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Riflessioni sparse su Più libri più liberi

Pubblicato: 12 dic 2008 da lara

piramide di libri

Ed eccomi qui, per il terzo anno consecutivo, alla fiera di Più Libri Più Liberi a pormi le solite domande: la fiera aiuta davvero la piccola e media editoria? O meglio, quale piccola e media editoria merita di essere aiutata? Nell’infinità di stand è facile perdersi e quanti dei visitatori sono in grado di riconoscere le vere case editrici dalle aziende poco interessate alla letteratura e molto ai guadagni (leggasi editoria a pagamento…)?

Mi chiedo se sia giusto permettere a chiunque di affittare uno spazio, distogliendo l’attenzione da quelle realtà coraggiose che davvero meritano di essere promosse. L’impressione è che a monte non ci sia nessuna selezione e questo a discapito di molte case editrici che sono rimaste fuori (Sironi e Fernandel su tutte) per fare spazio a chi specula e si arricchisce sulla vanità di scrittori disposti a tutto pur di vedere il proprio romanzo pubblicato.

Qui ci sarebbe da aprire un discorso più volte affrontato sull’editoria a pagamento per il quale vi rimando al libro di Silvia Ognibene, “Esordienti da spennare” edito da Terre di mezzo, di cui avevamo già parlato.

Foto | Flickr

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14 commenti

Commenti dei lettori

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  • ivan Oltre il Corpo E La Mente

    12 dic 2008 - 13:41 - #1
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    “esordienti da spennare” :D il titolo è tutto un programma… Già, è difficoltoso inizialmente trovare la giusta casa editrice che fa al caso.. ma con un pò di attenzione e impegno non ci si lascia spennare

  • fever008

    12 dic 2008 - 14:22 - #2
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    in linea di principio sono d’accordo sul discorso dell’editoria a pagamento intesa come malessere dell’editoria italiana. Però questa è una mia idea personale. In un discorso più ampio non dovremmo dimenticare che l’editore non è un mecenate, ma un imprenditore e se in italia esistono milioni di persone convinte di aver scritto un capolavoro perchè un imprenditore non dovrebbe cercare di soddisfare con una sua offerta tanta domanda? In ogni caso, e qui concludo, prima di pontificare su cosa c’è e cosa non c’è all’interno di più libri più liberi io inizierei a mettere almeno una foto giusta della fiera, o almeno non una foto del secondo padiglione della fiera del libro di Torino ;)

  • Profilo di lara79

    lara79

    12 dic 2008 - 15:04 - #3
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    Hai ragione sulla foto, ma l’ho fatto consapevolmente. E’ che avevo già scritto altri post sulla fiera e utilizzato le foto disponibili, così ho messo quella di Torino che rende comunque l’idea di fiera.

    Lara

  • Profilo di chiarafattori

    chiarafattori

    12 dic 2008 - 15:08 - #4
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    L’editoria a pagamento è davvero un male e contribuisce a creare quella superproduzione di libri che sommerge poi la produzione di libri “veri”. Ad ogni modo, sono d’accordo con fever: finché ci sono gli autori disposti a pagare ci sarà chi li accontenterà e ci speculerà sopra, è ovvio, fregandosene dell’etica e del resto. E sono d’accordo anche sulla foto, che per quanto carina, è stata scattata a Torino (io ne ho una pressoché identica :)

  • betazed

    12 dic 2008 - 15:51 - #5
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    Una fiera è un insieme etergeneo e restituisce il panorama delle cose prodotte, degli stimoli e della passione che ognuno mette nel suo lavoro.
    Al visitatore/acquirente è richiesta attenzione…sempre.
    credo!

    In qualsiasi acquisto alimentare io faccia guardo scadenza, data di produzione, luogo di imballaggio, conservanti…
    Ho la certezza che dei buoni lettori, nell’acquisto di un libro, sappiano fare meglio di me mentre acquisto una fettina di pollo (e passami la similitudine con il largo consumo…perchè in fondo se la faccio è perchè spero che il libro DIVENTI di largo consumo!).

    Io ho la ferma certezza che dei buoni lettori…sappiano scegliere!

    Un unico dubbio: “molte case editrici rimangono fuori”, dici bene ed è un peccato. ma Sironi e Fernandel la avranno fatta la domanda di ammissione?

  • Effepi Libri

    12 dic 2008 - 15:52 - #6
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    Sugli editori a pagamento c’è poco da dire: sono la vergogna della categoria. Quanto alla fiera, va fatto notare che uno stand costa attorno ai 1500 euro (se non di più). Noi non ce lo potevamo permettere e non c’eravamo, ma credo che pochi tra quelli che partecipano rientrino dalle spese. Insomma è una bella vetrina, ma dubito che sia fonte di guadagni. Se davvero gli organizzatori vogliono aiutare la piccola editoria, dimezzare (almeno) la quota d’iscrizione sarebbe la prima cosa da fare.

  • giuliomozzi

    13 dic 2008 - 08:46 - #7
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    Indubbiamente l’editoria a pagamento soddisfa una richiesta che nel mercato c’è. E devo dire che ci sono editori assai rispettabili che, per ottime ragioni, chiedono agli autori di concorrere alle spese (per esempio Crocetti, editore di poesia). La questione non è “editoria a pagamento sì” contro “editoria a pagamento no”. La questione è che ci sono editori che pubblicano più o meno qualunque cosa purché l’autore paghi: ad esempio “Il filo”, la cui pubblicità allettante (stiamo selezionando numero tot nuovi autori ecc.) campeggiava anche ieri in prima pagina (prima pagina!) del “Corriere della sera”.
    Ora: se la fiera ha l’intento di avvicinare editori e lettori, gli editori di queso tipo non hanno ragione di esserci. I “clienti” di questi editori sono gli autori, non i lettori.

