viene restituito pochi secondi dopo: sull’altro verso c’è scritto: A Cadorna alla fermata della metro per Cascina trovi una scritta sulla parete: seguila. Sotto c’è un numero di telefono e la scritta: è il mio numero, chiamami un giorno o l’altro. Dico:
“Grazie” allo spioncino e torno all’ascensore. Sento la porta di Paoli aprirsi dietro di me e sulla soglia c’è una ragazza che mi osserva; le dico:
“Ciao!” ma lei senza dire niente chiude di nuovo la porta.
Mi correggo: le ragazze carine sono persone poco raccomandabili.

Catacomba metropolitana

Attraverso la strada, rischiando di essere travolto da una motocicletta. Registro sul cellulare il numero della ragazza, perché scripta sui foglietti volanti volant. Il cielo sembra non volerne sapere di oscurarsi e farsi notte. Mi fermerei ad osservarlo, a lasciarlo semplicemente scorrere, se non dovessi cercare questo Ernesto, mercenario del graffito. Scendo le scale ed oblitero il biglietto. Altre scale, direzione Cascina Gobba e sulla banchina ad aspettare il treno c’è una mezza dozzina di persone. Mi avvio verso il fondo, alla ricerca della scritta promessami. Niente, sul muro non leggo niente. Continuo a scrutarlo cercando di non dare nell’occhio: Milano è piena di gente strana, ma non è un buon motivo per lasciarsi andare. Finalmente la trovo, mi ci accosto e leggo: Mi trovo in galleria. Lì per lì penso alla Galleria Vittorio Emanuele; la o finale di trovo non ha la stanghetta verso l’alto. Arriva il treno, apre le porte: è quasi vuoto. Quelli che aspettavano sulla banchina si accostano ed entrano, più uno che arriva di corsa e riesce a entrare al volo. Quando il treno riparte e imbocca il tunnel, capisco che è questa la galleria in questione. Contravvenendo ad ogni norma di buon senso, più qualche norma vera e propria, mi ci addentro, camminando sul cornicione, ravvivando la luce che, procedendo, si affievolisce con quella del display del cellulare. Cinquanta metri più avanti il cornicione si amplia in una nicchia e al centro di questa c’è una porta metallica. Con la luce scopro sulla parete una freccia che punta verso la maniglia: direi che è chiaro. Busso con le nocche della mano e per poco non mi metto a ridere per l’idiozia della scena; tendo l’orecchio ma nessuno risponde; riprovo: niente. Provo allora ad abbassare la maniglia e tirando la porta verso di me si apre. Dirigo subito la luce del cellulare verso l’interno ma scorgo solo dei contatori e dei tubi e sento uno strano sgocciolio. Apro la porta di più e sempre facendomi luce trovo sulla sinistra all’altezza della maniglia un interruttore: accendo e sobbalzo vedendo un cadavere a terra e topi a rosicchiarlo. Faccio due passi indietro, il corpo non ha le mani ed è appoggiato con la schiena alla parete e inorridendo arretro e cado. Il macchinista quando mi vede, troppo tardi, inarca le sopracciglia e apre la bocca a fare una O, una voragine di stupore. Era il treno che avrei dovuto prendere per tornare a casa, non così, però.

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