Alessandro Baricco non è affatto nuovo alle collaborazioni giornalistiche, tutti ricorderanno “I Barbari”, pamphlet a puntate sulla presunta mutazione culturale degli ultimi anni, pubblicato su La Repubblica e poi diventata libro per la Fandango. Quest’oggi, sempre sul quotidiano La Repubblica lo scrittore torinese è tornato alla carica, esponendo le sue proposte per affrontare l’attuale crisi culturale del paese.
Grosso modo Baricco individua il nocciolo del problema nei finanziamenti pubblici diretti alle imprese culturali di più alto livello, vale dire festival culturali, per esempio e poi mostre, convegni, teatri dell’Opera, tutto ciò insomma che non interessa al pubblico di Massa, finanziamenti inutili, dunque, che tolgono soldi alla scuola e alla televisione. “Che senso ha, dice Baricco, sovvenzionare festival di storia, medicina e filosofia quando il sapere in televisione - dove sarebbe per tutti - esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli?” e poi rincara “Chiudete i teatri stabili ed aprite un teatro in ogni scuola”.
Insomma, la formula Baricco è semplice: tagliare i soldi alla promozione dell’alta cultura per deviarli sulla scuola e sulla televisione, vista ancora da Baricco, con un atteggiamento un po’ ingenuo, come fonte di acculturazione, esattamente come qualche decennio fa, quando insegnò agli italiani l’italiano.
Ma lo sbaglio di fondo è grossolano e pericoloso, è lo sbaglio di chi vede (forse perché gli fa comodo forse perché è cieco) la cultura scissa in due, l’alta da una parte per le élite di studiosi e la bassa dall’altra, per il popolo, ed è uno sbaglio che porta a vedere il mondo culturale come un sistema di vasi comunicanti - se tolgo dei soldi di qua ne ho di più di la - cosa inaccettabile. L’unica soluzione per risollevare la cultura di questo nostro disgraziato paese è compiere una rivoluzione culturale profonda e allargata ad ogni ambito, è smettere di fare discorsi di convenienza, è diventare profondamente onesti.
Il primo passo, però, è cercare di capire che la televisione, in fondo, ha in sé qualcosa di viziato, qualcosa nella comunicazione televisiva non funziona, è sbilanciata, prevede che chi parla abbia più potere e più autorevolezza di chi ascolta, e solo perché è dentro ad uno schermo, è una comunicazione a senso unico come unico è il modello che propone, è la fonte di un’omologazione di massa che non potrà mai essere cultura e queste sono cose che non sono nate da quindici anni, sono discorsi che già faceva Pier Paolo Pasolini negli anni settanta, e molti altri anche prima, è discorso che parte da molto lontano, almeno da Walter Benjamin. E questo Baricco può fare finta di non saperlo, ma in cuor suo, sono sicuro, lo sa.
DanielaP.
24 feb 2009 - 13:58 - #1Quello che Baricco dice ha molto senso in una prospettiva di breve periodo. Prima, intendo, che si riesca ad attuare una rivoluzione culturale grazie alla quale la televisione non sia più, come lo è oggi, la via attraverso la quale la maggior parte dei giovani (e non) di questo paese preferisce informarsi su quello che succede nel mondo.
Trovo che anche l’idea dei teatri nelle scuole abbia molto senso: bisogna in qualche modo avvicinare la cultura ai giovani e giovanissimi. Onestamente bisogna ammettere che i ragazzi che vanno a teatro oggi sono quelli che hanno una situazione familiare favorevole sia in termini economici che culturali. E tutti gli altri? L’idea espressa da Baricco sul quotidiano di oggi, così come anche quella de “I barbari”, è proprio questa: tutti hanno lo stesso diritto d’accesso alla cultura e spetta allo stato muoversi in questo senso.
malinosky
11 mar 2009 - 17:03 - #2Intellettuali e servi
Lettera aperta ad Alessandro Baricco.
Il suo lungo, ammaliante e propiziatorio, articolo apparso su Repubblica 24/02/09, mi ha lasciato una disincantata senzazione, come chi, per l’ennesima volta, resta deluso da esponenti dell’intelletto contemporaneo, asserviliti a forze egemoni e disposti ad elogiarne le iniziative, senza senso critico e storico alcuno.
A mio avviso la sua posizione sul finanziamento pubblico allo spettacolo in Italia, risulta essere faziosa e quantomeno anacronistica.
Nel suddetto articolo, con un esoterico giro di metafore lei porta l’attenzione sulla grave crisi economica che il mondo sta attraversando, e sulle dirette conseguenze che questa inevitabilmente avrà anche per la cultura, il teatro, il cinema, la musica attualmente finanziate per larga parte dal FUS Fondo Unico Spettacolo.
La sua autorevole penna si abbatte come una scure sul parassitismo delle Fondazioni Lirico Sinfoniche, sulle lobby del cinema, sugli sprechi di un Ministero della Cultura che forse a questo punto non ha più ragione di esistere.
In mano al privato dunque! Diamo adito all’iniziativa, alle agenzie, alla concorrenza al mercato, ai finanziatori (banche? Imprese? Editori?) che dalla messa in scena, sapranno trarre profitto introducendo ninfa al merito e alla qualità!
Tutto molto semplice dunque: il lume dell’intellighenzia è il profumo del cash!
Il mito? Il sentiero da seguire? Bè! Lo conosciamo già da tempo, è il pragmatismo iperliberista che partendo da Regan arriva fino a Bush junior.