  • Giuseppe D'Emilio

    13 dic 2008 - 13:24 - #8
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    Una constatazione che probabilmente Giulio Mozzi avrà fatto, ma della quale non mi pare si discuta spesso: molte persone e molti scrittori (narratori occasionali, storici locali, poeti dilettanti), danno per scontato che si debba pagare per pubblicare qualcosa.

  • Gianluca Minotti

    13 dic 2008 - 16:21 - #9
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    A me capita di presentare libri pubblicati dalla casa editrice Il Filo (non solo, ma anche per loro) e devo essere onesto. Alcune cose si salvano. Alcune cose, a mio modesto giudizio, non sfigurerebbero in una casa editrice tout court.
    Il discorso sull’editoria a pagamento è complesso. Si può discutere se l’editoria a pagamento sia etica o meno (e di conseguenza si può discutere se lavorare per loro e con loro sia etico…), ma forse soltanto nei casi in cui l’editore a pagamento non assolva ai doveri contrattuali, perché altrimenti è comunque l’autore a scegliere se pagare (e quindi pubblicare) o meno.
    Però qui entra in gioco un altro fattore, determinante.
    Molte persone, come dice giustamente Giuseppe D’Emilio, pensano che per pubblicare si debba pagare. Questo perché molta gente scrive senza sapere nulla del mondo dell’editoria (e spesso senza sapere nulla di scrittura e di libri, ma questo è un altro discorso), e quindi, pagando per pubblicare, pensa di essere diventata “scrittore”.
    Cioè, pagando acquista come una sorta di carta d’identità o si sente iscritta all’albo professionale degli scrittori.
    Funzionando così, oggi tutti quelli che pubblicano sono scrittori (e in effetti forse lo sono: cioè, scrivono).
    Ora, se come diceva Vila Matas (lui sì uno “scrittore”) il giorno in cui tutti scriveremo ognuno leggerà se stesso, questa proliferazione di scrittori non scrittori produce nel mercato editoriale come un cortocircuito e un abbassamento della qualità.
    Qualità che d’altronde molto spesso sembra mancare anche ai libri di case editrici vere e proprie che pubblicano romanzi (stiamo parlando di letteratura) più o meno illegibili.
    Voglio dire che a volte può capitare che un esordiente di NewtonCompton o di Mondadori non sia poi così tanto migliore di uno de Il Filo. E questo, leggendo entrambi, è un fatto.
    Chi sono i responsabili? Sono gli editori, certo, ma anche i distributori, i cosiddetti critici e recensori, i giornalisti. Quasi tutti coloro che gravitano nel grande magma dell’editoria. Con le dovute eccezioni, sia chiaro.

    Sulla proliferazione di scritture e scrittori mi è capitato proprio con Giulio Mozzi di confrontarmi un po’, ma io mi chiedo ancora come si fa a uscire da tutto questo grottesco paradosso che è il mondo editoriale, dove la scrittura, la costruzione di una storia, la verità, l’originalità, lo spessore, sembrano contare sempre meno.

  • giuliomozzi

    13 dic 2008 - 17:11 - #10
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    A me però non pare che “la scrittura, la costruzione di una storia, la verità, l’originalità, lo spessore” contino “sempre meno”. La “costruzione di una storia”, ad esempio, mi pare conti sempre di più. La “originalità” mi pare fortemente richiesta.

  • Fabio Del Giudice

    16 dic 2008 - 20:56 - #11
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    Provo rispondere alla osservazione di lara con un’altra domanda: chi dovrebbe fare la selezione delle case editrici da ammettere e di quelle da escludere?
    Ad effepi invece vorrei far presente che la maggior parte degli editori a Più libri rientrano delle spese, che gli stand sono di due tipi, da 800 euro e da 1500 .

  • Gianluca Minotti

    17 dic 2008 - 09:47 - #12
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    Rispondo io al posto di Lara, posso?
    Il buon senso e la serietà.
    Qualcuno che si faccia carico e si asuma le sue responsabilità per salvare la faccia alla realtà che vuole rappresentare e mettere in scena.
    Perché tra gli editori in fiera c’erano anche coloro che per pubblicare chiedono 4000, 5000 euro all’autore.
    Tutto ha un limite.
    L’editoria a pagamento può anche essere accettata, ma non nei casi in cui diventa una speculazione in se stessa e una presa in giro. Agli autori e all’editoria seria.
    Invece le fiere come le grandi catene di librerie puntano ormai sull’indistinguibilità, sull’accozzaglia, sul rendere i libri tutti uguali quando invece non lo sono affatto.

  • Felice Muolo

    17 dic 2008 - 10:43 - #13
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    Non per difendere IL FILO ma giusto per precisare. Non pubblica solo a pagamento. Il mio, CRISTO NON SI CORICA, non lo è stato.

  • Gianluca Minotti

    17 dic 2008 - 11:14 - #14
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    Io non sto criticando Il Filo, tanto è vero che ho detto che lavoro per loro, e che a mio modo di vedere tra tutti gli editori a pagamento sono i più professionali e corretti.

    E poi, sì, è vero, non chiedono sempre contributi.

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