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Il suo romanzo è roba grossa. Un'inchiesta di Davis Bellucci contro l'editoria a pagamento

Pubblicato: 16 set 2008 da Manila Benedetto

Già tempo fa avevamo parlato su questo blog dell’editoria italiana e del periodo assai ambiguo che sta vivendo. Da una parte, infatti, si vede un proliferarsi di nuove realtà editoriali pronte ad affrontare a testa alta e con le giuste motivazioni il mercato, mettendo sempre in primo piano la qualità del libro e la tutela dell’autore. Dall’altra, invece, vive un mondo basato esclusivamente sul guadagno, in cui la scrittura è messa in secondo piano ed il talento cancellato: se puoi pagare le tue copie di libri sarai pubblicato, altrimenti no. In questo modo di fare editoria si perde il senso della pubblicazione e qualsiasi in-capace può improvvisarsi “scrittore” e vedersi pubblicato.

E’ proprio di questo lato oscuro dell’editoria italiana che parla in un interessantissimo articolo Davis Bellucci, classe 77 da poco in libreria con il suo “La memoria al di là del mare“.

“Il suo romanzo è roba grossa”
Viaggio – a pagamento – nel mondo dei piccoli editori.
di Devis Bellucci

Perfetto. La prosa era orribile proprio come l’avevo sempre desiderata. Per vincere l’insicurezza, mi ero dissipato in errori ortografici sodomizzando per bene la lingua di Dante. Ho riletto la storia assicurandomi che fosse banale, sciatta, con una trama imbarazzante sostenuta da un po’ di sesso descritto male. In una settimana è nato il mio “Troppo azzurro per il cielo”, storia inconcludente che ho scritto lottando col sonno mentre il correttore di word impazziva.

Dopo una ricerca su internet, ho scelto una ventina di piccole e medie case editrici e ho imbastito (male) una sinossi del mio lavoro, impegnandomi a disporre i congiuntivi come capita. Una porcheria, con almeno un tentativo di plagio. Soddisfatto, ho preparato tutti i plichi e li ho inviati alle case editrici.

La prima casa editrice, milanese, sito internet sontuoso, mi risponde dopo un mese via mail. Mi spiegano che il mio lavoro li ha colpiti. Fin qui, può anche starci. La storia è originale, ben scritta, adatta alla loro linea editoriale. Strano perché nel mio romanzo non accade nulla per le cento pagine della sua durata. Mi offrono un contratto di edizione. Rispondo lusingato, dicendo però che non posso andare sino a Milano in tempi brevi a firmare. Non serve, dicono. Basta inviare la copia del contratto firmata via fax. Ed ecco il contratto: pubblicano il mio lavoro nella loro collana più prestigiosa in cinquecento copie, quattrocento delle quali mi saranno recapitate entro tre mesi. Il tutto per un misero contributo di tremila Euro. Le rimanenti cento copie le avrebbero gestite loro, riservandole a giornalisti, televisioni e ai librai che ne avessero fatto richiesta.

Incredulo, esterno i miei dubbi, spiegando che non avrei saputo che farmene di tutte quelle copie, e che senza distribuzione il mio bellissimo romanzo non sarebbe arrivato da nessuna parte. Mi rispondono con una mail sarcastica, il cui succo è “abbassiamo la richiesta a tremila Euro”. Io chiedo perché dovrei pagare se il mio lavoro è così straordinario. Loro rispondono che al giorno d’oggi anche Dostoevskij dovrebbe pagare per veder pubblicato “Delitto e Castigo”, è la prassi, sono loro che mi stanno facendo un regalo.

La seconda proposta arriva una decina di giorni dopo, sempre via mail. Il mio romanzo è giudicato “interessante e dai risvolti inaspettati, piacevole alla lettura, ben orchestrato”. Ne sono felice, mi sento bene per tanti complimenti. Segue proposta di pubblicazione. Mi chiedono duemila Euro e verranno stampate trecento copie, cento per me e le rimanenti per i librai, i giornalisti e compagnia bella. Mi spiegano che anche Pasolini ha dovuto pagare la pubblicazione all’inizio della carriera, figuriamoci Daniele Bartolini, cioè il mio pseudonimo.

“Va bene, ha dovuto pagare. Ma voi avete una distribuzione? Il mio libro avrà il codice ISBN, vero? E finite queste copie, che si fa?”. Mi spiegano che reperire il testo sarà facilissimo anche senza ISBN: basterà telefonare alla casa editrice o mandare una email o un fax. Bello. Peccato che non funzioni così: le librerie si rivolgono ai distributori per gli acquisti e sono i distributori che informano le librerie delle nuove uscite. Così facendo nessuno leggerà mai il mio “Troppo azzurro per il cielo” e avrò buttato via un sacco di soldi. Dall’altra parte nessuno ha più niente da dire.

Avevo visto, su un noto quotidiano nazionale, il bando per un premio letterario i cui vincitori sarebbero stati inseriti su un’antologia. Tra l’altro quel bando esce tuttora, almeno una volta alla settimana e alle spalle c’è una poco nota casa editrice fiorentina. Mandai il mio lavoro e mi risposero dicendo che il romanzo era buono e pieno di spunti di riflessione, ed erano “onorati” di poterlo dare alle stampe. Se avevo pronta una foto per la copertina potevo inviarla, unitamente a un file con la mia biografia, ossia “barista dal 1998 ad oggi”. Naturalmente, seimila Euro per cinquecento copie, nessuna distribuzione e partecipazione a non ben specificati premi e concorsi nazionali. “Questa è la prassi per i piccoli autori, si ritenga fortunato”. Mi sentivo fortunato, ma rifiutai. Ma qualcuno aveva letto le panzanate che avevo scritto?

