
Se è vero che fare narrativa significa raccontare delle storie, è anche vero che molti aspiranti scrittori più che altro aspirano (giustamente) al presunto privilegio di vestire i panni sociali dello scrittore, e non amano davvero narrare storie. Anzi, il più delle volte sono anche infastiditi dai divari volontà/necessità, dalle cose che non vanno come dovrebbero andare. Il che è perfettamente legittimo se si parla della nostra vita privata (auguro a tutti di ottenere sempre ciò che si desidera, senza mai un contrattempo), ma è il più grave dei peccati capitali in letteratura.
Dice sant’Agostino che Dio scrive dritto su righe storte. Invece lo scrittore credo che debba scrivere storto anche sulle righe più dritte del mondo. Dove c’è qualcosa che non va come dovrebbe andare, lì c’è una storia.
L’Odissea racconta di uno che voleva tornare a casa dopo la guerra, poveraccio, e invece si ritrova ad affrontare il viaggio più problematico di sempre. Nei Vangeli, Cristo vorrebbe portare pace e comunione al genere umano ma deve fare i conti con i sacerdoti, i romani, Giuda, Ponzio Pilato e chi più e ha più ne metta. I Promessi sposi sono solo due paesani che vorrebbero sposarsi, ma si ritrovano tra i piedi Don Rodrigo, l’Innominato, i moti popolari, la peste etc.
Anche Romeo e Giulietta vogliono solo stare insieme, ma le famiglie… Cappuccetto rosso vuole andare dalla nonna, ma il lupo… Il pescatore de Il vecchio e il mare vuole solo fare il proprio lavoro, ma quel particolare pesce… Pereira di Sostiene Pereira vuole una vita tranquilla, ma i suoi dubbi, e poi il regime…
In Venere privata, Duca Lamberti vuole guadagnare quattro lire aiutando un giovanotto a disintossicarsi, ma non può farlo senza indagare sul suo passato, e a quel punto… Anche in Io non ho paura c’è chi prova a guadagnare dei soldi, ma ci si mette di mezzo un bambino e il suo senso di solidarietà. Etc. etc. etc.
Tutte le storie sono la stessa storia. Quella di qualcuno che vuole qualcosa, ma trovandosi di fronte degli ostacoli s’impegna a ricomporre il divario tra essere e dover essere.
Volendo andare ancora di più alla sostanza delle cose, potremmo dire che tutte le storie sono storie di ricerca, di recherche. La ricerca di un modo per ottenere ciò che si desidera, a fronte di una serie di ostacoli.
Ancora più al sodo: la storia è mutamento, passaggio da uno stato A a uno stato B. Magari B=A, e quindi il passaggio è da A ad A e la storia è circolare. L’importante però è che tra la stazione di partenza e quella di arrivo sia interposto un percorso. Del resto, persino fare due volte il bagno in un fiume significa compiere due esperienze diverse, come intuì Eraclito di Efeso quasi duemilacinquecento anni fa.
Questo secondo me è valido a prescindere dalla struttura narrativa della storia e dallo stile con cui verrà raccontata. Il fulcro è la ricerca e la trasformazione. Non importa che queste (cioè la trasformazione e la ricerca) vengano mostrate al lettore in modo destrutturato, prima un pezzo poi un altro: l’importante è che sussistano.
Proprio perché credo che fulcro di ogni narrazione sia appunto la narrazione di una storia, secondo me lo “stile” adoperato è un aspetto quasi secondario. Se Ellroy scrivesse periodi più lunghi invece di intervallarli. Con. Un. Punto. Ogni. Due o tre. Parole. Ebbene la struttura delle sue storie non cambierebbe. Ed è la struttura delle storie quella che cattura l’attenzione del lettore e lo spinge fino alla all’ultima pagina.
gigggi
26 set 2008 - 20:08 - #1>Dice sant’Agostino che Dio scrive dritto su righe storte. Invece lo scrittore credo che debba deve scrivere storto anche sulle righe più dritte del mondo.
ho capito.
quindi lo scrittore è satana.
marcolibro
27 set 2008 - 14:32 - #2mh….ci sono diverse citazioni alle discussioni precedenti.
Se tutto è trasformazione e quindi storia, la storia stessa perde di significato. Cosa non lo è allora?! Però cosi la discussione si fa capziosa.
La storia non diventa più un valore e quindi diventa inutile.
Primo punto. L’importante è che ci sia una storia? No la storia a questo punto è sempre presente. Allora? Forse che ci sia una buona storia? No, perchè come dice l’articolo, la storia o le storie, famose e non, belle e brutte, in fondo sono semplici. Quindi è come si raccontano? Si. Allora lo stile diventa l’elemento primario.
Lo stile è disgiunto dalla storia? Si, perché si travasa nelle storie, e nei casi migliori rimane riconoscibile e fedele a se stesso.
Esistono storie senza stile? Si. Esiste lo stile senza storie? Se prendiamo le storie in astratto (da A a B), allora no, non esiste nulla che non abbia una storia. Senza contrapposizione, questo valore, diventa quindi un non valore. e’ come tale non è utile.
Allora se incanaliamo la storia nel terreno specifico che riguarda la letteratura, ovvero la narrazione vediamo che le cose cambiano. anche i manuali di matematica, filosofia, i corsi di lingue, vanno da A a B. Non voglio essere polemico, mi fa piacere che in un blog di libri ci si interroghi su queste cose, però credo occorra una riflessione più precisa.
