Racconto: Il nemico, di Lucia Tilde Ingrosso

I Bellissimi di Booksblog presenta... Lucia Tilde Ingrosso

Il racconto che presentiamo oggi è firmato dalla giallista toscana Lucia Tilde Ingrosso, già autrice di A nozze col delitto (Feltrinelli) e Io so tutto di lei (Kowalski), ed è estratto dalla raccolta Lama e trama 3 (Zona).

La vera protagonista di questo breve ma inquietante racconto, intitolato "Il nemico", è l'arma del delitto, vista come confine (forse unico) tra assassino e assassinando. Nell'arco di poche battute, Lucia Tilde Ingrosso riesce a tratteggiare un quadro psicologico di grande profondità, capace di fare scorrere un minuscolo brivido anche sulla schiena del lettore più scafato.

Per leggere "Il nemico" basta cliccare sul link "Continua a leggere", qui sotto. Gli altri racconti della rassegna "I Bellissimi di BooksBlog" possono essere recuperati a questo indirizzo. Il prossimo racconto sarà pubblicato su queste pagine mercoledì 4 febbraio.

IL NEMICO
di Lucia Tilde Ingrosso

So tutto di te. O almeno, tutto quello che c’è da sapere. Esci di casa la mattina alle otto e trenta precise. Prima l’edicola: due chiacchiere e il quotidiano. Il mercoledì prendi anche il giornalino della tivù. Poi il bar: cappuccino e brioche. La brioche vuota, il cappuccino con una spruzzata di cacao. Quindi inforchi la bici, quella bianca che è stata di tuo fratello, e vai a lavorare. Fai sempre più o meno la stessa strada. Le piccole deviazioni sono per evitare i mercati rionali. Studio legale in centro. Il tuo ufficio è al terzo piano. La tua scrivania è la seconda, entrando, di fianco alla finestra. Vedi fuori. E da fuori si vede te. In pausa pranzo vai a mangiare in un self-service. Tutti i giorni, tranne martedì e giovedì, dedicati alla palestra. Dal lavoro non esci mai prima delle sette. Di solito, torni direttamente a casa. Qualche volta prendi un aperitivo in centro. Raramente stai fuori fino a tardi.

Ma so anche tante altre cose. In quale supermercato vai. Chi è il tuo medico. Come passi i week-end. Che film noleggi alla videoteca. Io sono sempre con te. Anche se tu non lo sai.

Oggi piove e questo scombina un po’ i tuoi piani. Appari inquieta. Niente bici, prendi la metropolitana. La giornata sembra più lunga del solito. Quando esci dall’ufficio ti guardi intorno con aria sospettosa. Piazza Cordusio è piena di gente. Una bambinetta vestita di rosa si ferma vicino a te. Tu non le dai retta e la madre la trascina via. Il tuo sguardo scandaglia la piazza. Come se cercassi qualcuno. Come se sapessi che io sono qui. Sempre circospetta, raggiungi l’ingresso del metrò. Cominci a scendere le scale, poi ti fermi. Ti volti. Io sono sempre con te. E forse tu cominci a sospettarlo.

Stamattina sei un po’ sottotono. Fa caldo e devi aver dormito male. Il sole non ti piace. Ti difendi con un cappellino calcato sulla fronte. Il tuo volto pallido si vede appena. Dal cappellino spuntano ciocche dei tuoi capelli. Sono rossi, lunghi, ondulati. Saranno i primi a cadere. Stringo forte le forbici, dentro la tasca. Sento ancora quella sensazione: a volte è nausea. A volte è desiderio. Potrei bloccarla, ma non voglio.

Sembri attenta, ma non ti accorgi di me. Tu freni, io freno. Tu vai, io vado. La stessa strada, in totale sintonia.

In via Meravigli, sei quasi caduta. La ruota della bici si era incastrata nella rotaia del tram. Hai barcollato. Ho avuto paura per te. Ma poi hai mantenuto l’equilibrio. E sei andata avanti, come se niente fosse successo. Fai sempre così. Le cose ti scivolano addosso. Ma io non ti scivolerò addosso, no. Io ho altri piani per te.

Le forbici sono un bell’oggetto. Semplice, lineare, quotidiano. E letale, se ben usato. Ma io non ho intenzione di andare fino in fondo. Non questa volta.

Per ora, voglio darti solo un segnale. Farti sentire la mia presenza. Non mi va più che continui a ignorarmi. Mi dà fastidio che tu faccia finta di niente. Comincio a non sopportarlo più.

