Morte a 3 euro, di Paolo Berizzi

Tre, quando va bene quattro euro, ecco quanto vale all’ora la vita di un uomo. Il fenomeno del caporalato, almeno in Italia, ammesso che in altri paesi esista, è una vera e propria piaga da decenni. Eppure nessuno ne parla.

Paolo Berizzi, invece, ha avuto il coraggio di farlo. Non solo. Ha avuto il coraggio di mischiarsi a loro (gli invisibili) e osservare di persona i meccanismi che regolano questo fenomeno strutturato come un vero e proprio Sistema che produce manodopera a costi bassissimi, quasi ridicoli.

Tutto nasce da un’inchiesta che, tra marzo e aprile 2007, Berizzi conduce per il giornale per cui lavora: La Repubblica. Il giornalista si finge bisognoso di lavoro, entra in contatto molto facilmente con i caporali e così gira tra alcuni cantieri della ricca e operosa Lombardia. Ma poi, inarrestabile, il discorso si amplia.

Così, ne nasce un libro: Morte a 3 euro. Nuovi schiavi nell’Italia del lavoro, edito da Baldini Castaldi Dalai editore. Un libro robusto e a tratti sconvolgente, con il quale si attraversa il paese alla ricerca del fenomeno del caporalato, e se ne trova in quantità.

È impressionante come si sia infiltrato nelle realtà più disparate: dall’edilizia, com’è ovvio, all’Ortomercato di Milano, dai meleti del Trentino al racket delle badanti, dagli aranceti siciliani alla pomicoltura pugliese, dai porti al lavoro minorile alla produzione delle cassette per la frutta. È ovunque. Espanso come un cancro.

E non c’è nazionalità che tenga. Certo, per gli italiani, forse, è relativamente più facile uscirne, ma se sei straniero e per di più irregolare allora diventi facile bersaglio, ricattabile. Moldavi, romeni, magrebini, marocchini, albanesi, ungheresi, se vogliono lavorare devono sottostare alle regole, e le regole non sono certo loro a stabilirle.

Sia chiaro: quando si parla di lavoro, ci si riferisce rigorosamente al lavoro nero: la maggior parte degli stipendi finisce nelle tasche dei caporali, non hanno diritto a cure nel caso si facciano male, se parlano hanno finito di lavorare, se va bene. Se muoiono finiscono sul ciglio di una strada isolata.

Con il caporalato si intrecciano elementi di fondamentale importanza: gli interessi dei grandi appaltatori, gli interessi della malavita organizzata, quelli dei sub-sub-subappaltatori, le morti bianche e l’immigrazione.

Ecco, questo intreccio crea morte (bianca) e Berizzi fa nomi e cognomi, espone dati. Uno solo per tutti: «Quindicimila morti in dieci anni. Quattro al giorno. Uno ogni sette ore. Il bollettino delle vittime negli incidenti sul lavoro in Italia è paragonabile solo a quello di una guerra: e non è una metafora».

Ora, senza fare della retorica (o del populismo, che è peggio) che su questi temi se n’è fatta e se ne fa a iosa, la cosa più sconcertante è il silenzio e l’immobilità delle istituzioni. A parte qualche doverosa incursione nell’informazione da parte di alcuni esponenti di spicco, in primis il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, per fortuna, ha a cuore la sicurezza sul alvoro, per il resto c’è un silenzio terrificante.

Ci si dimentica che si ha a che fare con delle vite umane. Questo libro racconta di uomini, donne e bambini strappati a una vita decente, dignitosa. La vita, almeno in teoria, la cosa più sacra.

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