Continuando con la presentazione di alcuni dei racconti della raccolta Inoltra questo libro a cinque amici, che se no porta sfortuna, vi proponiamo oggi il testo di Gianluca Vecchio.
Il titolo del racconto è Caro mio G, e lo potete leggere dopo il salto su continua, mentre per leggere gli altri racconti della raccolta che abbiamo presentato su Booksblog cercate in questo elenco. Buona lettura!
Da: gianluca vecchio
A: marta
Inviato: Domenica 6 gennaio 2028, 18:08:18
Oggetto: Caro mio G_
Cara Marta,
sei l’unica persona capace di capire ciò che sto provando di fronte all’e-mail che ho trovato oggi nella mia vecchia, intasata e quasi abbandonata casella di posta elettronica. Non ti spiego nulla, incuriosisciti piuttosto a leggere. Questo giovanotto che mi scrive mi ha ridato vita permettendomi di provare emozioni passate che avevo ormai quasi del tutto dimenticato. Nota quanto mi somiglia. Non è il solito ragazzetto che vuole consigli d’autore per le sue velleità artistiche, è qualcosa di più, non mi chiede nulla, mi parla. E basta.
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Da:
A: gianluca vecchio
Inviato: Domenica 6 gennaio 2008, 16:08:18
Oggetto: Caro mio G_
Caro mio G_,
sono giorni che il blocca pop-up del mio explorer non riesce proprio ad imporsi contro questa finestra che mi propone l’invio di mail in data futura. A chi dovrei inviarla mai? Sta cosa mi ricorda tanto Ritorno al Futuro, quando Marty McFly manda una lettera dal passato a Emmet
Brown per evitare che fosse assassinato dai libici a cui aveva sottratto l’uranio.
Puah! E così, come quando gioco a burraco, che mi si presenta e ripresenta il gioco a picche anche se stavo andando di tris, ho deciso ora di assecondare questa proposta; la casuale insistenza della carta mi convince sempre e tento la scala a picche.
Certo, ciò che ho sempre sognato nella vita è di ricevere una mail da me stesso dal futuro, ma forse il me stesso del futuro ha dimenticato di quanto potrebbe fruttare per entrambi spedirmi qualche dritta su una scommessa o su un numero; oppure sono troppo rincoglionito nel futuro per pensare una cosa simile; oppure, nel mio futuro scompaiono i contorni che delimitano il mio corpo e allora è inutile che mi mando mail. Oppure, ancora, potrebbe essere che l’Uomo ha smesso di progredire nella tecnica e tra vent’anni sarà tutto come oggi, solo con un Uomo un po’ più demente, se possibile, e tutti a coltivare solo sé stessi e l’amore, l’anima e il pensiero.
Ma oggi, più che parlarti di come immagino il futuro, intendo lasciare una testimonianza del passato, del tuo passato, caro mio G_.
Certo, ci sono miei simili che sono già arrivati a fare cose tipo mandare il codice del DNA umano nello spazio nella speranza che le creature extraterrestri si accorgano di noi, perché siamo troppo egocentrici e vogliamo far vedere all’Universo di che pasta siamo fatti. Come gli americani nei film. Ma intanto che aspetto d’imparare a scrivere e leggere il codice del DNA, mi scrivo questa mail. Provo a scegliere una data che mi sembri razionalmente la più adatta ad essere né troppo in qua da non stupire per nulla, né troppo in là, tanto da vanificare l’effetto di una mail così ideata. Pensa un po’ se l’Uomo, invece di cazzeggiare e coltivare cuore e mente, dovesse decidere di progredire ancora; qua si rischia che le mail neanche esistono più, o vanno in disuso. Come i ragazzini di oggi, che neanche sanno più scrivere con la penna. Preferirei scegliere il giorno in cui destinarla solo a conclusione della mia lettera, per evitare accuratamente astronavi e pronostici cibernetici.
