Racconto: Notturni livornesi, di Gordiano Lupi

I Bellissimi di Booksblog presenta... Gordiano Lupi

Come promesso, apriamo oggi la nostra rassegna di racconti con un testo di Gordiano Lupi, direttore editoriale delle Edizioni Il Foglio, già autore di Orrori tropicali e Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura, nonché traduttore "ufficiale" della cubana Yoani Sanchez.

Il racconto s'intitola Notturni livornesi ed è un breve spaccato malinconico e "amarcordiano" su una provincia perduta pur senza mai allontanarsene. Ambientato a Livorno, è un racconto in cui possono riconoscersi tantissimi cosiddetti "provinciali" (e io, messinese, per primo) ricordando che, come scrisse il maremmano Luciano Bianciardi (citato nel testo), «per provinciale deve intendersi, almeno in Italia, chiunque non sia nato né a Roma né a Milano».

È possibile leggere integralmente Notturni livornesi di Gordiano Lupi cliccando su "Continua". I "Bellissimi di Booksblog" tornano venerdì prossimo con un altro racconto. Buona lettura.

NOTTURNI LIVORNESI
di Gordiano Lupi

La nostra città. Che poi chiamarla città è un po’ eccessivo, se si vuole. Cittadina sa di ricordi della scuola elementare. Paese è un po’ riduttivo. Insomma questa città è uno di quei posti di provincia dove le giornate hanno tutte lo stesso sapore e il passare del tempo non lascia traccia. Però vivere in provincia non è che mi sia mai dispiaciuto e sono io che l’ho scelto. Subito dopo laureato mi avrebbe assunto una grande azienda del nord. Rifiutai, spaventato dall’idea di dovermi trasferire a Milano. Avevo amici che vivevano in città e non li invidiavo per niente. Sapevo che non sarei stato capace di adattarmi ai ritmi della metropoli e a quel via vai di auto e persone sempre indaffarate in qualcosa d’importante. E poi mica mi chiamavo Bianciardi. Se non c’era riuscito lui a scappare dalla Maremma e a farsi una vita che non fosse agra…

La mia città si può percorrere in lungo e in largo in un pomeriggio e le distanze sono così ridotte che l’auto non è essenziale. Con tutto questo nessuno ne fa mai a meno. Ma questo è un altro discorso.

La vita scorre in un fazzoletto di poche centinaia di metri, lungo una spaziosa via del centro che porta al mare, quella che un po’ pomposamente chiamiamo corso.

“Ci vediamo in corso” era la frase ricorrente tra noi ragazzi, quello era il posto dello struscio serale, la via che per anni abbiamo percorso avanti e indietro almeno dieci volte al giorno. E adesso che siamo cresciuti abbiamo passato il testimone alle nuove generazioni. I tempi cambiano ma il corso resta. Con le stesse abitudini e identici rituali. Non chiedetemi perché. Fare le vasche in corso è sempre stato il passatempo preferito del liceale e dello studente universitario che tornava a casa per il fine settimana.

Si incontravano gli amici, si facevano quattro chiacchiere, si tampinava qualche ragazza. Durante l’estate gli aficionados dello struscio si trasferivano sul mare, verso le baracchine bianche e rosse, ai Bagni Pancaldi, alla Rotonda di Ardenza, insomma bastava un posto dove ci fosse una spiaggia e un po’ di fica, ché quello si cercava, mica altro. Un bar con vista su mare e ombrelloni, scogliere e tanga, bikini scosciati e tette al vento. Tra un bagno e l’altro ci bastava un po’ di musica, una partita a flipper e magari due scozzi a calcio balilla e biliardo. Però durante l’inverno era d’obbligo la puntatina in corso, sulla sera, poco prima di cena. Anche se mancava ancora qualche pagina di latino da tradurre. Anche se il capitolo di storia appena l’avevamo letto e restava da ripetere. C’era sempre il secchione da cui copiare il giorno dopo… La nostra cultura era quella del flipper con i record segnati con la penna biro, del calcio balilla con i vecchi calciatori decapitati e anneriti, dei primi videogames artigianali che si facevano strada. Non solo. Era la cultura del cinema con il doppio spettacolo domenicale e la signora che vendeva manciate di semi per poche lire. Era la cultura del campino sterrato della parrocchia, dove abbiamo sognato da bambini di emulare Mazzola e Rivera. Era la cultura dei nonni che raccontavano le fiabe tenendoci per mano nelle giornate di vento. E vivevamo così il nostro tempo libero, dopo lo studio, dopo l’allenamento allo stadio per la partita della domenica, prima di andare al cinema o a ballare.