Non esiste quindi narrazione senza storia. Esiste la narrazione senza stile. ed è la brutta narrativa. Esiste una pessima narrazione con pessimo stile? NO! perchè non esiste una narrazione pessima, con storie pessime. Le storie sono secondarie, posso dir tutto niente, incentrate in una stanza, in un giorno. Pochi fatti o molti eventi. L’importante è lo stile che li riscatta dalla banalità. Esistono storie banali? Si, e sono le storie senza stile.
La storia e le storie in senso astratto sono una cosa.
La narrazione un altra ancora.
La letteratura non è tutta narrazione, esiste la letteratura scientifica, poetica, filosofica, e molte altre, ibride e sfumate, senza che debbano nemmeno sfiorare la narrativa.
L’espressione, quindi il fatto di voler dire qualcosa, portare un messaggio ecc, non va confuso con la “storia”, e quest’utima, lo ribadisco, non va confusa con la narrativa
Rafflesia
27 set 2008 - 14:46 - #3Noi non amiamo un autore perché racconta belle trame o perché usa belle strutture. Amiamo le sue trame e le sue strutture perché le sviluppa in un modo bello, ossia con un bello stile. Le trame più articolate e le strutture più ingegnose risultano in un pantano pieno di parole a caso se non c’è uno stile adeguato (scelto coscientemente di volta in volta) a supportarle. Viceversa, un bravo autore è quello che riesce a raccontarti una trama non particolarmente originale o interessante (penso a Madame Bovary, la trama più banale del mondo) in un modo unico.
Seguendo il tuo principio, se io riscrivessi Madame Bovary con la stessa identica trama e struttura, dovrei produrre un’opera altrettanto valida. E invece no? Perché? Perché il mio stile non è paragonabile a quello di Flaubert.
marcolibro
27 set 2008 - 23:58 - #4rafflesia il tuo discorso era rivolto a me o a dario? Il tuo ragionamento sembra convergere con il mio, dove la trama e secondaria, e importa solo “come” viene raccontata, e cioè lo stile.
lordmax
29 set 2008 - 13:29 - #5Io condivido quasi completamente il discorso di Dario… ed anche di Marcolibro (anche se abbiamo una visione diversa di cosa sia storia ^___^ ).
Il punto secondo me è:
Ogni cosa è storia, anche un noiosissimo saggio matematico (adoro la matematica) perché in ogni riga del saggio è presente un passaggio, una evoluzione.
Ma, come dice giustamente marcolibro, la storia va in qualche modo narrata e qui sta lo stile.
Si può avere la più bella ed originale storia del mondo ma raccontata senza il giusto stile (non quello più bello o meno ma quello giusto per quella storia) non vale nulla.
Si può prendere la stori apiù banale del mondo e renderla unica ed irripetibile con una stile impeccabile.
nonteloscordare
03 ott 2008 - 15:16 - #6si e no. Nel senso che ero d’accordo su tutto fino all’ultima frase. non credo che sia solo la struttura della storia che catturi l’attenzione del lettore, ma anche il linguaggio. Se ellroy smettesse di scrivere con un punto dopo ogni tre parole, e’ vero che la storia sarebbe la stessa, ma sarebbe anche vero che forse io non leggerei piu’ i libri di ellroy, perche’ quello che mi piace sono le sue storie raccontate nel suo modo di raccontare, linguaggio e punteggiatura inclusa. O no?
http://demoniopellegrino.blogspot.com/search/label/letture%20demoniache
Dino J.
14 ott 2008 - 08:09 - #7Non dimenticate però che il libro più letto degli ultimi anni è stato “Il codice da Vinci”, una bella storia raccontata senza alcuno “stile” narrativo, una serie di eventi che si susseguono legati dall’esile filo di una finta ricerca….
Monia
19 ott 2008 - 09:40 - #8Però ‘ Il codice Da Vinci’ non rimarrà certo nella storia della letteratura.
Da sempre esistono autori che confezionano belle storie commerciabili e che, tempo una decina di anni, scompaiono. E da sempre esistono grandi autori che costruiscono (scrivono studiando parola per parole) belle storie che lasceranno un segno in chi le legge e nella storia della letteratura.
Chiuso ‘Il codice Da Vinci’ non ti rimane niente, neanche il dubbio che quello che l’autore ha scritto possa essere vagamente plausibile. Chiuso ad esempio un libro di Faber ti rimane non solo una storia, ma anche il modo di porgerti quella storia, il modo di raccontarti la storia, che rimarrà unico nel suo genere.
Tanti erano i poeti che come Dante e Petrarca scrivevano tra il XIII e il XIV secolo, eppure solo questi due maestri di stile sono passati alla storia, un motivo ci sarà no? A mio parare è la capacità non solo di raccontare storie interessanti e nuove, ma di raccontarle con stile e parole magnifici.
E da sempre i più grandi maestri di poesia e prosa ci parlano del celebre ‘Labor Limae’ croce e delizia degli scrittori di ogni tempo, anche di un autore contemporaneo celebre come Paul Auster, che solo pochi giorni fa raccontava a Fabio Fazio come le parole siano una vera ossessione per lui.
Quindi sì, ammetto che avere una buona idea, trame e sottotrame, storia e altre storie, sia un punto vincente per uno scrittore, ma dico anche che questo non basta, perché raccontare non una ‘buona’ storia ma una ‘bella’ storia che lasci idee, emozioni, un segno in chi legge, significa curare oltre ogni misura lo stile con cui la si propone.