Vent’anni in avanti penso siano giusti giusti anche per autosoprendermi di talune cose che vado a testimoniare. Le automobili, i computer di ora, il nostro sistema di organizzazione sociale, tutte cose che se mi raccontassi tra soli cinque anni rischierei di non avere alcun effetto sorpresa. Se avessi saputo in anticipo che questi cinque anni dovevano essere più merdosi dei cinque passati, mi sarei solo dato una grossa delusione anticipata. Non voglio essere deluso persino da me stesso, mi bastano già le donne.
Ora però, mi tocca riparare a prima riflessione, casomai tra vent’anni avrò deciso di diventare donna e mi offendo. Le donne mi hanno deluso perché ci tengo troppo. Le donne come una tra le grandi sconfitte della mia vita, creature così incredibili e bisognose d’affetto, ma non del mio, a quanto pare. Le donne, in grado di esaudire la violenza del desiderio, eppure capaci di provocarne altrettanta. Le donne, una delusione così dolce tanto quanto loro e i loro modi. Deludenti perché dal grande potenziale di divinizzazione e beatitudine.
Le donne, non a caso questo il primo tema. Non certo perché sto decidendo di diventare donna, almeno non per ora, ma perché la prima grande pena del mio spirito di giovane trentenne. Il grande piacere che provoca la grande delusione. Inizierò a costruire la mia scala a picche proprio da questo due. Il due di picche che a burraco vale due, ma anche jolly, pinella la chiamano. La donna può valere due, quanto esattamente quello che ti pare. La donna si innamora, e, quando lo fa, dà tutto, ma proprio tutto. Si plasma su di te, ascolta la musica che ascolti tu, anche se è house grezza grezza, mette gli stessi tuoi vestiti, o di più, indossa proprio direttamente i tuoi, beandosi dell’abbondanza della taglia; piange e ride per le stesse tue emozioni, prova le tue passioni e raccoglie le tue stesse provocazioni: in una parola sola, sa essere la tua compagna. Ma quando la mattina fatale arriva, la luce entra dalle fessure della finestra per posarsi sul suo viso, che poche ore prima hai amato e ti ha amato, può accadere qualcosa di indescrivibile dentro di lei. Penso che tutto accada quando le lunghe ciglia come veli di sposa si sollevano per lo splendido giorno dei suoi occhi, e voltandosi, così come in grado di amare e soddisfare il bisogno più intimo e istintivo di baci e abbracci, ti comunicano l’abbandono. Quello vero. Non si torna mai indietro nell’abbandono di donna. È tutto un enigma. Che cosa faccio, sanziono o pesco una carta dal mazzo? Cerco nell’immensa incognita del mazzo la speranza della carta che mi serve per completare i miei giochi, o prendo da terra tutte quelle carte che già vedo scoperte per costruire giochi nuovi? Il giocatore esperto di solito capisce e sa che non c’è nulla da domandarsi. Puoi ostinarti, ma la sorte della carta è più tenace di qualsiasi brama di vittoria, più di qualsiasi ben costruito incastro di numeri. E allora scarti picche, te ne vuoi liberare, tiri su dal mazzo, ti viene fuori il tuo stesso scarto. La stessa carta. Identica!, tutto questo logorio per nulla. E io qui a dannarmi per calcolare, rassicurarmi, pensare che non è questione di fortuna e di caso. Dipende tutto da me, da come mi muovo, da come studio gli avversari, da quanto mi entusiasmo al tavolo da gioco. Poi l’entusiasmo passa, l’esperienza aumenta e resta un Vecchio che tutto sa e nulla più lo scalfisce. Da giocatore esperto so che non posso incaponirmi sulla carta. È andata male, gli altri hanno sceso molti più punti di me. È tutto inutile. Come sei tu ora G_, dopo vent’anni, si ricomincia a sognare?
Ti devo chiedere scusa, forse questi sono discorsi poco interessanti anche per me stesso. E scusa anche per aver detto la parola “vecchio”.
Dev’essere terribile ricordarsene. Cinquant’anni sono terribili. Sono cinquanta. Quante cose non potrai più fare? Quante cose ti morderanno la schiena come ciò di cui non hai mai goduto e mai più potrai godere. Non fare così, non piangere.
