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Corso di scrittura creativa: I puntata

Pubblicato: 12 set 2008 da dario

Una mano scrive una parola

Buttiamo subito la maschera: questo non è un vero corso di scrittura creativa. Il titolo è ingannevole. Serve ad attirare i tanti lettori che vagano come cani da caccia in questo campo in cui ormai chiunque sale in cattedra senza alcun titolo (come me) e senza alcuna competenza (anche questo come me!) per insegnare la scrittura creativa. Stanti così le cose, sarei legittimato a discettare anch’io, come qualunque altro scassapagliaro che decida di farlo.

Ma non discetterò, non me la sento. Ciò che intendo fare è lanciare un paio di riflessioni sulla narrativa e discuterle con tutti. So che col dialogo si cresce e si migliora. Perciò i miei pochissimi nonché confusi concetti sulla scrittura creativa vorrei confrontarli con chi ne sa di più e di diversi.

Anche perché temo che non ci sia un vero e proprio metodo per scrivere narrativa. Non esiste una ricetta fissa per la fabbricazione di racconti o romanzi che trasformi i non-scrittori in in scrittori; e se esiste, non la conosco. Però so che esistono regole basilari per scrivere narrativa leggibile. Ne esistono in grammatica, nello sport, nella politica, e senza dubbio anche nella narrazione.

Scrivere alla cieca, senza gli elementi tecnici fondamentali, il più delle volte porta a produrre schifezze. Lo so perché sono stato e sono un produttore di schifezze, ma soprattutto un bulimico consumatore di schifezze, in quanto lettore di manoscritti.

Come è facile intuire, nelle case editrici italiane giungono ogni giorno molte centinaia di “cose”. Manuali per trattori, testi di teologia tradotti dall’arabo con Babelfish, strampalate interpretazioni teologiche della strage di Ustica, malloppi di centinaia di fogli con scritto a ripetizione «il mattino ha l’oro in bocca».

Questo fiume in piena viene scremato accuratamente e rigorosamente da una catena fordiana di impiegati di concetto variamente qualificati. La spazzatura finisce nei cestini, il resto prosegue fino alle mani dei lettori. Il frutto di cotanta selezione preventiva è, nel 70% dei casi, merda scritta. Giuro.

Dopo molto tempo credi di aver capito l’errore principale e più grave che commette la maggior parte degli aspiranti scrittori italiani. Non bisognerebbe mai dimenticare che scrivere narrativa significa raccontare delle storie. La narrativa è story-telling, come dicono gli anglofili.

Magari i ritratti statici di personaggi, le fotografie di una situazione, i ritratti di una suggestione possono essere, appunto… suggestivi. Ma non toccano le emozioni del lettore, non lo conducono da nessuna parte. Lo lasciano dove sta, seduto sulla sua sedia fredda e scomoda per un massimo di cinque minuti, finché non chiude il libro e va a fare altro. Se un romanzo - qualunque romanzo - non dà al lettore un’intensa soddisfazione, il romanzo è sbagliato.

Per come la vedo io, leggere è come mangiare e come fare l’amore: un’attività piacevole in cui il piacere sta nella soddisfazione di un bisogno. Quando si mangia, si gode soddisfacendo l’appetito. Quando si fa sesso, si gode soddisfacendo l’eccitazione. Quando si legge, si gode soddisfacendo il bisogno di vivere delle storie.

La fame di storie è connaturata all’uomo. Non so per quali ragioni precise, inerenti alla nostra natura di animali razionali, ma so che è così. Tutti avvertiamo questo bisogno, ma ci sono tanti modi per soddisfarlo, oltre alla narrativa. Ci sono il cinema, il teatro, i giornali, la TV, i pettegolezzi della vicina, le conversazioni familiari in cui uno racconta (racconta) qualcosa a qualcun altro etc. Leggere Gli indifferenti di Moravia non è sostanzialmente diverso dal guardare un programma di Alda Deusanio, così come mangiare un’aragosta non è sostanzialmente diverso dal mangiare pane e salame. E per come la vedo io, se il pane e salame mi soddisfa più dell’aragosta, be’, viva la salama e al diavolo l’aragosta.