Così arrivò la chiamata da Viareggio. Per la prima volta il contratto aveva una durata temporale – due anni – e non si esauriva con la consegna delle copie a casa mia. Avrebbero stampato le consuete cinquecento copie – dev’essere una cifra concordata – e mi chiedevano duemila Euro di contributo. Questa volta mi avrebbero lasciato solo trenta copie; le altre erano per le librerie “del circondario” che ne avessero fatto richiesta. Su internet scoprii che la casa editrice distribuiva autonomamente in sei o sette librerie locali e morta lì.

Una piccola rivincita l’ho avuta in giugno, quando mi hanno scritto da Roma. Il mio “Troppo azzurro per il cielo” era una storia “sincera e scritta con passione, ironica e di sicuro impatto, tuttavia…” e qui finalmente ho pensato che Dio esistesse “si consigliava un editing migliorativo”, ossia qualcuno aveva finalmente dato un’occhiata al mio romanzo, scritto coi piedi e forte di una sintassi al confine col dialetto bolognese. Mi proposero di stampare il libro in cinquecento copie – non avrei mai detto – chiedendomi quattromila Euro, cinquemila con l’editing, che era facoltativo. Anche qui il contratto si esauriva con la pubblicazione, veniva promessa ampia diffusione sui media senza specificare chi e come, e la parola distribuzione era un tipo di protesi dentaria. Ho rifiutato a malincuore, perché l’editore, al telefono, andava dicendomi: “Guardi, si fidi di me. Il suo romanzo è roba grossa. Una ritoccata e andrà alla grande”.

continua domani…

Foto | Flickr

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7 commenti

Commenti dei lettori

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  • Mattia F.

    16 set 2008 - 11:27 - #1
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    Curioso come l’autore parli degli editori a pagamento e … finisca per pubblicare con Giraldi, che a quanto mi risulta richiede contributo agli autori.

  • Profilo di lordmax

    lordmax

    16 set 2008 - 12:19 - #2
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    Però l’articolo è molto interessante.
    Peccato manchino i nomi delle case editrici.

  • Daisy_M

    16 set 2008 - 16:37 - #3
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    Il romanzo scritto “sodomizzando la lingua di Dante” (…)non so come sia, mi sembra però che nemmeno l’articolo, o almeno l’estratto pubblicato, sia un gran che.
    Idea vecchia (sfruttata molto meglio da Silvia Ognibene in “Esordienti da spennare”), stile frettoloso e finto cool da ggiovane d’oggi, tutt’al più adatto a un tema, non a un pezzo di giornalismo.
    mah

  • ciro pellegrino

    19 set 2008 - 23:06 - #4
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    Beh, Stampa Alternativa ha già descritto con “Editori a perdere” questa realtà.

    http://www.stampalternativa.it/wordpress/2007/11/14/editore-a-perdere-e-fili-scoperti/

  • Carlo T.

    17 dic 2009 - 13:52 - #5
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    Quoto Mattia F.: Bellucci edita con Giraldi, che pubblica a pagamento e/o con contributo dell’autore certamente inferiore a molte altre case editrici, ma di contro che (eufemisticamente) non fa’ esattamente il diavolo a quattro per promozionare le proprie uscite - almeno non tutte…

  • wanax

    17 dic 2009 - 18:45 - #6
    0 punti
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    bell’articolo, interessante!

  • Otello Savara

    18 dic 2009 - 18:57 - #7
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    Lo spunto dell’articolo è carino ma, a onor del vero, c’è anche da dire che gli esempi riportati non coincidono per forza (spero) con la totalità.
    Ho in cantiere un piccolo saggio sull’arte di strada scritto nei ritagli di tempo dopo il lavoro, vorrei pubblicarlo e mi sto informando sulle varie case editrici comprese quelle a pagamento.
    Ho chiesto informazioni per telefono a molte e alcune di loro hanno confermato l’esperienza di Davis, specialmente per quanto riguarda l’esiguo numero di copie che vanno all’autore.
    Sorprendentemente la più lineare e credibile (tra quelle a pagamento) mi è sembrata la casa editrice Albatros nonostante i suoi mille annunci pubblicitari che mi spaventavano e le discussioni che ho letto su un paio di blog.
    Per l’utilità di tutti riporto i dati che mi hanno riferito, poi ognuno farà le sue valutazioni:
    - circa 360 copie, di cui 180 all’autore (che le deve comprare come contributo)
    - delle altre riceve il 10% per i diritti
    - distribuzione nazionale nelle librerie, cataloghi on-line e loro sito
    - interviste su canale Sky e radio
    - editing, grafica, nota critica, ecc fatti da loro
    - promozione con serate e supporto per serate create dall’autore in tutta Italia
    Se riceverò indicazioni simili (o migliori) anche da altre sarò felice di pubblicarle, così come penso sia utile segnalare le case editrici a pagamento più esose o fumose.
    Spero di essere stato utile e che anche altri riportino nomi e dati come ho fatto io, così possiamo confrontarli e orientarci.
    Nel frattempo Buon Natale!
    Otello

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