Dopo aver collezionato premi con “L’isola”, Armin Greder sceglie “La città ” per tornare in libreria; una favola d’oggi sul rapporto tra madre e figlio, dove alla morte della madre corrisponde la crescita del figlio. Anche questa volta a tradurlo per le edizioni Orecchio Acerbo ci ha pensato Alessandro Baricco. La scrittura è scarna e incisiva, avvolta in un colore nebbioso e quasi nervoso; si avvicina a un narrato in bianco e nero dove il testo è relegato ai limiti, come se corresse su un binario altro, simile a un balloon ma senza la nuvola. Abbiamo intervistato Greder raggiungendolo in Australia.
Una domanda a Greder: se da bimbo avesse letto “La città ” di Armin cosa avrebbe pensato?
Se mi immagino dodicenne, mi vedo spaventato e affascinato dalla morte di mia madre. La totale dipendenza da lei e il disastro dell’abbandono mi avrebbe spezzato come una corda. Mio padre era morto l’anno prima che io potessi essere pienamente cosciente del fatto che mia madre potesse morire. La dipendenza da mia madre e la sicurezza che lei rappresentava, mi avrebbe reso impossibile contemplare l’enormità della morte. Nel racconto, la morte della madre lascia il ragazzo libero di vivere la sua vita; a me invece avrebbe fatto scappare. Allo stesso modo, sarei stato incapace di vedere la natura egoistica e dannosa dell’amore della madre per il giovane – se mi permette di trovare un legame tra la madre narrata nella storia e la mia - . Avrei avuto bisogno di dieci anni in più, e di molte interferenze di mia madre nelle lotte con i miei lupi, per iniziare a capire.
Che cos’è la morte per Armin?
La morte fa parte della vita. Questa è la filosofia e funziona bene fino a che non si muore. Ma confrontarsi con la morte è di solito più un fatto che ha a che fare con le emozioni che con la filosofia. Poi la morte può essere niente: l’inaccettabile, una buia caverna senza fondo, una rabbia crescente, la fine del mondo, la vergogna di essere mezzi orfani, di essere abbandonati in una solitudine incomprensibile e ostile, la prova che Dio non esiste, la prova che Lui dovrebbe esistere, oppure una ragione per festeggiare (ad esempio nel caso di George W. Bush).
Quando è nata l’idea de “La città ”? Quali difficoltà ha trovato nel disegnare la storia e quali nel narrarla?
Le idee per il racconto mi sono venute da un soggetto che mi interessa particolarmente: dalla vita, dalla nascita. La relazione tra un unico figlio e la madre possessiva. L’ho scritto tanto tempo fa in Australia, con una macchina da scrivere. Nel frattempo ogni brano e ogni disegno è sparito. Solo alcuni ricordi sono rimasti: all’inizio mostravo la madre morta che giaceva nella posizione del “Cristo Morto” del Mantegna. Mi aveva impressionato molto quell’immagine, ma se l’avessi realizzata non sarebbe nato il racconto. Così l’ho lasciata cadere e ho lasciato solo il ragazzo sulla sedia. Lasciando più spazio all’immaginazione.
Poi c’era la questione del “cosa fare” della morte della madre. Avrebbe perseguitato il ragazzo per molte più pagine? Oppure no. Così ho preso in considerazione una sua immagine, ingombrante, che il ragazzo portava con sè ma non ne ero convinto. La soluzione mi è venuta ricordandomi della ragazza in “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez, che portava le ossa dei suoi genitori in una borsa, in giro, con lei.
Ma dovevo trovare il modo in cui il ragazzo si sarebbe liberato di sua madre, fatto che lo avrebbe lasciato crescere. Ho provato a fargli attraversare un fiume in piena dove lasciare le ossa e superare le paure. Poi ho eliminato il fiume e ho lasciato solo il lupo che si confrontava con il ragazzo: molto più elegante e più d’effetto. Poi c’era il titolo. Avevo deciso fosse “L’uomo”. Poi, mentre lavoravo all’illustrazione della copertina, ho preferito “La città ”, volendo intendere che la sua assenza rappresenta una vita in cui la crescita è impedita.
Una qualche esitazioni mi è venuta scrivendo il racconto. Dopo tutto, stavo compiendo un’eresia; stavo indagando il sacrosanto amore di una madre per il figlio. Non solo, ma la stavo eliminando…
L’esitazione è diventata più forte quando ho immaginato il libro finito e in libreria. Qualcuno avrebbe potuto mostrarglielo e io avrei dovuto sopportare i suoi occhi feriti che mi guardavano, facendomi passare per Bruto.
L’esitazione ora è svanita. Non perchè c’è stata una sorta di liberazione catartica dovuta al confronto con il mio disordine interno, ma perchè vivendo - tra la mia compagna e mia madre - non ho avuto altra scelta che capire le mie priorità . Dimenticando il modo in cui percepivo mia madre invece di guardare com’era.
Per lei che ha scelto di vivere in Australia, come per vedere il mondo a testa in giù, cosa rappresenta la città ?
Non penso che il mio stare al mondo abbia molto a che fare con ciò che rappresenta la città . Avrei scelto lo stesso titolo se avessi scritto il racconto in Svizzera. Da una parte o dall’altra, la città sembrava una giusta metafora per la vita, e se la vita deve essere abbracciata o temuta, riguarda meno l’esistenza che il punto di vista della persona che la vive. È per questo che la città della storia è un posto minaccioso all’inizio che diventa una sorta di Terra Promessa alla fine.
Armin Greder
La cittÃ
Orecchio Acerbo Editore
pagine 26
prezzo: euro 16
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