Ma cosa dico?, sto immaginando persino le mie stesse reazioni.
Chi mi dice che piangerò? Ricordi, una volta da piccoli dicemmo che non avremmo mai più avuto lacrime per piangere per quante ne stavamo versando. La mamma ci faceva piangere, gli amici, pure la maestra. Poi non è stato così. Ci sono stati i demoni rossi della passione che ci hanno divorato ancor di più, da dentro. E poi? E poi cosa ti è accaduto G_? Se solo potessi comunicarmi qualcosa. Se solo potessimo comunicare in qualche modo, io e te. Non vorrei un presagio o una scommessa, anche solo un consiglio per piangere una volta in meno. L’avvertimento di un
errore. Cosa sbaglierò domani G_, che cosa posso evitare per non piangere?
Ma tu non rispondi, stai lì, fermo, ad attendere questa lettera, così come t’immagino io, un po’ me e un po’ mio padre, mento chino e presenza eternamente silenziosa. Dì qualcosa, dimmi se avrò la mia soddisfazione, se avrò la mia donna, se m’appagherò mai, se mi ubbidiranno, se mi tradiranno, se mi uccideranno, se tenterò il suicidio.
Sto delirando. Dovevo parlarti delle automobili, della rivoluzione di internet e del Regime Parlamentare, e invece sono qui a parlare sempre delle stessa cose.. del nulla. Di ciò che già so. So che non mi puoi rispondere, ché nessuno può rispondersi a queste domande.
E, vedi, pesco sempre a picche.
Pesco un’altra carta e mi entra il tre. Il tre è una carta da non sottovalutare. Se ti va male male al massimo fai tutti tre, ma non è brutta.
Si fanno anche i burraco tutti di tre, ne bastano sei, aggiungi la pinella e il gioco è fatto. Se no, puoi usarli anche per le scale. Certo le scale basse non sono il massimo, danno pochi punti, ma comunque ti servono proprio perché nessuno fa scale basse e quindi giochi degli scarti degli altri. È giusto giocare con gli scarti degli altri? Beh, non sempre è negativa in sé come cosa. Però se mantengo questo tre posso fare la scala fino al sei di picche. Mi manca il cinque, ma ci metto il due, la pinella, che mi vale come jolly, così se mi esce il cinque sposto la pinella sotto il tre, ci metto l’asso e lo faccio puro il burraco. Vale duecento il burraco puro. Lo ricordi ancora il burraco G_? Diciamo che i giochi a carte difficilmente passano. Un minimo ricordo uno lo conserva sempre. Esistono giochi antichissimi. Il cucco, per esempio, che è talmente antico che si dice che una cosa è vecchia quanto il cucco quando è vecchia vecchia. Scusa, di nuovo il vecchiume. Ma che ci posso fare, non è mica colpa mia se sei diventato un vecchio. Tutti lo diventiamo, accettalo. Non stare lì ad odiare la vita e l’esistenza a pensar cose che riguardano la morte e la fatica, le cose che non hai fatto, il tempo perso, reagisci, non ti buttare a terra. Non
permettere che i soliti pensieri ti scoraggino. Potresti ammalarti, io so come sei fatto. Pensi, pensi e ripensi, tutte cose vere, giuste, a volte sublimi, per carità, ma poi ti abbatti e ti viene l’herpes o il mal di gola e resti senza fumare per giorni e ti vengono i complessi che morirai di cancro
ai polmoni. Hai visto? Mica sei morto di cancro ai polmoni. O sì? Bah, se sì, scusa anche per questo, come mi sei diventato permaloso. In realtà lo siamo sempre stati un po’ permalosetti eh!? Quante volte abbiamo messo il muso senza che ce ne fosse il bisogno né il presupposto. Complessato poi. Manie di persecuzione e di grandezza contemporaneamente. Mica sarai diventato schizofrenico? Tutto, ma schizofrenico no! Se così fosse per favore curati e non ti far trovare in questo stato al mio arrivo, altrimenti mi tocca picchiarti. Picchiarmi? Ma per ottenere cosa? Perché si picchia qualcuno? Per sopraffarlo? Per insegnargli qualcosa? I bambini vengono
