Ora che l’emergenza immigrazione è stata estesa a tutte le regioni d’Italia, l’urgenza di affrontare questi argomenti con la dovuta lucidità e, soprattutto, basandosi sulla conoscenza della realtà e non su pregiudizi e paure è più che mai forte. Occorre fermarsi, capire, non diventare vittime di una macchina mediatica e politica che lavora solo sulle emozioni. Tra i tanti libri che sono stati pubblicati, vale la pena segnalare Bilal. Viaggiare lavorare morire da clandestini, di Fabrizio Gatti, vincitore del Premio Tiziano Terzani 2008.
Le circa 500 pagine di Fabrizio Gatti, che raccolgono le sue inchieste sotto copertura per L’espresso e altro materiale, sono una testimonianza diretta, in cui lui stesso ha rischiato in prima persona, di ciò che avviene fuori e dentro l’Europa. Partendo dal Senegal, Gatti è arrivato fino in Libia, seguendo la tratta dei clandestini, viaggiando con loro sui camion attraverso il deserto, subendo con loro i controlli e le violenze di polizia ed eserciti. E’ un racconto devastante e disarmante.
E per chi riesce ad arrivare sulle coste del nord del Mediterraneo l’inferno non è finito: prima ci sono i centri di permanenza temporanea, lager, luoghi di detenzione al di fuori del diritto e al di fuori di ogni umanità e, per chi ne esce senza essere rimpatriato, resta la clandestinità e il lavoro i nero, nei cantieri o nei campi. Come in Puglia, per la raccolta dei pomodori: clandestini che lavorano 12 ore al giorno sotto il sole, spesso senz’acqua, sfruttati dai caporali, per poche centinaia di euro al mese, quando sono pagati, vivendo in condizioni impossibili.
Questa è la realtà che ci racconta Fabrizio Gatti, in presa diretta, dritto al nostro stomaco. Un libro scritto con uno stile serrato, coinvolgente, che non dà tregua al lettore e lo porta ad aprire gli occhi su una delle tragedie più grandi del terzo millennio, quella della migrazione, che noi siamo ormai troppo abituati a vedere come una questione di ordine pubblico, di nostra sicurezza, senza mai considerare chi mette a rischio la propria vita per il desiderio di una vita migliore.
Fabrizio Gatti
Bilal. Viaggiare lavorare morire da clandestini
Rizzoli
492 p., €9,60
Anna Maspero
03 nov 2008 - 10:36 - #1“È stato facile diventare Bilal. È bastato polverizzare con la suola l’ultima cenere della carta d’identità. Ma da allora Bilal non se n’è più andato”, scrive Fabrizio Gatti. Anche per me, chiuso il suo libro, Bilal non se ne è più andato. Mi sono commossa leggendolo. E l’emozione è rimasta. Non è certo un romanzo strappalacrime, ma proprio perché non è un romanzo ho pianto. E’ sostanza senza retorica, è carne e sangue. E’ un coro di voci e di volti che ti prende e non ti lascia più. Bilal ti coinvolge e poi ti sconvolge, ti toglie dagli occhi quel velo ipocrita che permette di non sentirsi responsabili. Ne renderei obbligatoria la lettura in tutte le scuole medie d’Europa, come un tempo leggevamo Cristo si è fermato a Eboli per conoscere quell’Italia fatta di povertà e di emigrazione che ci eravamo da poco lasciati alle spalle. Allora eravamo “italiani brava gente”. Dopo la lettura di Bilal non riesco a dire lo stesso di noi italiani di oggi.
Bilal è un libro necessario, anzi indispensabile. Per chi dice di amare l’Africa, per chi si dice viaggiatore, ma soprattutto per tutti noi che ogni giorno l’Africa la incontriamo nelle nostre città e ha il volto di tanti Bilal, Amadou, Mohamed, Fatima, Joseph, James… Forse le parole non cambiano il mondo, ma aiutano a superare paure e pregiudizi, a non diventare cinici, a non assuefarci alla “sottile banalità del male”. E forse possono restituire a questi uomini e a queste donne, nati dalla parte sbagliata del mondo ed entrati in Occidente dalla porta sbagliata, quella dignità che si meritano per il loro coraggio e la loro sofferenza. Anche i peggiori di loro, perché la lotta per la sopravvivenza inevitabilmente mescola solidarietà con furbizia, sopraffazione e violenza e spesso conduce a una deriva esistenziale cui è difficile opporsi, soprattutto nella solitudine di un mondo che ti è estraneo. “Se arriveranno vivi in Europa, li chiameranno addirittura disperati. Anche se sono tra i pochi al mondo ad avere ancora il coraggio di giocarsi la vita carichi di speranza”.