Solo che… ho un fastidioso sibilo nell’orecchio, che mi distorce questa armoniosa sensazione di sogno amenricano; è un sibilo che lentamente si distingue in parola…e che riecheggia:
il crollo, la crisi…
Ma si! ecco cosa non torna signor Baricco! Come è mai possibile che in un momento in cui persino in Italia (che è l’ultimo stato che se lo può permettere) si parla di nazionalizzare gli istituti di credito, lei ipotizzi una definitiva privatizzazzione del sistema di produziione culturale? Quindi: banche pubbliche e teatri privati?
Ma torniamo per un attimo al mito: gli Stati Uniti, dove le eposizioni fianziarie scoperte per circa 10 trilioni di dollari, raggiungono quasi l’intero Pil americano di 14 trilioni; dove i grossi fondi “privati” emmessi da auterovoli istituti finanziari, dai fondi immobiliari a quelli pensione, passando dal credito alle imprese, al sistema universitario, dalle assicurazioni per la salute, al finanziamento della cultura, finora principali finanziatori non solo del sistema economico, ma anche della struttura sociale; ora si ritrovano in ginocchio con pesantissime ripercussioni sui cittadini, e sull’intero sistema che a questo punto definirei postcapitalista.
Un paese che ora grazie al suo nuovo presidente Obama, ma soprattutto allla congiuntura economica senza precedenti che sta affrontando, si è rimesso in discussione. Una pseudo nazionalizzazione da socialismo velato e discreto, che ha praticamente raso al suolo tutta la dottrina liberista della deregulation americana.
La domanda viene da sè dunque: è ancora possibile prendere questo modello di societa’ come esmpio da seguire? E nello specifico: è ancora credibile un finanziamento totalmente priovato della produzione culturale italiana che scimmiotti l’ormai decadente sistema d’oltreoceano?
A me sembra una proposta ceca, che non si confronta con la situazione attuale e che con ogni probabilità se attuata porterà allo sgretolamento dell’identità culturale nazionale e a una graduale dissolvenza del melodrammma musicale e del teatro in generale, in favore di forme più leggere di avanspettaccolo, varità, musical, e più in generale di uno pseudo teatro generalista di modello televisivo.
Comprendo e approvo a pieno il decadente stato di baracconi post-statali, come le Fondazioni lirico sinfoniche. Ma l’approccio alla soluzione delle problematiche di ristagnazione culturale, scarsità di idee, mancanza d’innovazione, nonchè onerosi costi di personale il più delle volte poco stimolato e in alcuni estremi casi, parassitario, non è sicuramente quello proposto da lei proposto.
La sua proposta mi fa tornare in mente i decreti Gelmini, che per metter ordine in un’università regnata dai baroni , mina con pesanti tagli, il futuro della stessa, lasciando di fatto a casa i primi a perdere il posto in periodi di ristrettezze, cioè i giovani precari, magari più attivi e volenterosi nonchè portatori di innovazione, a dispetto di chi (i baroni) rimarra’ comunque sul suo trono.
I teatri non propongono il nuovo non precorrono i tempi, perchè in mano a lobby di vecchi registi, scenografi, e artisti in genere. Producono debito, perchè amministrati da un’establischment di sovrintendenti che attualmente costituiscono l’unica viziosa circuitazione di cui tanto si parla.
Svecchiamo un pò il sistema quindi, e incentiviamo nuove correnti, innalzando i finanziamenti al pari della Francia e degli altri paesi europei.
La cultura e l’arte dovrebbero assolvere al compito di faro illuminatore e precursore, e dovrebbe essere fatta dai soggetti più meritevoli e lungimiranti, ha bisogno dunque di autonomia e stabilità di risorse e soprattutto di leggi che non siano quelle del mercato.
mario cimmino
17 mar 2009 - 16:08 - #3Caro Baricco,ieri ho visto uno spettacolo teatrale “di nicchia”,di rara bellezza e coinvolgimento in un teatro di “ricerca”. La invito a vederlo necessariamente: “La Confessione”,a Napoli presso l’eroico teatro Elicantropo. In pratica dieci attori recitano un monologo di 5 minuti per altrettanti spettatrici e viceversa dieci attrici impegnate per dieci spettatori. Il tutto su un confessionale e contemporaneamente in una sala buia dove l’effetto mistero chiesa e’ magnifico. Lo spettatore e’ in effetti il confessore e gli attori i peccatori. Mi creda, non mi sono mai sentito piu’ coinvolto in nessuno spettacolo d’arte,sia cinema,teatro ecc. L’immedesimazione e’ totale,spiazzante e grandiosa:io ero il prete che udiva peccati inconfessabili,ed io stesso ho provato sulla mia pelle le sensazioni di inadeguatezza e spaesamento di un semplice assolutore. Tutte le mie certezze,grazie alla profondita’ dei testi,sono venute meno! Caro Baricco,Lei pensa che senza sovvenzioni tutto sarebbe stato possibile? Ogni attore,di livello eccelso,sicuramente un giovane che fa laboratorio teatrale con passione,ha recitato per me,solo per me ,per appena 15 euro!!, senza contare le spese del teatro,ecc. Allora perche’ dare incentivi statali solo al cinema e alla televisione? Credo che siccome questi due mass-media hanno tanto da investire con gli inroiti pubblicitari,perche’ non destinare le nostre risorse al teatro di ricerca? Perche’ anche questo tipo di spettacolo,non necessariamente d’elite,non necessariamente astruso e snob o culturale non debba arrivare al cuore di tutti gli spettatori? Sinceramente,Si immagina il teatro Italiano popolato solo dai gianfranchidangelo,o benedetteboccoli o gianluchiguidi?? Tutti,con gli incentivi nostri e della comunita’ devono avere la possibilita’ di crescere e di meritarsi il meglio:lo studio e la perseveranza di bravissimi promettenti attori che ti toccano il cuore!! mario cimmino