picchiati per essere educati. Che cazzata! Non c’è cazzata più grande che picchiare un bambino e/o intendere impartirgli delle lezioni. Noi, che facciamo così schifo. Forse per questo picchiamo e insegniamo le cose ai bambini, per evitare di sembrare troppo schifosi ai loro occhi. Per fare in
modo che diventino putridi e nauseanti come noi. Per non essere mal giudicati da creature più piccole. Per non avere lezioni da chi ha meno esperienza. Furbi. Siamo schifosi, ma furbi, conserviamo la specie. È come se una leonessa non insegnasse ai cuccioli a cacciare. Noi insegniamo la stupidità ai nostri piccoli. Non fare, non toccare, non giocare, studia, leggi, viaggia, danza… e poi noi seduti ad ingrassare davanti alla tv. Ma perché non ci asteniamo dal toccare i ragazzini? Dovremmo lasciarli, abbandonarli sin dal primo giorno, alla nascita. Non potremmo fare favore più grande ai bambini che quello di abbandonarli a sé stessi. Fanno bene tutte quelle
persone che abbandonano. Prima però magari dovrebbero addestrarli a procacciarsi il cibo, almeno non muoiono di fame. Però così forse li educherebbero proprio alla vita. E il cerchio si richiuderebbe in sé stesso.
Insegnerebbero la vita dell’uomo, insegnerebbero ai bimbi a diventare disgustosamente umani. Ecco, ho pescato ancora a picche. Le cose si mettono bene per me, è un 5! Ora posso scoprire tutte le carte, le scendo tutte e prendo anche il pozzetto, si vola verso la chiusura. Chiudo anche
senza scarto, al volo! Che culo!
Sai giocare a burraco? Non mi hai ancora risposto. Rispondi su su dimmi qualcosa! Chi vince gli europei di calcio quest’anno? E ai mondiali del 2010, dimmi su? Già ti immagino come un vecchio al bar a raccontare a qualche ragazzino dei mondiali del 2006 in Germania. “Io c’ero… mi ricordo Pirlo a centrocampo, e Zambrotta, ah!, portento assoluto sulla fascia… Eh quel goal contro l’Ucraina?, me lo ricordo perfettamente, che goal: in corsa eppur potentissimo. Il più grande di tutti… Ma no forse Buffon. Sicuro!, Buffon è stato davvero il re dei campionati del Mondo…”.
Povero vecchio nostalgico! Tra l’altro secondo me suona molto meglio “al mondiale dell’ottantadue”… senti, suona proprio meglio, mondiali dell’ottantadue. Sembra scritto nella pietra. Anche in questo hanno vinto di più i tuoi disgustosi dirigenti, i tuoi padri, i tuoi padroni, quelle serpi dei politici che ti hanno governato, e tu silente hai sopportato tutto. E ora certamente ti dannerai perché non hai mai preso un’arma da fuoco e non sei mai andato a sparagli nel culo a Palazzo Chigi! Codardo!
Che pozzetto di merda: riesco a fare al massimo un altro burraco, ma attacco in tutto solo quattro carte. Ne ho ancora altre sette in mano, neanche tanto male, tuttavia devo ricominciare tutto da capo.
A chi racconti le tue storie? Spero non ancora solo a te stesso. Hai figli? Abbiamo figli? No, questo me lo devi dire assolutamente! Se non me lo dici non ti parlo più.
Magari riuscissi. Se non mi parlassi più risolverei grossissima parte dei miei problemi. Non mi verrebbe più la gastrite nervosa. Che cosa orrenda. Ne soffri ancora? Sicuramente, quella non me la toglie neanche l’amore, che me l’ha fatta venire.
Ah l’amore, vedi torna sempre. Come le carte a picche. Pesca tu, tocca a te.