Calma. Mi serve calma.

Stringo le forbici, il metallo diventa caldo nel mio palmo.

E’ notte alta e il tuo appartamento è immerso nel buio. La porta finestra del soggiorno è aperta, per far entrare un po’ d’aria. Nelle case di ringhiera entra facilmente il fresco. E non solo quello. Mi muovo con circospezione, senza fare rumore.

La camera da letto è piccola. E piena di te, del tuo profumo. Sento le forbici. La loro presenza mi conforta. Bastano pochi tagli. Me la cavo in fretta.

E’ sabato e te la prendi comoda. Poi, l’appuntamento con lo specchio. “E i tuoi lunghi capelli non li rivedrò più” mi viene da cantare. Quando esci di casa, esibisci un caschetto irregolare e un’espressione inedita. Sei più perplessa che spaventata. Al giornalaio riservi solo commenti sul meteo, non c’è confidenza. Con la barista cinese, invece, ti lasci andare. Le racconti, fra i sussurri, che qualcuno si è introdotto a casa tua, stanotte. Lei spalanca i suoi occhi neri, teme il peggio. Poi tu le mostri la tua chioma mutilata. “Mi ha fatto questo” dici alla fine, stupendola. Poi, ti senti meglio.

Al cassiere del supermercato, quello che ti saluta sempre e pensi abbia un debole per te, dici solo che “volevi darci un taglio”. Il farmacista ti guarda interrogativo e tu non contraccambi che con un sorriso vago.

Non sai di chi aver paura, ma senti la mia presenza. Lì, da qualche parte. Sono il tuo nemico. E sono sempre più vicino.

Nel pomeriggio vai dal parrucchiere. Hai un impegno per cena e vuoi farti dare una sistemata. Mentre aspetti, racconti quello che è successo. C’è la vicina di ballatoio che rabbrividisce e, inconsciamente, si tocca i capelli. Ma lei non ha nulla da temere. Io voglio te.

Quando arriva il tuo turno, il parrucchiere Silvano tira fuori le forbici. La luce rimbalza sulle lame divaricate. Visto così, ti sembra un oggetto quasi osceno. Zac, zac: Silvano pareggia la lunghezza delle ciocche, poco sopra le spalle. Senti il freddo della lama sul collo. La sensazione dura lunghi attimi. Sembra quasi lo faccia apposta. Ti chiedi se ti puoi fidare di lui. Ti chiedi se c’è qualcuno di cui ti puoi fidare.

Comincia una nuova settimana e tutto è come prima. In apparenza. Stai bene pettinata così. Vuoi vedere che alla fine ti ho fatto un favore...

All’ora di pranzo sei nel solito self-service. Non da sola. Lui è il tuo vicino di scrivania, Marco, che ti muore dietro da una vita. Tu hai sempre fatto finta di niente. Oggi no, questo è un lusso che non ti puoi permettere. Sento le vostre parole. Gli racconti tutto. Lui si mostra preoccupato, ma dentro di sé gongola. Quale scusa migliore per attentare alle tue barriere. “Chiamami, quando hai bisogno. Io ci sono sempre per te” ti dice.

Non è vero. Solo io ci sono sempre per te. Nessuno può battermi, in questo.

Il resto della giornata scorre tranquillo. Contrariamente alla logica, non sembri spaventata.

La sera è calda, ma prima di andare a dormire chiudi tutte le finestre. Sei un’illusa se pensi che basti questo a tenermi fuori. Io sono dentro. E dire dentro non è ancora abbastanza.

Un coltello comprato in tivù. Ha un bel manico, in legno scuro. E’ ideale per tagliare il prosciutto, ma io lo userò per qualcos’altro. Mi passo la lama sul palmo. Mi aspetto di vedere la traccia sottile della ferita, ma non succede. Non è abbastanza affilato. E’ un azzardo, ma me lo concedo. Vado nel negozio di ferramenta proprio sotto casa tua. Lì ti conoscono, ti saluterebbero con calore. Ma il titolare non c’è e l’aiutante è di poche parole. Mi affila il coltello senza fare domande. Due euro. Mi ficco in tasca lo scontrino.

Aspetto che diventi tardi, molto tardi. Tu sei indifesa, quasi troppo perché io mi diverta. Lascio su di te la mia firma. Voglio che tu capisca di aver perso la libertà. Di essere diventata mia.