Continua…

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5 commenti

Commenti dei lettori

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  • marcolibro

    12 set 2008 - 13:32 - #1
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    Non esiste solo la narrativa…se pensiamo a grandi scrittori italiani, Arbasino, Managnelli, Gadda, Pizzuto (e potrei continuare) i “criteri”vacillano. La prosa non è narrazione e viceversa, il punto poi è: in Italia si deve pubblicare solo narrativa?

    Allora proporrei di cominciare a bruciare tutte le copie degli autori qui sopra citati, anzi bruciamo Citati stesso, la poesia, tutte le forme di prosa che non ricalcano l’approccio anglosassone….in Francia ci sarebbe da far macelleria, oltrepassando la manica o l’atlantico proporrei allora la cancellazione della Wolf, o di Faulkner, o di Melville, Eliot, Auden nemmeno a parlarne, Joyce da sciogliere nell’acido!

    Esiste la prosa e la poesia, e la narrazione puo attingere molto dalla prima e qualcosa dalla seconda, ma è assordo che entrambe debbano sparire solo perché occorrono storie.

    Poi posso concordare sul resto dell’articolo…ma il problema rimane….

  • Profilo di lordmax

    lordmax

    13 set 2008 - 00:11 - #2
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    @marcolibro. Non sono d’accordo. La prosae la poesia raccontano storie eccome.
    Non vi è poesia che non evochi qualcosa ed evocare è story telling, evocare è portare alla vita una storia.
    Qualsiasi cosa sia scritta (anche alcuni testi tecnici e saggi in effetti) è una storia, se non lo è probabilmente non vale la pena leggerla (ma questo è un pensiero mio).
    P.S. sono un poeta per inciso. ^__^

  • marcolibro

    13 set 2008 - 01:29 - #3
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    lordmax hai ragione, ma molto in astratto….il senso del mio discorso era un altro. Criticavo il taglio editoriale che viene fatto sul ricalco del modello anglosassone, quindi una questione molto pragmatica e concreta…il che puo andarmi anche bene, …..in parte. Poi il termine “storia” può essere molto vago, mentre nella prosa, la narrativa ha una sua struttura ben specifica.

    In ogni caso prosa e poesia non devono raccontare obbligatoriamente delle “storie”, e infatti per quel settore c’è una categoria: la narrativa.

    E la situazione che ho richiamato, rimane sempre la stessa, intessuta di mille polemiche(gli scrittori) e ragioni(le case editrici che sono aziende)

    la colpa di chi è?
    dell’utente che non legge o legge poco e male, e qui andiamo a finire sul discorso della costruzione dei gusti letterari

    e dovendo sparare la banalità del giorno: la tv ha colpe non indifferenti!

  • Profilo di lordmax

    lordmax

    13 set 2008 - 16:26 - #4
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    In questo allora mi trovi d’accordo. ^__^

  • Carmela Cossa

    16 set 2008 - 16:20 - #5
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    Penso che abbiamo tutti bisogno di ascoltare delle storie perché, senza rendercene conto, avvertiamo il bisogno di imparare a gestire meglio la nostra personale storia, quella della nostra vita, nella quale siamo tutti più o meno drammaticamente immersi, come protagonisti o anche come antagonisti, e che è una storia senza ritorno, di cui giorno dopo giorno si consuma inesorabile il tempo. E abbiamo il bisogno profondo di capire dove si va a finire, se c’è uno sbocco di luce, dopo tante battaglie, tante ardenti passioni, dopo tante gioie e a volte strazianti sofferenze. Queste non possono svanire nel nulla, come se non fossero mai esistite: reclamano di lasciare una traccia, una indicazione di direzione per altri, nella letteratura appunto… sia essa prosa, poesia, narrativa, teatro. Può cambiare la tecnica espressiva, a seconda del talento personale di ciascuno, ma dappertutto, a ben guardare, c’è un fiume di Vita che sgorga da profondità ignote e che anela a perdersi nel mare infinito della Vita che non muore, trascinando con sé tutto quello che incontra lungo la propria strada… Ed è dolce naufragare in questo Mare Primordiale, che tutti ci attende tra le Sue braccia di Padre e che di tutto si serve per attirarci a Sè, Bellezza antica e sempre nuova.

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