Volevo parlarti delle automobili. Sì mi sembra un buon tema da tramandare nel futuro. Abbiamo le strade ingolfate dalle automobili.
Chissà nel 2028 come sarà. Ognuno avrà un jet privato come Mastella? Ti ricordi Mastella? Quanto lo abbiamo odiato! E Grillo?, Beppe Grillo te lo ricordi? Ha fatto qualcosa poi? È accaduto qualcosa di nuovo? Non dirmi che ha vinto di nuovo il Parlamento e la Democrazia, e siamo ancora tutti zitti e ricurvi su noi stessi, che ci lasciamo imbrogliare da quei figli di puttana in Parlamento?! No speriamo di no, sicuramente qualcosa è successo. Il pane è rincarato del 12,5% qualcosa dovrà succedere. Sono scoppiati sicuramente casini. Mi sa che scoppiano proprio questaltranno. Se continuiamo così ci si arma, e si combatte. Sicuro. Che facciamo?
Scendiamo in piazza armati anche noi? Vabbè, cosa importa, lo scoprirò, non voglio tediarti con queste solite cose. Al massimo andrai a rivedere i nostri innumerevoli blog sul tema della politica, tutti rigorosamente abbandonati. Ma prima o poi li riprendo in mano. Sono certo che ricordi ancora password e username. E anche l’url. Sì sono sicurissimo, per queste cose siamo sempre stati troppo precisi noi due.
Ecco ora mi succede come quando amo una persona, o qualcosa di simile, che mi viene l’istinto a trattarla male. Scoprirsi troppo fa male.
Come nel gioco. Ora se io scendessi queste cinque carte a picche già sistemate in scala, resterei con due carte in mano, e non si resta mai con due carte in mano in chiusura e poi nessuno degli altri giocatori scarterebbe più a picche, per evitare di farmi completare il burraco, sono cento punti, più chiusura, mica cazzi.
Mi sta venendo voglia di trattarti male. Per provare l’insano gusto di attenderne le ripercussioni future. No, niente di grave, magari solo una piccola scottatura. E se ti uccidessi? Se facessi in modo da non farti mai nascere? Resteresti divino nella mia mente, solo come ti ho immaginato
oggi, un vecchio stanco di cinquant’anni, senza neanche più l’ebbrezza di una speranza. Basterebbe poco, anche un piccolo sfregio, uno scarto sbagliato, un’imprudenza. Mai ho provato tanto potere su qualcun altro, quanto su me stesso in questo momento, tuttavia, allo stesso tempo, sono disarmato dinanzi all’impossibilità di agire.
Intendevo parlarti del sociale ai giorni nostri, dei giovani, delle difficoltà in cui viviamo, darti una testimonianza del mio tempo, ma a questo ci pensano già i professoroni, tipo quelli che dalle pagine de La Repubblica fanno quelli che ne sanno di più e sono pagati dalle imprese per dire le cose che gli fan comodo, con le loro futili sociologie e i loro inutili libri sulle nostre “passioni tristi”, ma che ne sanno loro? Io ti voglio parlare di me, che forse è meglio. L’uomo, che è un essere sciocco, è convinto di edificare, scrive libri su come dovrebbero essere le cose e poi non fa nulla per essere qualcosa per sé stesso. Sono vivo? Sono felice? Sono sposato? Ho un lavoro? Dimmi,
rispondi, amami, cristo! Bestemmio ancora? Penso di si, troppo sollievo dalla bestemmia. Vivo solo? Ho una compagna? Da quando vivo solo ho imparato ad apprezzare il fatto che trovo sempre il bagno libero e che posso comportarmi nella maniera in cui desidero in giro per casa. Ma forse neanche tanto. Ci sono cose che mi vergogno a fare anche di fronte a me stesso. Sono convinto che inizierò ad amare la vita solo quando mi ammalerò gravemente. Non come ora che dico che non m’interessa, anzi, meglio se mi ammalo così muoio e finisce qua. Certe cose le dici quando sei un po’ triste: quando ti lascia la ragazza, quando si ammala la mamma, quando vieni licenziato, quando desideri in generale.
