Chissà quali parole Dante Alighieri userebbe per raccontare, in versi, la polemica che di questi giorni, in suo nome, sta spaccando il consiglio comunale di Firenze. Centrodestra da un lato, che ha proposto il ritorno a casa del sommo poeta, centrosinistra dall’altro, diviso tra favorevoli e disertori d’aula.
Nel 1302 Dante Alighieri venne esiliato da Firenze, morendo poi a Ravenna, dove sono conservate le spoglie. Lo scorso 16 giugno una mozione del consiglio comunale di Firenze ha revocato la condanna all’esilio.
Per suggellare l’avvenuto ricongiungimento con la città era prevista una cerimonia ufficiale con la consegna del Fiorino d’oro, massimo riconoscimento della città, al conte Pieralvise di Serego Alighieri, ventesimo pronipote del poeta.
Ma le condizioni che hanno portato alla revoca dell’esilio, mozione approvata di misura per un solo voto e le successive invettive di bassa lega che ne sono derivate, hanno portato il conte a rispolverare l’antico spirito battagliero e rinunciare al riconoscimento. Ci chiediamo se tutto ciò sia necessario. Ma di questi tempi, forse, non c’è da meravigliarsene.
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