Le notti di Livorno erano passione di una provincia che sorride ai tuoi occhi di ragazzo che affronta la vita. Fossi maleodoranti dove gettare una lattina di birra o le finte teste di Modigliani (che grandi erano stati peccato non averci pensato anche noi) dopo una scorribanda tra amici. Scogliere del Romito con la luna a picco su una casa uscita dai versi di Montale e io che mormoravo la casa dei doganieri, la casa della mia sera, con la tua mano stretta nella mia e aspettavo un bacio, un segno che tutto sarebbe andato bene, che non mi avresti lasciato. Nottate di libeccio con il mare che superava la balaustra di cemento dell’Ardenza e bagnava le mura della vecchia chiesa di mare all’Accademia. Maestrale che pareva uscito da un quadro di Fattori mentre alla Rotonda mi fermavo a guardare il mare ed era un modo come un altro per attendere un bacio dalle tue labbra inesperte e tremanti, quasi come le mie. Le notti della Livorno d’un tempo a dar fastidio alle puttane sui viali, chiedere quanto vuoi e scappare via, ché tanto non ce l’avevamo il coraggio e mica era vero che ci volevamo andare. Le notti d’inverno al Blue Moon, un night che forse adesso ha cambiato nome, a spendere soldi con una ballerina di Setubal, occhi chiari e capelli biondi, seno piccolo e sedere alto, domandarsi perché una ragazza così bella faceva quel mestiere invece di scappare insieme a te come un angelo azzurro venuto da lontano. Notti di tanti anni fa, forse troppi, che lasciano soltanto un leggero velo di nostalgia, malinconia di quello che è stato e non può tornare. E adesso sono notti casalinghe, bene che vada un cinema ai Quattro Mori, se viene Nanni Moretti, o al Kino Dessé per il Joe D’Amato Horror Festival che mi ricorda il passato. Ogni tanto una pizza e una gita fuori porta, una serata in Fortezza se canta un gruppo cubano e fanno musica latina, una puntatina in Venezia tra palazzi ristrutturati e quel bel sapore di antico con i panni tesi alle finestre che si affacciano sui fossi. Questi sono i miei notturni livornesi, per lo più casalinghi, un bimbo da crescere, una bambina da cullare sulla scia di ricordi che non tornano e d’un passato che diventa musica di nostalgia.

Adesso che ho un lavoro serio mi manca persino il tempo di andare in centro a fare una vasca. Se esco è solo per acquisti o un appuntamento importante. E poi non saprei che fare avanti e indietro per quella strada. Non troverei gli stessi volti, a parte qualche pensionato davanti al Bar Sport. Ma non è cambiata tanto la mia città, in fin dei conti si vive ancora come un tempo. C’è lo stesso corso, ci sono i cinema del centro, pure se hanno aperto i multisala, ci sono tanti bar come una volta, anche se parecchi parlano lingue straniere, vendono kebab, hamburger, roba così, che io mica la comprendo. Hanno chiuso le vecchie sale giochi, mancano i carretti dei venditori di semi e pistacchi, non vedo passare il venditore di gelati, non ci sono bliardini e flipper. Per questo mi fermo poco in centro e non mangio il gelato nei bar troppo eleganti che espongono gusti multicolori. Non avrebbe più il sapore di una volta. Avrebbe un gusto troppo amaro. Saprebbe di rimpianto. Perché in fondo in fondo lo comprendo cosa è cambiato. E non mi va mica tanto di ammetterlo.

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