Non riesco a darmi pace. Non so davvero come darmi pace.
Continuo a pensare al cammino. Con esso penso fisso alle conseguenze, le implicazioni e i precedenti. Penso che non mi piace il cammino intrapreso, conseguenza di scelte sbagliate, maturate male, talvolta in stato di condizionamento, di paure passatemi da chi mi ha cresciuto e da chi mi è stato intorno, talvolta invece prese in eccessiva solitudine. Le cose sono certe volte troppo lunghe, altre troppo corte; talvolta troppo complesse altre eccessivamente semplici.
In tale stato di confusione e insoddisfazione sento di dover decidere una volta per tutte. I pensieri si accavallano anche quando tento di scrivermi.
Vorrei non trascurare tutto il discorso circa cosa mi è accaduto per arrivare a tale livello di inconsapevolezza, e nello stesso tempo vorrei arrivare infondo e rispondermi a questa domanda. Penso comunque che io sia molto lontano dal riuscire a rispondermi e l’affanno solito che mi consuma nel cercare di trovare risposte, ancora resta inappagato, ma diventa sempre più parte della mia quotidianità. Ecco in questo sono bravo ad esempio. Poi però sono bravissimo anche a indurmi l’oblio, che, benché suoni bene, significa semplicemente che sono bravissimo a farmi passare le fisse bevendo, fumando, o uscendo con gli amici, scopandomi una ragazza decente, guardando le belle donne. Anzi no. Guardando le belle donne mi aumenta l’ansia e l’affanno. Insoddisfazione anche in questo. Le voglio tutte, ne voglio un sacco, tutte quelle che mi passano accanto e quelle che si vedono in video, sui giornali, su internet, vorrei conoscerle tutte, in tutti i sensi, parlarci anche, oltre che scopare. Sono belle, sorridenti, tristi, abbattute, forti, dolci, antipatiche, ma ogni volta che ne guardo una, e mi piace, mi viene uno strano senso di ansia e di “tempo sprecato”. Lo faccio anche con gli amici, con le persone che conosco appena e con quelli che sono sulla mia rubrica del telefono. Tanto è vero che spesso prendo il cellulare e ne scorro la rubrica per controllare, per passare in rassegna tutti i nomi elencati, e per ognuno mi fermo qualche secondo a pensare. Per alcuni mi fermo un po’ di più, per altri un po’ di meno, poi alcuni li cancello pure, altri li aggiungo. E poi non mi faccio mancare mai carta e penna e tendo a portarmi appresso quasi sempre la mia agendina, quella su cui ci sono scritte le cose che mi auguro di fare o che sto tentando di fare, mai le cose che devo concretamente fare.
L’odore di giornale mi fa venire da cagare. Non metto mai il profumo e non mi faccio mai la barba, ma faccio spesso la cacca. Odio il treno. Quasi tutti i treni. Odio le persone che viaggiano in treno perché qui sei costretto ad essere altruista e rispettoso e invece capisci quanto alla gente non interessi vivere bene in comunità. Nel treno c’è un senso forzato di comunità perché non puoi chiuderti in quattro mura o nasconderti da qualche parte, non puoi non avere nessuno accanto, non puoi fare tutto quello che ti pare. Non ho detto quasi nulla per tutta la mail e sono stanco di scrivere e sta diventando troppo lunga, casomai il server non me la manda. Non ho detto nulla, mi sono solo parlato addosso come sempre. E allora, così, tanto per completare la scala a picche che dall’inizio mi perseguita, non aggiungo più nulla, e tra vent’anni mi compiacerò della sola mia persona. Così come non ricorderò di essere stato. Tiro su un jolly, attacco il sette di picche alla prima scala, scendo il jack che non mi serve a un cazzo, e chiudo, uau, chiudo!
