Lucio Dalla, giullare di Dio, di Paolo Jachia

"Mi ha sempre colpito la scelta di Cristo di nascere povero...Lui, povero, è il futuro".

Dalla è stato, nella sua generazione, quella dei cantautori degli anni '70 - quella di De Gregori, Vecchioni, Venditti, Guccini, e De Andrè - l'unico "venuto dalla strada", senza, a differenza loro, lauree o studi liceali seri alle spalle, privo di "famiglie borghesi e case e biblioteche". E' stato piuttosto, se così si può dire, come Gino Paoli, un "analfabeta di genio".

Un genio "analfabeta" in cui non a caso coesistono "semplicità e complessità metafisica e religiosa", l'idea che la parola è sacra è peggio di un kalashnikov, come quella dei Salmi, "offensiva e difensiva insieme". Geniale semplicità, capace di far sì che nessun verso delle sue canzoni non sia "complessivamente comprensibile" e allo stesso tempo non banale.

E allora quanto è piacevole navigare in mezzo ai versi - ma anche alle confidenze fatte in interviste e incontri umani - di un cantautore come Dalla. E' piacevole soprattutto perchè siamo guidati al timone dalla mano salda di Paolo Jachia, a cui appartengono le frasi che ho virgolettato poco sopra, che si è avventurato in questo che è un vero e proprio "viaggio nell'anima" delle canzoni di Lucio.

Lo ha fatto in un libro, questo Lucio Dalla, giullare di Dio, edito da Ancora, dedicato a un artista che secondo l'autore è possibile identificare come uno dei "folli di Dio", nella schiera di cui fa parte ad esempio anche san Francesco, quelli convinti che "Dio è nelle mani di un uomo che lavora" (Non andar più via), un uomo il cui "padre è stato il dolore" (Siamo dei). Uomo che rimane però, nella sua semplicità, un mistero. "Ecco il mistero/sotto un cielo di ferro e gesso/l'uomo riesce ad amare davvero/senza nessuna certezza/che commozione, che tenerezza"(Balla balla ballerino).

Il Dio di Dalla allora non può che essere quello cristiano, visto che Cristo - e suona, nelle sue parole, come un'attestazione di stima - "è il più grande comunicatore della storia. Capiva la gente. I suoi amici erano pescatori, prostitute, persone semplici e povere. E lo capivano quando parlava". Un Cristo lontano dal potere, un eroe degli ultimi.

"Il potere è peste nelle vene...è sifilide nel cielo...il potere è il contrario dell'amore, è peste nel cuore...Dio non ha carrozza nè oro, imbroglio e convenienza. E' uccello che non sbanda, è fulmine che scalda, è vento libero che sposta anche le stelle, è libertà...Amore ti ho cercato ed eri già dentro al mio cuore" (Tosca).

Dalla, credente ("che non ha mai provato imbarazzo a parlarne in pubblico anche quando era di moda essere ateo a tutti i costi", come dice in un'intervista) che fu colpito dalla vista delle stimmate di Padre Pio (episodio di cui non ha mai parlato se non per brevi accenni) era anche un uomo di sinistra. Convinto però che "trasformazione" sia meglio di "rivoluzione", come dichiarava in una intervista.

"Io credo nei piccoli e grandi cambiamenti quotidiani, nella lunga dialettica fra le tante vittorie e le tante sconfitte che si incontrano strada facendo. Un rivoluzionario, invece, come d'altra parte un uomo violento, non può permettersi la gioia di essere sconfitto...Violenza e rivoluzione propongono qualcosa di troppo traumatico, di troppo definitivo perchè io possa esserne attratto".

Dalla che parla della macchina come simbolo di "consumismo sfrenato" che porta a una schiavitù invisibile da cui dobbiamo liberarci "creando un rapporto nuovo con i beni di consumo, creando un uomo nuovo" (vedi Il motore del 2000) un po' come quel Nuvolari libero dalle pressioni delle industrie, dalle pubblicità dei prodotti attaccate addosso ai campioni dello sport di oggi. E' l'uomo, non la macchina, la vera meraviglia, sembra suggerire, da ammirare quando passa.

La fretta uccide tutto, pensa a come l'industria sta uccidendo l'artigianato...solo perchè le macchine sono più veloci...Non parliamo della scrittura...gli sms la vanno uccidendo...Par d'intuire una strategia mediatica per evitare la riflessione, che è poi conoscenza".

Ma il testo di Jachia, come dicevamo, è una lettura importante per tutti coloro che amino Dalla, credenti o meno, perchè consente un approfondimento verticale di - come chiamarlo - il suo cuore, il suo pensiero, la sua "ideologia" intesa come visione della vita, attraverso un puntuale ricamo intessuto dei suoi versi, e la narrazione dei fondamentali incontri umani e professionali, come ad esempio quello con De Gregori ("insieme eravamo come Don Chisciotte e Sancho Panza", due "cantautori nudi, chitarra e parole", come scrive E. De Regibus) o con Roberto Roversi (definito da Michele Serra "uno dei massimi poeti italiani"), e un bel parallelo con un altro "giullare", Dario Fo.

Ma ritroviamo anche l'esperienza dei racconti di Bellalavita, la splendida esperienza della Tosca, le sue dispense universitarie (sentite il titolo: gesù, san francesco, totò, la nebulosa della comunicazione). In finale viene da chiedersi: Dalla è stato anche un poeta? "No la poesia non c'entra", disse in una intervista "...tutte storie quotidiane, con Anna e Marco, con le stelle di periferia...c'entra solo il linguaggio della gente". Chiudo con una curiosità. Sapete quale era la parola che usava di più Dalla, nella sua vita? Lo ha detto lui in un'intervista: "Grazie".

"all'eterno ci ho già pensato/è eterno ogni minuto, ogni bacio/ricevuto dalla gente che ho amato" (Siamo dei).

P. Jachia
Lucio Dalla giullare di Dio
Ancora ed.
15 euro

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