Racconto: Quattro ricordi mostruosi della mia infanzia, di Peppe Fiore

I Bellissimi di Booksblog presenta... Peppe Fiore

Quattro ricordi mostruosi della mia infanzia
di Peppe Fiore

Gli operai in casa
Non mi sono mai piaciuti gli operai che ti vengono in casa da estranei e sventrano tutto. Questo da quando ero piccolo – avrò avuto cinque o sei anni – e una volta abbiamo fatto i lavori. Erano in quattro, quattro uomini enormi, che trascinarono per il corridoio una scala pesantissima incrostata di vernice e cominciarono a staccare dal muro i nostri cari quadri con le pacchiane a ridosso del golfo di Napoli. Subito dopo, stavano sfondando tutto a martellate. I loro corpi si vedevano appena attraverso un banco di polvere e calcina. Io e mamma, mi ricordo, muti sulla soglia del cesso; i pavimenti erano stati ricoperti di giornali vecchi – poggiavo i piedi sul cranio aggressivo di un centrocampista della Salernitana.

Poi mamma faceva un caffè e lo portava agli operai sul vassoietto buono. Gli operai scendevano dalla scala e afferravano la tazzina con l’intera mano a palanca, succhiavano tutto d’un fiato fino al fondo di zucchero, considerando in grave silenzio gli esiti della demolizione. Restituivano sul vassoio la tazzina piena di polvere. A pranzo addentavano panini enormi, senza parlarsi, accovacciati ai piedi della scala tra i calcinacci.

I capitoni a capodanno
È una delle immagini più nitide che mi restano dei nostri capodanni: mamma china sul lavello della cucina a sventrare dei capitoni neri, grossi quanto tubi per annaffiare, mentre guarda alla tele una cosa sulla lotteria. E io che vedevo chiaramente il capitone aperto in due, con le filacce bianche che sboccavano dallo squarcio. Eppure si agitava ancora. E mamma rideva, cercando di non farsi scappare di mano il capitone sbudellato. “Lo sai, questi non muoiono, non muoiono mai!” diceva. Difatti il capitone, anche se ormai era quasi vuoto, continuava
ad aprire e chiudere la bocca spasticamente.

L’unica volta che da piccolo mi hanno inseguito
L’unica volta in vita mia che sono scappato da qualcuno è stato un giorno che giocai a nascondino con Maurizio Turco, un bambino che oggi lavora nella fabbrica di famiglia nel distretto industriale di Capodichino: vi si producono spade, paramenti e forniture militari assortite.
Quel giorno mi ero nascosto sotto un balcone a pianterreno,in un anfratto remoto del parco. A un certo punto è sbucato fuori un vecchio in canottiera sul balcone, la pelle che gli pendeva inerte sulla gola, e ha gridato che io ero lì per rubare la macchina del nipote. Effettivamente, sullo stesso balcone stazionava una piccola, brutta macchinina a pedali rossa – imitazione della 313 di Paperino. Allora il vecchio, da lassù, mi ha sventolato una specie di straccio bianco davanti alla testa. Non ricordo bene. Mi ricordo il suo braccio pallido che si affacciava dalle grate dell’inferriata, una cosa molle che sembrava una lunga stecca di formaggio. Mi ritrovai un istante dopo che correvo come una furia, vento in faccia.

Ero sicuro, matematicamente sicuro, che quel vecchio malefico fosse saltato giù dal balcone e adesso mi stesse inseguendo per punirmi del tentato furto della 313.
Non mi ricordo di aver mai provato una forma di terrore così nera e pura. La paura mi aveva automaticamente convinto che avevo davvero intenzione di rubargli la macchina, e dunque nel mio ruolo di ladro scappavo come
un pazzo.

Non m’azzardai a voltarmi indietro.
Ecco, questa è stata l’unica volta che mi hanno inseguito: alla fine mi sono nascosto dentro un portone e ho aspettato mezz’ora che il vecchio tornasse da dove era venuto, cioè da dove non si era mai mosso. Poi mi sono ricongiunto a Maurizio Turco, il quale giustamente era incazzato nero perché mi ero andato a nascondere in un posto che non valeva.

Lo scheletro di mio nonno
Nonno stava d’abitudine nella sua poltrona in penombra sul fondo dello studiolo: io avevo imparato precocemente la parola osteoporosi perché papà mi aveva spiegato molto presto che quella era la malattia – una delle malattie – di cui lui soffriva. Di tanto in tanto lo si sentiva bestemmiare sommessamente tra i denti, e quelli erano i suoi principali segnali di vita; per il resto se ne stava zitto in poltrona. Era un uomo enorme, tutta la famiglia ne era terrorizzata.

Oscuramente pensavo che il suo silenzio dipendesse dall’osteoporosi. Sapevo che era qualcosa che aveva a che fare con le ossa deformate in qualche modo, ma nella mia testa l’osteoporosi restava una parola cattiva senza costrutto.

Perciò io immaginavo lo scheletro di nonno come una massa in pietra di storture e bozzi, chiusa a forza nella sua carne e deposta in una poltrona. Immaginavo che, per qualche ragione, mentre lui continuava a invecchiare sotto il suo plaid con le renne, lo scheletro nel frattempo cresceva. Ma essendo malato cresceva senz’ordine, cresceva per concrezione come i sedimenti rocciosi nei miei libri di scienze, premeva contro la pelle e questa pelle naturalmente un giorno avrebbe finito per strapparsi.

E, per farla breve, quando un giorno qualcuno della famiglia avrebbe trovato il coraggio di aprire la finestra dello studiolo dietro la poltrona, invece di nonno ci avremmo trovato seduta una massa calcificata di forma indefinita che bestemmiava col plaid sulle ginocchia contro la luce non richiesta.

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