Il tuo caro G_
Marta, ecco l’immotivato gironzolare sul suolo terrestre di un giovane senza direzione, è questo quello che ricordo di quel periodo. La mancanza di direzione spesso, negli uomini colti e curiosi, è una condizione ricercata e sortita non senza fatiche. Ma nel mio caso, all’epoca, giovanotto incolto e per nulla curioso, era la condizione base della prigionia delle sensazioni e delle esperienze, della vita e dell’animo stesso.
Amavo!?, sì, ma con goffaggine e malpadronanza, oppure con sporcizia. Studiavo!?, sì, ma con difficoltà e senza passione. Pensavo al futuro!?, sì, ma nel peggiore dei modi in cui si possa fare, con avidità di tranquillità. Uomini poveri sono gli uomini che non arrischiano il certo per l’incerto. La curiosità è alla base del rispetto della vita stessa, della sua vivibilità. La vivibilità della vita si misura su quanti cambiamenti si è stati in grado di affrontare.
Sento che non ero molto diverso da come sono adesso nel grande campo minato dell’insoddisfazione. Tuttavia adesso la consapevolezza mi lascia assaporare che proprio questo tedio da condurre all’instabilità è ciò che bisogna chiamare vita. Il tedio dà il sapore alla vita.
Ciò che mi distanzia da quel giovane trentenne sono 500 libri, due città, degli amori e un centinaio o un migliaio di lavatrici fatte e di note suonate. Alcune lievi ferite, dolori, abbandoni e perdite. Ma soprattutto l’indagine interiore. Ciò che mi distanzia notevolmente dal quel giovanotto di trent’anni è la ricerca della “bellezza” dentro me stesso. Quando ho compreso che la bellezza è dentro noi stessi e che il fatto di avere qualcuno accanto che la apprezzi è solo un in più rispetto alla grande gioia di aversi (di avere se stessi), lì è iniziato il tempo del cinismo, in modo naturale, come in modo naturale ci si accorge (o meglio, i comportamenti altrui ti portano a capire) che si è soli. Capisci, non si tratta del solito lagnarsi perché non si è trovato (o si è perso) l’amore; non si tratta dell’abbandono di qualcuno di molto caro. Si tratta invece della consapevolezza che nel profondo di noi, si è soli. Se hai una malattia, un problema, una gioia, una forte emozione, il massimo che ti è concesso di fare è tentare (sottolineo tentare) di condividerla con gli altri, con chi hai accanto in quel momento, o con chi ami, o col primo che ti passa davanti, ma nessuno, neanche chi dice di amarti, potrà mai realmente comprendere la vera gioia o il reale dolore che proviamo dentro noi stessi. Per un vizio della percezione, non per mancanza di garbo o di volontà o per piacere sadico a non mettersi nei panni altrui. Può essere solo un’approssimazione. Il “mi dispiace”, il “sono contento per te”, il “complimenti”, il “ti starò vicino” non sono altro che degli elementi di comunicazione che riempiono lo spazio d’etere e di tempo tra noi e il nostro interlocutore, il nostro amico, nostra madre o il nostro amore. Tale non è un ragionamento negativo, né positivo, non mi lascia rancore, né gioia, non è cinismo, né abbandono o rancore o sofferenza.
Tale, semplicemente, è.
Quando stai male, quando hai una gioia infinita, quell’esplodere del cuore, quel gozzo alla gola, quel nodo allo stomaco non sarà mai percepibile, pienamente condivisibile con altri. È apprezzabile e fa piacere lo sforzo, questo è certo e soprattutto necessario. Ma non è realistico. È
piuttosto reale, ma non realistico. L’assumersi una gioia o un dolore altrui è un’azione semplicemente inverosimile. E con questo non significa che io non ami. Anzi, più si è convinti di questo, più si ama in modo incondizionato, senza chiedere indietro, senza sentirsi offesi per delle azioni del proprio amato o della mamma o del papà. Io amo consapevolmente. Amo con la consapevolezza che sto amando per egoismo. Perché voglio amare. Perché l’ho deciso. Perché
vedo dinanzi a me una donna, ad esempio, in abito bianco, in prospettiva dal basso verso l’alto, quasi in levitazione. Occhi piccoli e scuri, sguardo drammaticamente dolce, che vorresti urlare per quanto bene ti farebbe un suo bacio, un suo sì. Il suo collo lungo, fresco, liscio alla vista è come un
virus di cui il corpo ha bisogno quando si insedia la sua conoscenza. Tuttavia è drammatico il no. L’abbandono è peggio. L’abbandono lo immagino come un gigante cattivo, con una grande faccia rocciosa, che divora tutto quello che hai costruito dentro, scaraventandoti nello spazio cosmico, in equilibrio sull’unico metroquadro di roccia che si è salvata dalla distruzione totale. L’abbandono è come il disequilibrio, come l’agorafobia.