Il mattino dopo, mi godo il trambusto. Appena ti sei accorta di quello che è successo, hai fatto salire la portinaia. Lei, logorroica e iperattiva, ha subito chiamato la polizia. Adesso siete in tre, sul ballatoio. Tu, lei e un poliziotto dall’aspetto indolente. Lo sfondo è da cartolina: casa vecchia Milano con muri gialli, piante fiorite, gatti che si aggirano sornioni. Il tutto cozza con la drammaticità della situazione. I tuoi gesti e l’espressione del viso sono fin troppo eloquenti: il racconto si può seguire anche a distanza. Mostri ancora il taglio sulla guancia destra, ormai rimarginato. Loro – il poliziotto e la portinaia – non si spiegano come tu non ti sia svegliata, al momento dell’aggressione. L’hai fatto più tardi, nel sentire il sangue caldo e appiccicoso che imbrattava il guanciale.

E non si spiegano neanche da dove il nemico, io, possa essere entrato. Non trovano segni di effrazione. Non sanno che cosa pensare.

Sorrido, fra me. Me la sono cavata bene.

Ho tirato fuori l’arma finale dal cassetto dei ricordi. Era del nonno barbiere. E’ un rasoio affilatissimo. Ti succhierà via ogni linfa vitale. Ti farà morire la voce in gola. Ti strapperà la vita.

Non volevo arrivare a questo. Sei stata tu a costringermi. Con la tua indifferenza.

Ho cercato in ogni modo di farti sentire la mia presenza. Di reclamare il tuo amore. Ogni giorno, come potevo. Sarebbe bastato un tuo sorriso. Ma tu, che sorridi a tutti gli altri, continui a ignorare me. Mi dispiace, ma stanotte morirai. Non c’è altro da dire.

Sei spaventata, finalmente. Appena è buio, tiri giù tutte le tapparelle. Chiudi con attenzione porte e finestre. Fai il giro due volte, per controllare. Stai davanti alla tivù fino a tardi, ma chissà cosa vedi. Bevi una camomilla, che può poco con i tuoi nervi aggrovigliati. Ti senti sola. E allo stesso tempo casa tua è affollata da mille fantasmi. Chi è il tuo nemico? Il giornalaio, la barista, il cassiere del supermercato, la portinaia, il ferramenta, il collega, il parrucchiere, la vicina, il farmacista... Tutti vicini a te. Tutti che si prendono un pezzo del tuo tempo, della tua vita.

Scuoto la testa: non ci siamo. Non ci sei.

La ferita sulla guancia ti dà fastidio. Ti ricorda che il nostro appuntamento si avvicina. Sai che tornerò. Solo, ignori che succederà così presto. Spegni la luce, cerchi di dormire, dormi.

Ho in mano il rasoio. Voglio usarlo su di te. Un taglio netto, alla gola. Basterà un attimo, non soffrirai. Non quanto me, almeno.

E’ buio pesto. Cerco di fare il meno rumore possibile, ma tu ti accorgi di me.

Sento il tuo respiro affannoso e lo scalpiccio dei tuoi passi. Corri in bagno, accendi la luce.

Eccoci di fronte. Tu e io. La ragazza spaventata e il suo nemico. Occhi negli occhi. Sollevi una mano, fai per toccarmi. Sollevo una mano anch’io. I nostri palmi si uniscono.

Hai gli occhi sbarrati. Anch’io.

Sollevo il rasoio. Anche tu.

Lo specchio ti restituisce la mia immagine. Sono il tuo peggior nemico, sono dentro di te.

Stringiamo forte il rasoio, insieme. Basta poco. Un pizzico di coraggio e ti libererai di me.

Respiri forte, il tuo petto si abbassa e si solleva. Il rasoio è sempre più vicino alla gola. Manca poco, pochissimo. E tutto sarà finito.

Non è andata come pensavo. Avevi la mano che tremava e mille dubbi. Ma hai finito per posare il rasoio. E prendere il cellulare. Hai chiamato Marco. Lui è arrivato quasi subito. E ti ha ascoltato, per tutto il tempo che restava di quella tormentata notte. A lui hai raccontato della diagnosi infausta e degli anni di psicofarmaci, degli episodi di autolesionismo e del tuo peggior nemico. Me. Te stessa.

Lui ora ti stringe la mano e prova a sorriderti. Tu pensi a come scacciarmi, per riprenderti la vita.

Ma io non ho nessuna intenzione di andarmene. E tu vincerai solo quando capirai che l’unico modo per battere certi nemici è farseli amici. Se mai lo capirai.

Altrimenti ricorda che il rasoio è sempre lì, dove l’abbiamo lasciato noi.

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