Philip Roth si confessa a Le Monde: "non voglio più esser schiavo della letteratura"

L'annuncio shock ve lo avevamo già fatto presente a metà novembre, quando la sua decisione di "smettere di scrivere", comunicata in primis a Nelly Kapriélian, una giovane giornalista della rivista francese Les Inrockuptibles, aveva fatto scorrere oceani d'inchiostro, velati da poco sottili sospetti di operazioni per il rilancio editoriale di una produzione già abbastanza nota.
A poca distanza dalla polemica sulla correzione della sua pagina Wikipedia, i colleghi di Le Monde sono ritornati ad interrogare lo scrittore a New York. Ne è venuta fuori un'intervista approfondita e ricca di spunti, nella quale Roth non si dichiara assolutamente pentito e, "in giorni di gran rifiuti", difende con sicurezza le ragioni del suo ritiro senza esitare ad annunciare provocatoriamente: "non voglio più esser schiavo della letteratura!". Dalle sue risposte mai elusive, sembra che Roth si stia ormai dedicando con grande impegno alla preparazione dei materiali per la sua biografia, della cui stesura si sta già occupando lo specialista americano Blake Bailey.
Tra una favola a quattro mani insieme ad Amelia (8 anni figlia di un suo amico) e una certa serenità acquisita nel tempo, quel che appare tra le righe è un Roth lucido e leggermente amaro, uno scrittore che grida il suo dispiacere per l'inesorabile scomparsa dei "veri lettori", ormai ridotti in un numero pari a quelli dei rari amanti della poesia latina, e che, contro ogni deriva glamour, confessa che il piacere che segue la fine della creazione di un libro dura dieci giorni al massimo.
E un punto in particolare ci ha colpito all'interno di questa lunga intervista pubblicata in un numero speciale, si tratta dell'inizio, che vi presentiamo qui di seguito in traduzione libera. Al giornalista che lo interroga sulla sua volontà di diventare scrittore, Roth risponde con la posatezza di tanti anni di mestiere alle spalle:

Quando si decide di diventare scrittori non si ha la minima idea del genere di lavoro che ciò rappresenti. All'inizio si scrive spontaneamente a partire dalla propria conoscenza abbastanza limitata del mondo non scritto e del mondo scritto, pieni di ingenua esuberanza. "Sono scrittore", una gioia che assomiglia a quella di chi può affermare "c'è qualcuno nella mia vita!". Ma lavorare giorno dopo giorno, o quasi, per circa cinquant'anni - come scrittore o come amante - è un compito estremamente impegnativo e certamente non la più piacevole attività dell'uomo.

Via | lemonde.fr/livres


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