Come quella barzelletta dove Gesù chiama Pietro, che sta rinchiuso in galera, che per raggiungere il Signore sulla cima di un monte deve superare mille ostacoli e subire mille torture, ma lui và, continua, persevera, si spinge verso la voce divina che lo chiama. Lo chiama e basta.
La voce divina di Gesù che ti chiama e ti riempie così tanto di gioia, amore, e orgoglio che per il solo fatto di chiamarti evoca amore, gioia e orgoglio moltiplicati per mille. Ma quella voce chiama e basta, “Pietro, Pietro, vieni a me”. E Pietro si fa largo tra mille insidie, come mille sono le gioie che provoca in lui l’amore per Gesù. “Pietro, Pietro, vieni a me, è il Signore che ti chiama”. E Pietro piega le armi e stringe i denti, ogni metro una prova più dolorosa, ogni passo una ferita. Ma il Signore ancora, “Pietro, Pietro, vieni a me”. Fin quando Pietro esausto, ebbro di lacerazioni e lividi raggiunge la punta della montagna da cui Gesù lo chiamava, e con una tale gioia nel cuore da non fargli sentire nessuno dei colpi subiti annuncia, “eccomi Signore, sono giunto all’appuntamento con il Vostro richiamo, su quali preghiere devo riflettere?”. E Gesù, fermo, col suo sguardo persuasivo risponde “Pietro, osserva, dalla cima di questa montagna … si scorge un tantino anche casa tua!”.
Quando mi raccontarono questa barzelletta provai ad ipotizzare qualche risposta plausibile di Pietro, anche quelle con le parolacce, erano quelle che mi divertivano di più; oggi però voglio ricordare questa, e Pietro rispose “Grazie Signore per aver pensato anche un po’ a me”.
L’Amore è il richiamo di Gesù, lo desideri, ti fa star bene il solo sentirlo nominare, ti fidi, è l’Amore! Gesù è la materializzazione dell’Amore. Un Essere vivente non può sostituire ciò che di più meraviglioso l’animo umano ha inventato per sentirsi felice così come una donna o un uomo non possono sostituire, ma solo rappresentare la forma dell’Amore. Le percosse di Pietro sono i giorni che si susseguono prima di trovare l’Amore. La risposta di Pietro è la prova d’Amore incondizionato, io non lo chiamerei cinismo, ma vero Amore.
Perlomeno, Marta, ho reimparato a giocare a burraco, cosa ne dici se ci vedessimo per una partita? Sei disposta ad amarmi ancora?
Tuo, G_
manulop
07 lug 2008 - 17:50 - #1Questo è il racconto che ho preferito in tutta la raccolta. Gianluca mi ha davvero colpito quando l’ho letto la prima volta.
Andro
07 lug 2008 - 23:13 - #2…peccato proprio non lo leggerà nessuno perchè è troppo lungo.. :|
G_
una Marta qualsiasi
22 lug 2008 - 16:01 - #3Ciao G_ io il racconto l’ho letto tutto.Sei solo un vigliacco…a burraco giocaci da solo…sono tutte parole e questo non è un racconto…hai detto bene sai parlarti addosso…ma sei troppo cieco ed egoista per vedere,capire…forse non capirai neppure tra 20 anni quello che ti stai perdendo.
p.s. bella la parte sulla puppù, anch’io la faccio spesso.
una Marta qualsiasi